Nella vita, nello sport, e nelle corse soprattutto, i numeri parlano chiaro - si dice. Preso così com'è, senza mediazione, il mondo in effetti non è altro che una sconclusionata combriccola di fatti e avvenimenti, un guazzabuglio di cose sparpagliate a caso sotto i nostri occhi. Qualcuno s'è addirittura spinto a definirlo un lancio di dadi del diavolo.
Ed è con la scesa dei numeri, che invece, davanti a questo paesaggio dannato, troviamo l'escamotage per redimerci dal caos, per ordinare i pezzi sparsi. Per raccapezzarci. Per cominciare, cioè, a veder chiaro lì dove in origine c'è solo confusione.
I numeri sono un po' come dei chiodi con cui l'intelletto, dopo aver strappato i fatti al flusso dell'indistinto, li fissa al muro, e una volta lì, immobilizzati, li osserva, trovando la chiave per interpretarli e orientarsi nel mondo. A sostegno della tesi, Galileo Galilei nel 1623 sosteneva che "il grandissimo libro dell'universo è scritto in lingua matematica". Capita non di rado, tuttavia, che questo processo di oggettivazione porti con sé un effetto collaterale. Scaldata dal lume solare della chiarezza, può accadere che la realtà finisca per essiccarsi oltremodo, uscendone spolpata, come pomodorini in Sicilia, da tutta una serie di dettagli fondamentali che consentirebbero l'accesso ad una sua piena comprensione.
Tornando alle nostre gare di moto, i numeri appesi al muro corrispondono alle classifiche, che raccontano, sì, ma se prese come distillati autosufficienti, possono anche nascondere.
Così il primo fine settimana in MotoGP di Toprak Razgatlioglu, letto in fretta, somiglia a un debutto modesto: una caduta nella Sprint, un 17° posto nel Gran Premio, nessuna apparizione nelle zone nobili della classifica. Fine.
Che il turco non potesse entrare nella classe regina sfondando il muro al primo colpo era chiaro a tutti. Anche perché la sua Yamaha, in questo momento, è una lepre con le gambette posteriori tutte anchilosate, un’arma spuntata, insomma. E chi arriva dalla Superbike, per quanto dotato, scopre presto che in MotoGP non basta avere talento: ma serve imparare una grammatica nuova. Dentro queste difficoltà, già note dai test, Razgatlioglu ha però trovato il modo di infilare una postilla interessante. Anzi, qualcosa di più: un principio di smentita.
I numeri raccontano, ma non bastano
Il venerdì mattina Toprak aveva cominciato da dove cominciano gli architetti che ancora devono prendere le misure della casa prima di ristrutturarla, cioè da lontano, dalle bozze. Ecco, la bozza di Torpak era stata l'1.31.1 con cui si era piazzato 21°. Una posizione che, presa da sola, non commuove. Ma già lì, sotto la superficie, qualcosa si muoveva: meno di tre decimi da Jack Miller, sei da Quartararo, soprattutto quattro decimi limati rispetto al ritardo accusato nei test thailandesi dalla miglior prestazione assoluta. Da 2,1 secondi a 1,7: non un salto, d’accordo, ma il primo gradino sì. Anche perché, buona norma per giudicare i debuttanti, è valutare con quanta velocità accorciano, passo passo, le distanze.
Poi è arrivata la qualifica, e Razgatlioglu ha continuato a fare quello che fanno i debuttanti più seri: togliere, limare, raschiare via tempo come un paziente artigiano del cronometro. Altri due decimi guadagnati dalla testa, fino all’1.30.1.
La Sprint, il primo vero segnale
E il pomeriggio la Sprint, cioè il punto in cui il weekend di Razgatlioglu ha smesso di sembrare un esercizio di adattamento ed è diventato qualcosa di più audace. Partito 21°, il turco ha tenuto un ritmo migliore di Quartararo. Soprattutto, ha portato il suo distacco dal giro più rapido in gara — quello di Marc Marquez — a 1,1 secondi. Detta così sembra una distanza ancora ampia; detta meglio, significa che in pochi giorni, sopra una Yamaha che oggi non è esattamente un lasciapassare per il vertice, il rookie ha già dimezzato il gap dall’élite.
Al decimo giro, però, la caduta. E qui il racconto, volendo, potrebbe anche farsi pigro: peccato, occasione sfumata, gioventù che paga dazio. Solo che la reazione del box ha impedito alla pigrizia di accomodarsi. Infatti, Gino Borsoi, team manager Pramac, invece di fare il contabile dei danni, ha saputo mettere l’errore in cornice, cioè l’ha contestualizzato parlando di “ritmo molto competitivo, eccezionale per una prima Sprint in MotoGP".
La distanza da colmare è la domenica
E’ stata la domenica, semmai, più sincera nella sua durezza. Ventisei giri, 60 gradi d’asfalto, una M1 che sbuccia le gomme posteriori come fossero pelli di banana. Lì Razgatlioglu ha trovato la parte più indigesta della MotoGP: non il lampo, ma la durata; non la velocità da esibire, ma quella da conservare. Si è ritrovato dietro agli altri Yamaha — Quartararo, Rins e Miller — e sul francese ha lasciato più di otto secondi nell’arco della gara
Però anche qui conviene non fermarsi al cartello finale. Perché nel giro più veloce il distacco da Quartararo è stato di appena due decimi. E allora il discorso cambia un poco. O meglio: si precisa. La velocità sul giro, in qualche misura, c’è già. Quello che ancora manca è il modo di portarsela dietro fino in fondo senza disperderla, soprattutto quando il posteriore comincia a salutare, il caldo svuota il fisico e la MotoGP ricorda a tutti che il talento è solo un elemento tra gli altri. Necessario ma non sufficiente.
Dopo la gara Toprak è stato molto trasparente: “E’ stata la mia prima gara completa in MotoGP e speravo in un risultato migliore. Ma è stata una gara lunga e molto impegnativa: 26 giri con questo caldo sono estremamente faticosi". Poi ha menzionato gli arcinoti problemi della M1, “abbiamo avuto evidenti problemi di grip al posteriore - senza tuttavia cercare alibi o scuse nei limiti della moto – Ma non voglio gare colpa ad altri per questo. So di avere ancora molto da imparare e Yamaha sta lavorando duramente per migliorare il pacchetto”. Razgatlioglu ha piena consapevolezza di dove si trova, ma anche di dove vuole arrivare.
Per questo il suo weekend, a conti fatti, non va letto come un debutto modesto con qualche attenuante. Piuttosto come un ingresso ancora acerbo, sì, ma già provvisto di indirizzo. Non ha cambiato la geografia della MotoGP, il turco. Non ancora. Però ha lasciato il primo segno riconoscibile, che in questi casi è quasi più utile del risultato: quello di un pilota che non sembra fuori posto.

