Siamo sempre pronti a sparare contro lo sport dei giorni nostri. Diciamo che ha perso purezza, che è corrotto da agenti esterni, che s’è fatto prodotto, merce, entertainment, che s’è ridotto a show. Eppure continuiamo a seguirlo. Organizziamo i week-end in base ai calendari della Serie A, degli Slam, della MotoGP, della F1, e via dicendo. Viaggiamo tra stadi e circuiti, lasciamo che una vittoria o una sconfitta ci condizioni l’umore di giornate intere. Ma perché, se è tutto falso?
Perché quando il semaforo si spegne o l’arbitro fischia, il fenomeno sportivo accade, si dà, punto e basta. Sfugge, cioè, a tutto ciò che di inautentico l’ha preceduto e lo seguirà. Durante la partita, durante il match o durante la gara, l’agòn è libero, ovvero svincolato da tutti gli agenti di condizionamento esterno. Tornano utili le parole del giovane scrittore Daniele Rielli: “Lo sport è bello perché succede davvero”. Ecco, sì, lo sport, inteso come nudo evento, come puro atto in sé, è bello perché è un accadere vero, perché nella società contemporanea è uno degli ultimi palcoscenici di vicende autenticamente umane. Seguiamo lo sport, nonostante tutto, perché così vera, imprevedibile, caotica e aperta, è solo la vita, e nello sport la ritroviamo.
Prendiamo il Campionato della MotoGP e nello specifico l’improvviso ribaltamento che negli ultimi 3 GP ha messo sottosopra la stagione di Marco Bezzecchi. Dopo l’anticipazione del Paradiso che era stato il fine settimana del Mugello, Bezzecchi e l’Aprilia sembravano avere già il Mondiale in tasca. Su 7 gare disputate, quello in patria era il quarto successo. Si aggiungeva ai primi 3, consecutivi – Thailandia, Brasile, Texas - di inizio stagione, dominati monopolizzando la testa della corsa per ognuno dei 69 giri previsti. C’era Jorge Martin, compagno di team, non troppo distante in classifica, vero, ma la totale armonia tra Marco, il team e la RS-GP lo avevano elevato a qualcosa di più di un semplice favorito.
Dopo anni di impero Ducati, lo scettro tecnico della classe regina era passato in mano agli uomini di Noale e Bezzecchi guidava la moto progettata da Fabiano Sterlacchini come fosse la naturale prosecuzione del proprio corpo. Mancavano 15 gare, una galassia, ma a guardarsi intorno era veramente difficile intravedere minacce o segnali che potessero lasciare presagire il sovvertimento dello status quo. Anche i peccati di foga commessi nelle Sprint – 2 cadute nelle prime 3 - erano stati largamente compensati dall’inscalfibilità esibita nei Gran Premi. La sensazione era che giusto l’impatto di un meteorite sulla Terra avrebbe potuto separare Bezzecchi dal suo primo titolo.
A fare di quest’esito un finale già scritto, la nuova saga di disavventure del Campione in carica: Marc Marquez aveva tirato una bella mina a Le Mans e la settimana dopo era finito sotto i ferri per togliersi dalla spalla una vite spezzata che gli schiacciava il nervo radiale dall’Indonesia dello scorso anno, facendogli in sostanza intorpidire alla guida quel braccio destro da Frankestein che, dopo sette interventi in sei anni, si ritrova. In Catalunya, quindi, il #93 non aveva potuto correre e in Italia, al ritorno in pista, lo avevamo visto tirarsi appresso a fatica la Desmosedici in mezzo alle serpentine del Mugello. Mancava potenza nei muscoli. Bezzecchi - 27 anni contro 33 - invece volava quasi senza fatica e Martin più che un reale rivale interno, aveva assunto le sembianze di un bravo compagno di tenda.
Balaton: si apre una piccola crepa
Ma due cagnacci – in senso buono - ci mettono un nanosecondo a strapparsi di dosso il pelo morbido del Border Collie. E così, a Balaton, partito da dietro con in testa l’idea della rimonta (e del Campionato), Jorge ha - involontariamente – cannato la staccata e centrato Marco alla prima curva del primo giro, provocando uno zero tondo tondo nel tabellino Aprilia Factory. Il tutto mentre Marc nel pistino sinistrorso andava riprendendo possesso di un corpo non proprio ideale, ma rimesso in sesto quanto bastava per consentire al suo sterminato talento di prendersi Sprint, GP e recuperare 30 punti in sol colpo a Bezzecchi. Vabbè. L’inizio di stagione era stato un sogno, qualche intoppo, all’ottava gara, ci può stare. Dopo questa battuta d’arresto la classifica recitava: Bezzecchi al comando, Martin a -20, Di Giannantonio a -42 e Marquez da 102 a -72. Sempre tanti, per carità, ma c’è comunque da dire che pure quelli persi non erano mica “bruscolini”, diciamo a Roma.
Brno: alta tensione e ceffoni al Marshall
Con la gamba destra ammaccata dopo il botto in Ungheria e le balle un po' girate per lo strike del compagno di squadra – nascoste al venerdì sotto la diplomazia della conferenza stampa - Marco è arrivato a Brno. Siamo al fine settimana del 19-20-21 giugno. Sulla carta la pista ceca doveva essere una specie di copia carbone del Mugello - curvoni ampi, saliscendi, cambi di direzione belli aperti –, quindi sposarsi a meraviglia con la RS-GP. Il palcoscenico adatto per fare subito subito di Balaton una gara storta e niente più. E invece forse il caldo, forse un passo avanti della Ducati, forse il recupero fisico di Marquez, l’Aprilia non primeggia. A quel punto, probabilmente, del nervosismo è cominciato a formicolare sottocute. Marco manca la prima fila in qualifica, al via della Sprint viene subito scavalcato da Di Giannantonio, fa tutta la gara inchiodato al quinto posto e al penultimo giro si stende. Ma il peggio arriva nella via di fuga: il Marshall accorso per rialzare la moto dalla ghiaia sbaglia la manovra e da una sgasata in prima marcia all’Aprilia #72 che il fuori-giri pure a Praga lo sentono (va ricordato che in una stagione di MotoGP ogni pilota può utilizzare solamente 7 motori, se uno si sfascia così, a caso, è un problema). Inferocito Bezzecchi corre incontro al Marshall e gli assesta due bei ceffoni in pieno viso. La Direzione Gara nota tutto e sceglie la pena esemplare: Bezzecchi è squalificato dal GP della Repubblica Ceca. Tradotto: niente gara la domenica. Discussioni sulla severità della sanzione a parte, secondo 0 consecutivo e seconda vittoria consecutiva di Marc Marquez, stavolta su una pista che gira a destra. A cambiare giro, però, sembra anche la stagione di Marco. I segnali inquietanti diventano parecchi.
Nota bene: a Brno, Ogura, sull’Aprilia del team Trackhouse, arriva secondo a due decimi da Bagnaia nella Sprint e sempre secondo a quattro decimi da Marquez nei 21 giri del Gran Premio. Segno che la formula per giocarsela alla pari contro Ducati e Marquez, sul pistino magiaro stop&go, probabilmente non c’era, mentre in repubblica ceca sì. Ma Bezzecchi non era parso indovinarla.
Ricordate da dove eravamo partiti? Vittoria al Mugello, frontman indiscusso di Aprilia, idolo della folla, un tappetto di tifosi steso sotto il podio a cantare l’inno di Mameli insieme a lui, per lui, poi lo stage diving dal muretto dei box in stile rockstar e un fine settimana chiuso a 102 punti di vantaggio da Marc Marquez. A distanza di 21 giorni da quel 31 maggio il bottino su Marquez - sempre rivale più temuto- subisce un’inflazione del 62%, Marc si porta a -40, mentre Martin a -8, Di Giannantonio accorcia a -23, e sui social Marco passa dall’idolatria al pubblico ludibrio, da eroe al bulletto di quartiere. Le solite isterie da tastiera.
Assen: il botto sulla pista prediletta
Ma per fortuna arriva Assen, uno dei peggiori tracciati per Marquez, pista prediletta di Marco, dove nel 2022, anno d’esordio in MotoGP, aveva ottenuto il primo podio sulla Ducati del team VR46. Insomma, se la cura Brno non ha funzionato, il vaccino Assen aveva già superato tutti i test sperimentali. Bezzecchi arriva carico. La sincerità delle lacrime, dell’abbraccio e delle scuse al Marshall nella domenica di Brno, convincono tutti che un ragazzo di 27 anni per due cinquine tirate in una condizione di estrema adrenalina, forse l’ergastolo ancora non se lo merita. Marco sembra uno strafottente, ma sapere che la gente lo percepisca come lui sa di essere, uno focoso, che sbaglia, ma puro, gli importa. Il venerdì olandese lo chiude primo. Nei curvoni da 4 marcia in mezzo ai campi di tulipani il ricciolino di Viserba è gioia pura, sembra fatto di vento. Ci entra a 200km/H con la decisione con cui un normale cristiano non s’infila neanche le scarpe. I leggeri scuotimenti in ingresso della RS-GP, anziché intimidirlo, sembrano averlo aiutato a scrollarsi dalla tuta le scorie delle ultime settimane. Sabato è sempre il più veloce, ma manca la pole per una bandiera gialla. Una casualità, un dettaglio fuori posto, di quelli che a posteriori tracciano una linea di demarcazione netta tra i periodi giusti e quelli un po' sfigati. Ma stando al presente, la terza casella sulla griglia di partenza non può certo essere motivo di disperazione. Qualche ora dopo arriva la Sprint, che Bezzecchi conclude in quarta posizione. Il risultato è al di sotto delle aspettative, ma ancora non desta troppe preoccupazioni: la “garetta” non è il contesto che lo esalta – quattro ritiri e nessuna vittoria nel 2026 - Marco è un animale da gara, sì, ma da gara vera, quella lunga, il GP.
Arriviamo allora al Gran Premio. 28 giugno. Ore 14:00. Nelle piste il semaforo verde svolge la stessa funzione che i paesucci assolati del Mezzogiorno ancora affidano al rintocco del campanile: scandire il ritmo dei giorni, e più di tutti, della domenica. Anche se un tempo, all'ex Cattedrale del motociclismo, il giorno santo era il sabato. Ad ogni modo, questa per Bezzecchi, dev’essere una domenica di redenzione.
L’arrivo in curva 1, però, non è salvifico. Lo scatto è ottimo e lo porta a occupare una buona traiettoria per l’ingresso, ma poi una staccata timidina, la stessa vista al Mugello nella Sprint, lo fanno indietreggiare dalla terza alla quinta posizione, proprio dietro il codone di Marc Marquez. Prima la bandiera gialla in qualifica, poi la Sprint sottotono, adesso la partenza a gambero… Le complicazioni, una dietro l’altra, paiono lievitare. Al 2° giro scoppiano. Per stare incollato alla Desmosedici del Campione del Mondo e non accumulare ritardo dalla testa, il leader della classifica entra a cannone in curva 15, forza la percorrenza e l’anteriore si chiude. A oltre 200 Km/H Bezzecchi schizza in via di fuga come un proiettile e la ghiaia di Assen – oggetto di critica da parte di Marquez – lo spara in aria come uno che si sta tuffando a candela in acqua da un costone di 6 metri. Fa testa-piedi, poi rotola rotola rotola e, fortunatamente a inerzia ormai smaltita, finisce contro le barriere con le gambe. Qualche secondo di apprensione. Marco è immobile in posizione innaturale. Le telecamere staccano e poi ce lo restituiscono seduto, col casco ancora in testa, la visiera alzata e lo sguardo scombussolato, sofferente, ma presente. È la notizia più bella del fine settimana. La seconda è che dopo tutti gli accertamenti all’Ospedale di Groningen Bezzecchi torna a casa con tutti i dolori di un botto violentissimo, me nemmeno un osso rotto. “Dopo la botta ero grato di riuscire a camminare” ha scritto un paio di giorni fa sul blog personale.
La notizia brutta, invece, è la conferma di un’inversione: dopo l’estasi del Mugello Marco si è impantanato. E’ il terzo 0 consecutivo: Balaton-Brno-Assen. E con quest’emorragia di punti le leadership del Mondiale è passata al Compagno di squadra Jorge Martin, ora in testa alla classifica con 7 punti su Bezzecchi. Marquez è ancora a -40 dalla vetta, ma è arrivato a -33 dal pilota romagnolo. Ma un altro problema è che Marquez in Campionato è quinto. Tra lui e Bezzecchi ci sono Di Giannantonio, passista della stagione, e il giapponese Ai Ogura, enigmatico di carattere, ma risoluto negli intenti: “con 25 punti di distacco sono un pretendente al titolo”, ha detto ad Assen dopo la prima vittoria in MotoGP sulla Aprilia Trackhouse. Un Mondiale dalla classifica così corta - cinque piloti in 50 punti, quando da assegnare ne mancano altri 407 - è come un tavolo in pizzeria il sabato sera: se fai ritardo di 5 minuti, a rubarti il posto e spedirti in coda non c’è solo la coppietta di fidanzatini, c’è tutta la città. Fuori di metafora: più la concorrenza è numerosa, meno pecche puoi permetterti.
Da underdog a favorito: il sogno fa paura
Ora, tornando a quel laccio che stringe lo sport e la vita, va detto che effettivamente Bezzecchi in quattro settimane, 28 giorni precisi, ha attraversato tutte le fasi che si attraversano in un’esistenza intera: la felicità, il successo, la gloria, e poi, all’improvviso, il dubbio, la preoccupazione, la delusione, la rabbia, il dolore.
Come ha sintetizzato l’AD di Aprilia Massimo Rivola: “A Bezzecchi è successo di tutto negli ultimi tempi”, aggiungendo che dopo tutto sto strapazzo “ha bisogno di staccare”. E probabilmente è vero, a volte ai brutti periodi può essere sufficiente togliere semplicemente la spina.
Il punto, forse, però, è anche un altro, e cioè comprendere se quest’oscuro mulinello in cui Marco è stato risucchiato sia davvero frutto di una lunga e sfortunata serie di dettagli fuori posto - roba da imparare a mettere nel conto nell’arco di una stagione da 22 GP - oppure il nodo sia più profondo. Perché a un certo punto, per Bezzecchi, è diventato impossibile continuare a vestirsi da underdog. Un ruolo che ha provato a tenersi cucirsi addosso fino all’estremo: quello che arriva da dietro, quello che sorprende, quello che non ha davvero l’obbligo di farcela. Poi, però infortunatosi il pilota su cui, anche comprensibilmente, Marco aveva scaricato tutte le responsabilità – ovviamente Marc Marquez – il cambio d’abito non era più posticipabile. Bezzecchi si è ritrovato così nei panni scomodi del favorito al Mondiale, cioè nella posizione di chi non deve più inseguire un sogno, ma accettare che quel sogno possa realizzarsi davvero.
Ed è lì che, a volte, nasce la paura. Perché fare il salto alla categoria del vincente è un passaggio, permetteteci, di “spirito”, ed è uno dei più delicati nella vita di un atleta. Significa reggere lo sguardo di chi si aspetta che tu ce la faccia. Significa smettere di proteggersi dietro l’idea comoda del “non era previsto” e accettare quella molto più ingombrante del “adesso c’è tutto affinché succeda”. Per questo le due settimane di pausa prima del Sachsenring possono sì essere l’occasione per “staccare”; ma anche diventare il momento propizio per qualcosa di più, per compiere il salto decisivo e liberarsi da una segreta paura: la paura che il sogno, alla fine, si realizzi.