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Saragoni racconta: Quella volta che Kocinski fece incazzare Rainey

VIDEO - Il Tuxedo (smoking per noi) con la fascia arancione di John è diventato mitico. Ma perché? Beh, Wayne perse il suo e salire sul palco senza lo imbarazzò. Stefano Saragoni ci racconta perché

Dicembre, per tanti anni, non è stato semplicemente la fine della stagione. Era il mese dei Caschi d’Oro. Quella statuetta – piccola, neanche così appariscente a vederla lì, sul tavolo – è diventata col tempo l’Oscar del motociclismo. Tutti i piloti, di tutte le categorie, sognavano di averla a casa: voleva dire una cosa sola, che avevi vinto un titolo mondiale.

Arrivavano i campioni della 125, quelli della 250… ma l’attesa vera era per loro, i signori del Mondiale 500. Le star assolute del motomondiale. Il primo, il capostipite, fu Barry Sheene. Da lì in poi, ogni anno, quella statuetta finiva nelle mani dei più grandi. E non era un premio “di passaggio”. Io l’ho vista in tante case, quella statuetta: c’era chi la teneva in un mobile importante del salotto, chi la metteva vicino alla moto con cui aveva vinto il Mondiale. Perché tanti, a casa, avevano proprio la moto del titolo: Freddy Spencer, Kenny Roberts, e via via tutti i campioni di fine anni Settanta, degli Ottanta, dei Novanta e poi del nuovo secolo. Il Casco d’Oro era lì, accanto a pezzi di storia del motociclismo.

La cosa bella è che venivano davvero a prenderselo a Bologna. Non era un premio spedito per posta o ritirato al volo. Si organizzava una festa vera, che negli anni ha cambiato mille volte forma: dalla serata quasi privata alla grande kermesse del Motor Show, fino ai teatri pieni di gente, con ospiti d’eccezione e platee stracolme. I Caschi d’Oro erano, a tutti gli effetti, la festa del motociclismo. Un momento in cui, per una sera, i mondi della pista, della stampa e dei tifosi si ritrovavano sotto lo stesso tetto.

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E poi, naturalmente, c’erano le gag, gli imprevisti, le scenette. Molti piloti arrivavano in Italia senza aver capito benissimo che cosa li aspettasse. “C’è un premio, devi andare a Bologna”, più o meno il briefing. Ma arrivavano. E questo era l’importante.

Angry o hungry? Lezioni di inglese con Eddie Lawson

I Caschi d’Oro mi hanno insegnato anche l’inglese… a modo loro.
Una volta stavo accompagnando Eddie Lawson alla cena di gala. Eravamo quasi arrivati, io volevo chiedergli se avesse fame e, con tutta la sicurezza del mio inglese scolastico, gli dico: “Are you angry?”

Lui mi guarda e risponde: “No, I’m not angry. I’m very hungry.” Non sono arrabbiato, sono molto affamato. Da quel giorno la differenza tra angry e hungry non l’ho mai più sbagliata.

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Un’altra scena che porto nel cuore è quella con Kevin Schwantz al Motor Show di Bologna, negli anni in cui si parlava di un milione di spettatori. C’era una folla incredibile, ogni volta che ci fermavamo venivamo letteralmente sommersi.

A un certo punto Kevin mi guarda e mi dice: “Stefano, non ti fermare. Se mi fermo, sono rovinato.” Ci eravamo già fermati due volte e non riuscivamo più a ripartire, talmente tanta era la gente che gli si stringeva intorno. Era la misura di quanto fossero amati quei piloti, e di quanto il Casco d’Oro fosse diventato un evento attesissimo anche per i tifosi.

Il 1990 è stato un anno speciale: diventano campioni del mondo Wayne Rainey (500) e John Kocinski (250.  Con Wayne avevo un ottimo rapporto. Gli dico:
Devi venire a Bologna a ritirare il premio di campione del mondo.”. Lui mi sorprende – e, lo ammetto, un filo mi innervosisce – rispondendo: “Sì, vengo, ma devi parlare con il mio manager.” Temevo che da lì in poi si complicasse tutto: voli, hotel, richieste strane… Invece è successa la cosa più semplice del mondo.
Parlo con il manager, che è anche quello di Kocinski: fissa un compenso unico per entrambi, assolutamente in linea con quello che avevamo previsto, e aggiunge: “Tranquilli, aerei e alberghi li organizziamo noi. Perfetto.

Io li vado a prendere all’aeroporto e li accompagno all’Hotel Baglioni, che allora era il più elegante del centro di Bologna. Ci diamo appuntamento per la serata di gala. Lì nasce un altro piccolo dramma: Rainey ha perso il bagaglio durante il viaggio. Dentro c’era lo smoking. Ci teneva tantissimo a presentarsi in smoking alla premiazione. Io provo a rassicurarlo: “Ma no, non ti preoccupare, sei già elegantissimo così, hai la giacca, stai benissimo…”

La sera vado a prenderli in hotel. Wayne arriva per primo, vestito in modo sobrio, elegante ma non “da gala”. Poi, dalla scala, appare John Kocinski: smoking nero, papillon e soprattutto fascia arancione quasi fluo. Un colpo d’occhio.

Rainey lo guarda e, ridendo, esclama: “Oh, orange man!”

Da lì la serata prende una piega quasi surreale. Tra la tensione dello smoking mancato, l’eleganza esagerata di Kocinski e l’atmosfera della cena, si crea quella miscela di ironia e leggerezza che ha sempre reso i Caschi d’Oro qualcosa di diverso da tutte le altre premiazioni. Dopo cena, dopo la consegna dei premi e le foto di rito, li riaccompagno in hotel. Wayne è ancora un po’ dispiaciuto per non aver avuto il suo smoking: si è sentito quasi “meno in ordine” degli altri, nonostante fosse lui il campione del mondo della 500.

Ed è in macchina, in quel tragitto di ritorno, che mi dice una cosa che non ho mai dimenticato:

“Ti dico la verità: io sono venuto qui perché il mio manager mi ha detto ‘Devi andare là, c’è questo Caschi d’Oro, ti pagano le spese, devi andare a Bologna a ritirare un premio’. Non avevo idea di cosa venissi a fare. Adesso l’ho capito: questo è il premio più bello che io abbia mai ricevuto in carriera, a parte ovviamente quelli vinti in pista.”

Ecco, in quella frase c’è tutto il senso dei Caschi d’Oro: un premio nato in Italia, costruito con la passione di una redazione e di una città, ma capace di farsi amare dai più grandi campioni del mondo.

Per anni, dicembre ha avuto quel profumo lì: odore di gala, di benzina lontana, di piste appena archiviate e di sogni già proiettati alla stagione successiva.
E in mezzo, sul tavolo, una piccola statuetta a forma di casco che, per chi l’ha vinta, valeva quanto un altro titolo mondiale.

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Marco Caregnato