Il Mondiale Superbike è pronto ad accendere i motori. Non è ancora il momento della MotoGP – che debutterà più avanti in Thailandia – ma quello delle derivate di serie, che scatteranno domenica prossima da Phillip Island, in Australia.
E se c’è una differenza che salta subito all’occhio è anche climatica: la Superbike vola dall’altra parte del mondo nel pieno dell’estate australiana, mentre la MotoGP ci arriverà quasi alle porte dell’inverno. Intanto lunedì e martedì si scenderà già in pista per i test, con GPone presente sul posto per raccontarvi tutto da vicino.
Un campionato già scritto?
Sulla carta, la stagione sembra avere un nome ben preciso: Nicolò Bulega.
Con l’addio di Toprak Razgatlioglu – passato in MotoGP con Yamaha – la Superbike perde uno dei suoi due grandi antagonisti. E quando viene a mancare un rivale di quel calibro, inevitabilmente l’equilibrio del campionato cambia.
Nell’antica Grecia c’erano il protagonista e il deuteragonista: senza un degno avversario non c’è vera storia. Oggi la domanda è semplice: chi potrà essere l’antagonista di Bulega?
Iker Lecuona, nuovo compagno di squadra dopo l’addio alla Honda?
Alvaro Bautista, che a 40 anni riparte da una squadra satellite?
Oppure Andrea Locatelli con Yamaha, Danilo Petrucci con BMW?
Le coppie sono interessanti, ma la sensazione è che servano nomi capaci di portare nuova linfa o personalità forti in grado di accendere la sfida.
L’attesa italiana
Dal 2012 l’Italia aspetta un erede di Max Biaggi, ultimo campione del mondo tricolore in Superbike. Potrebbe essere l’anno giusto?
Bulega è il candidato naturale, ma attenzione anche a Petrucci e Locatelli. Sarebbe un segnale forte per un movimento che ha sempre avuto nella Superbike una delle sue espressioni più autentiche.
Il problema del futuro
C’è però una questione che va oltre il 2026: cosa accadrà se Bulega dovesse migrare in MotoGP? La Superbike rischia di restare senza giovani protagonisti?
Potrebbero arrivare “rifugiati” dalla MotoGP – Zarco, Morbidelli – ma il campionato ha bisogno soprattutto di giovani talenti, italiani e non solo. Spagnoli, francesi, tedeschi: la Superbike è mondiale per vocazione e deve tornare ad esserlo anche nei suoi volti simbolo.
L’identità della Superbike
La forza della Superbike è sempre stata una: l’identificazione.
I piloti guidano moto che noi possiamo comprare, o almeno sognare di comprare. Quando ci fermiamo davanti a una Ducati Panigale V4 S, a una Yamaha R1 o a una BMW M1000 RR, stiamo guardando le stesse basi tecniche che vediamo in pista.
È l’essenza più pura del motociclismo, quella che ricorda l’America dell’AMA, quando Lawson, Rainey e Spencer si sfidavano con moto ancora profondamente legate alla produzione di serie, con il manubrio alto.
E in prospettiva, il divario tecnico con la MotoGP potrebbe ridursi: dal 2027 la classe regina abbasserà cilindrata, potenza e carico aerodinamico. Le prestazioni si avvicineranno. Ma anche se restasse uno o due secondi al giro di differenza, poco importa: ciò che conta è l’identità.
Una storia fatta di passione e innovazione
La Superbike nasce dalla passione di Maurizio Flammini e negli anni è diventata un laboratorio di idee: dalla Superpole al monogomma, tante innovazioni sono passate da qui prima di affermarsi altrove.
È un campionato che ha visto campioni straordinari, personalità forti, rivalità vere. Ed è proprio questo spirito che deve continuare a vivere.
Domenica si riparte da Phillip Island.
La Superbike è pronta a scrivere un nuovo capitolo. Sta ai suoi protagonisti renderlo indimenticabile. Seguiamolo su GPOne!