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Vergani: “La trattativa più dura, lunga 23 millimetri, col mio pancreas”

Alberto a cuore aperto: “Da aprile sto lottando contro un tumore: Vanzini è stata la mia luce. Ho dedicato la mia vita al lavoro, senza temere la morte, consapevole di avere una scadenza. Quel 13 aprile, in una sala con luce soffusa, non la dimenticherò mai”
alberto vergani

Assen, giovedì 16 aprile: sono da poco trascorse le ore 19 e, scendendo le scale della sala stampa verso il paddock, noto con la coda dell’occhio Alberto Vergani, Axel Bassani e la sua compagna Denise seduti attorno al tavolino posto fuori dall’hospitality Bimota.
 
Visto il rapporto di amicizia che mi lega ormai da anni a loro, decido di irrompere nella conversazione con quello che è uno dei classici slang alla milanese del Verga tipo “weeee, taac, figa, mercato, si muove qualcosa?”

L’irruzione nella conversazione, che solitamente avrebbe generato una goliardica reazione da parte dei presenti, questa volta però tradisce le attese. Axel resta infatti in silenzio mentre Denise abbozza un sorriso forzato.

Per un attimo resto spiazzato, domandandomi se avessi detto qualcosa di sbagliato o meno… La mattina stessa avevo infatti condiviso una buona mezz’ora a parlare con Denise nel motorhome mentre con Axel ci eravamo scambiate due battute al volo al rientro dalla track walk.

A sgomberare il campo da ogni dubbio ci pensa quindi Alberto Vergani: “Visto che sei un amico lo dico anche a te, qualche settimana fa mi hanno trovato un ospite indesiderato di 23 millimetri”.

Questo è il racconto della montagna che Alberto Vergani sta affrontando tra salite e fatiche, accompagnato però da quella speranza che presto arriverà in vetta per poi iniziare la discesa.

"Parto da una data, 1 aprile – ci ha detto – ho fatto una risonanza magnetica total body a Bergamo, da ASC Italia, un esame che mi aveva suggerito Giacomo Agostini già nel 2019. L'avevo fatta allora e poi non l'avevo più ripetuta. Quest'anno è successo che mia moglie Anna ha perso sua madre, che aveva avuto diversi tumori, e lei ha iniziato a temere per sé. Mi ha detto: “Devo farmi controllare, ho paura della familiarità”. Così le ho risposto: “Andiamo insieme”. L'idea era quella di fare controlli preventivi per individuare eventuali problemi in fase precoce. Andiamo lì il primo aprile, una data da sorprese goliardiche. Il radiologo mi dice: “Se va tutto bene, tra dieci giorni vi mandiamo il referto. Se c'è qualcosa che non va, vi chiamiamo”. Faccio la risonanza serenissimo. Del resto sono da sempre una persona molto controllata: da venticinque anni faccio un check-up completo ogni anno dal professor Ceccarelli.  Avevo appena fatto Tac coronarica, risonanza prostata e Colonscopia. Tutto ok”.

Qualcosa però non va nel verso sperato…
“Ecco, il 13 aprile è un’altra data che non dimenticherò mai, infatti ricevo una telefonata. Appena vedo il numero ASC Italia capisco che c'è qualcosa che non va. Mi dicono: “Abbiamo un sospetto tumore al pancreas. Deve andare subito a fare una TAC con mezzo di contrasto”. Nel pomeriggio faccio l'esame e verso le sei il radiologo mi riceve nel suo ufficio. C'era un'atmosfera triste, una luce soffusa. Mi guarda e mi dice: “Lei ha un tumore di 23 millimetri nella coda del pancreas. È un carcinoma”. In quel momento non ho avuto paura. La prima domanda che mi è venuta spontanea è stata: “Cosa devo fare?”. Loro mi rispondono, consigliandomi di andare al San Raffaele”.

A questo punto entra in gioco una terza persona…
“Esatto… A gennaio, durante la presentazione Aprilia, avevo parlato con Carlo Vanzini, che aveva vissuto una situazione simile. Avevo letto la sua intervista e la cosa mi aveva colpito. Oltre a Giacomo Agostini, che mi aveva suggerito nel 2019 di fare quell'esame, Carlo è stato fondamentale. Mi aveva raccontato il suo percorso e mi aveva dato molte informazioni. Quando ricevo la diagnosi lo chiamo subito. Il mio problema era capire a chi affidarmi. Mi parlano dell'équipe del professor Falconi al San Raffaele. Io, invece, avevo sentito nominare il Professore Stefano Crippa, proprio grazie a Carlo. Vanzini mi dà il numero, gli scrivo e lui mi risponde immediatamente: “Venga domani mattina alle otto”. Mi riceve, guarda gli esami e mi dice una frase che non dimenticherò mai: “Possiamo darci del tu? Guarda, hai avuto fortuna. È lì, ed è operabile”. Il fatto è che io non avevo alcun sintomo. Zero assoluto. Lui mi risponde che purtroppo il tumore al pancreas spesso non dà sintomi e quando li dà è troppo tardi”

Con la prima chemio datata 6 maggio, possiamo dire che inizia la tua lunga scalata?
“Certo! Quando il professor Crippa mi ha visto la prima volta è stato molto chiaro. Mi ha detto che se il tumore fosse stato scoperto sei mesi o un anno dopo sarebbe stato un problema. Vista la velocità con cui stava crescendo, forse anche meno. Per questo mi considero fortunato. Fortunato perché l'ho trovato in tempo e perché ho trovato subito la strada giusta da seguire. In una situazione del genere il rischio è perdere tempo, andare da uno, poi da un altro, sentire dieci opinioni diverse. Io invece ho deciso subito: seguo quel percorso”.

Ad oggi sei giunto alla quarta tappa: quanto è dura questa salita, Alberto?
“Oggi vivo un po' come un robot. Faccio continuamente gli esami del sangue per controllare i globuli bianchi, i marcatori e tutto quello che serve. Però due mesi sono già passati e le prime quattro chemio sono andate. A fine luglio ne avrò fatte sei e sarò a metà del percorso. Quando fai la chemio (sei ore di flebo), la prima settimana è dura. Poi inizi a recuperare. Cerco di fare quello che mi hanno consigliato: muovermi, non fermarmi mai. Faccio i rulli, vado in bici, cammino. Il fisico deve continuare a lavorare”.

La paura di passare a miglior vita è un pensiero che ti ha accompagnato o ti accompagna durante le tue giornate oppure no?
“No, sinceramente no. Penso più a chi resta che a me stesso. Nella mia vita mi è capitato più di una volta di vedere le cose prendere una direzione completamente diversa da quella che avevo immaginato. Mi sono convinto che esista qualcosa sopra di noi, una sorta di regia che a volte decide in modo incomprensibile. Io la vedo così: se riuscirò a superarlo, bene. Se non ci riuscirò, pazienza. Non ho ventisette anni. Però non vivo mai pensando al peggio. Vivo pensando a quello che devo fare domani mattina. È lo stesso principio che ho sempre insegnato ai miei piloti. Non devi pensare al campionato. Devi pensare alla curva successiva. Al turno successivo. Se guardi la montagna tutta insieme ti spaventi. Se guardi il prossimo passo, arrivi in cima. Oggi il mio cronometro sono i marcatori tumorali. Gli ultimi valori sono scesi e questo significa che abbiamo bloccato la crescita. Adesso bisogna continuare”.

Moltissime persone ti hanno fatto sentire il proprio supporto…
“La cosa che mi ha colpito di più è stata l'affetto delle persone. Tanti amici, tanti piloti, tantissime persone del paddock mi hanno telefonato: Melandri era spaventato, Petrucci, Bassani, Savadori, Caricasulo increduli, Checa mi ha ricordato il mio problema-opportunità, inaspettato Max Biaggi che mi ha fatto molto piacere. Mi trattano con una dolcezza diversa e questa è una sensazione curiosa. Mi sono sentito praticamente con tutto il paddock della MotoGP e della Superbike da Stefano Cecconi, Claudio Domenicali, Lucio Cecchinello, Paolo Campinoti, Massimo Rivola, Davide Brivio, Fabiano Sterlacchini. Stesso discorso per con Livio Suppo, Davide Tardozzi, Michele Pirro, Guim Roda, Paolo Ciabatti, Serafino Foti, Daniele Casolari, Massimo Temporali, Paolo Ianieri. Anche tanti ma tanti altri tra cui Don Marco il prete motociclista che frequenta il paddock e che veniva a dare le benedizioni alle feste Nolan. Tutti hanno trovato il tempo per chiamare e chiedere come stavo incoraggiandomi”.

Problema uguale opportunità: questa è sempre stata la tua frase simbolo. Qual è l’opportunità per Alberto Vergani? 
“Forse questa esperienza mi cambierà in una cosa: mi farà pensare un po' di più a me stesso. Ho dedicato la vita al lavoro in maniera totale. Ho rinunciato a tante cose normali. Ad esempio, da anni voglio fare una settimana in bicicletta in Sicilia (i tour della Gazzetta ) con un gruppo di appassionati. Non ci sono mai riuscito perché c'era sempre un Gran Premio, un impegno, una riunione. Ecco, quando tutto questo sarà finito voglio fare quelle cose lì. Una settimana in bici in Sicilia. Una settimana bianca. Voglio concedermi delle cose  normali che ho sempre rimandato. Perché una cosa l'ho capita ancora meglio: tutti abbiamo una scadenza. Non sappiamo quando arriverà, ma c'è”.
La gente ti conosce per il tuo modo di essere unico, il tuo spirito da ragazzo e la tua personalità ottimistica e propositiva in ogni situazione…
“Io ho sempre vissuto sentendomi quasi super longevo come mia madre che mi ha lasciato a 99 anni. Adesso so che non è tutto scontato. Però non cambia il mio modo di affrontare la vita. Mi curo, seguo le indicazioni dei medici, faccio tutto quello che devo fare e guardo avanti”.

A chi dici grazie?
“Devo ringraziare tre persone più di tutte: mia moglie Anna, Giacomo Agostini e Carlo Vanzini. Agostini mi ha suggerito in tempi non sospetti (2019) quell'esame. La paura di mia moglie  mi ha portato a farlo e Carlo Vanzini mi ha indicato la strada da seguire, è stata la mia luce nella galleria. E poi ovviamente ci sono tutti i miei affetti, la famiglia gli amici, mia figlia Alessia e il mio magnifico gruppo di lavoro Opinion Leader, che considero una sorta di seconda famiglia. Se oggi sto combattendo questa battaglia, lo devo anche a loro."

Quando rivedremo Vergani nel paddock?
“Nel calendario delle chemio potrei esserci a Misano per la MotoGP e Cremona per la Superbike. Però adesso penso alla quinta tappa il  prossimo 7  luglio. Ogni cosa a suo tempo”.

PS Nei giorni scorsi, a distanza di oltre due mesi da quel round di Assen, ho avuto modo di rivedere Alberto. Se in Olanda avevo di fronte una persona spaventata e con la sofferenza negli occhi, questa volta ho ritrovato quel "Verga" che in questi anni ho conosciuto, capace di accogliermi con un originale benvenuto “Sei venuto a vedere se sono ancora vivo?”
Una persona lucida, che ama la vita, ben consapevole della montagna che ha da scalare. Quel suo abbraccio per salutarci vale più di tutte le parole che ci siamo detti in questa lunga intervista, dove emerge tutto il suo animo: “Se intendi scalare una montagna non guardare mai la cima, ma quel mezzo metro alla volta che ti sta davanti agli occhi”. 

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Riccardo Guglielmetti