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Kevin Schwantz: "Correre è stato tutto per me, mi rivedo in Marquez"

VIDEO - L’indimenticabile numero 34, campione del mondo 500 nel 1993, si racconta a EICMA: la fedeltà alla Suzuki, i ricordi delle battaglie con Rainey, l’ammirazione per Marc Márquez e la passione che ancora oggi lo spinge a cercare la velocità

All’EICMA di Milano, Kevin Schwantz, leggenda del motociclismo e icona della Suzuki, ha parlato con la consueta sincerità del suo passato e del presente della MotoGP. Il texano, campione del mondo nel 1993, ha ripercorso le sue sfide con Wayne Rainey, spiegato perché è sempre rimasto fedele alla Suzuki e condiviso le sue opinioni sui protagonisti di oggi. Tra ricordi, emozioni e ironia, il “34” dimostra che la passione per la velocità non tramonta mai.

Hai sempre corso con la Suzuki, rifiutando offerte da altre case. Perché non hai mai cambiato?
"Sai, alla fine del 1989 sono quasi andato in Yamaha con Agostini, ma per qualche motivo non accadde. Nel 1992 parlai un po’ con la Honda e con Erv Kanemoto, ma alla fine rimasi dove ero. Oggi sono felice che sia andata così. La mia carriera con Suzuki è durata quasi quarant’anni, e per me è come una famiglia. Mi piacciono le persone, l’ambiente. Non cambierei nulla".

Suzuki è davvero una famiglia per te, più che una squadra?
"Sì, assolutamente. Suzuki è più una famiglia rispetto alla maggior parte delle Case da corsa".

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Oggi alcuni piloti, come Acosta o Quartararo, si lamentano della competitività delle loro moto. Tu invece correvi sempre al massimo, anche senza avere il mezzo più veloce.
"Correre con la moto più veloce sarebbe stato noioso! Mi piaceva dover elaborare una strategia, trovare punti di sorpasso. La mia Suzuki non era sempre la più veloce, ma era competitiva. Nell’89 era forte ma fragile, nel ’93 finalmente tutto funzionava: affidabilità, costanza, prestazioni. Non serviva la velocità di punta, bastava intelligenza e coraggio".

Tutti ricordano il tuo sorpasso su Rainey a Hockenheim. Cosa ti passava per la testa in quel momento?
"Conoscevo la sua strategia: prendere la scia all’uscita della chicane e passare. Così sono rimasto largo, l’ho costretto a un’altra traiettoria e ho sfruttato la sua scia in frenata. Quando mi sono spostato, la moto si è scomposta tutta, ma è andata bene. Un po’ di ragionamento, un po’ di fortuna... ma soprattutto istinto".

È vero che dicevi “frena finché non vedi Dio”?
"Sì, è così! Aspetta finché non vedi Dio, e poi frena. Credo che Wayne abbia frenato un po’ prima ad Hockenheim, io ho aspettato un attimo e sono riuscito a infilarmi. Se fosse entrato normalmente, sarebbe stato molto più difficile".

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Márquez ha lasciato Honda per un team privato Ducati nel 2024. Cosa pensi della sua scelta?
"È difficile lasciare la casa con cui hai iniziato. Io non l’ho mai fatto, ma capisco la sua decisione. Dopo tutto quello che ha passato con l’infortunio, sarebbe stato facile smettere. Invece ha continuato, e questo dice tutto sul suo spirito. Credo che suo fratello Alex lo abbia aiutato molto, dandogli un punto di riferimento durante la riabilitazione. Ora sta dimostrando quanto vale, rendendo questa stagione quasi “facile”".

In molti vedono in lui un po’ di te: sempre al limite, anche quando non serve.
"Sì, mi riconosco in lui. Quando Márquez è andato via, tutti hanno capito quanto la Honda fosse in difficoltà e quanto lui compensasse tutto con il talento. Con la Suzuki era simile: altri piloti erano competitivi, ma nessuno riusciva subito a vincere. Spingere al massimo è nel nostro DNA: a volte funziona, altre ti fa cadere... ma è quello che siamo".

Cosa significava per te correre? Era solo il desiderio di vincere o qualcosa di più profondo?
"Correre era un bisogno, il desiderio di lottare. Vincere era bellissimo, ma la parte migliore era tornare ai box e vedere la gioia della squadra. Mi piaceva vincere per loro. Tutto il rischio valeva quella felicità collettiva".

Hai ancora il bisogno di velocità?
"Oh sì, certo. Vado in pista solo in eventi Suzuki, dove l’ambiente è controllato. Non voglio qualcuno che provi a superarmi per dire di averlo fatto! Ma adoro ancora la sensazione di spingere, come quando a Misano porti la GSX-8 a tutto gas e senti che il cuore batte ancora come una volta".

Cosa pensi dei piloti di oggi – Acosta, Quartararo, Bagnaia, Alex Márquez?
"Bagnaia ha avuto una stagione complicata, anche se ha vinto delle gare. È difficile capire da fuori, con tutta l’elettronica, le gomme e l’aerodinamica di oggi. Se vai troppo piano, la gomma si raffredda e cadi. È un mondo diverso".

Ti manca la Suzuki in MotoGP?
"Mi piacerebbe rivederla in pista, certo. Non sento il bisogno di guidarla al limite, ma mi piacerebbe provarne una, solo per dire: “L’ho fatta anch’io”."

Ricordo il tuo addio al Mugello. Piangevi. Ti sei mai pentito di quella decisione?
"No, ma è stato durissimo. Le corse erano tutto per me. Sapevo che era la scelta giusta, fisicamente e mentalmente, ma dire addio a qualcosa che ami è sempre doloroso. Da lì venivano le lacrime".

E il polso come va?
"Non molto meglio. Ma la cosa bella dell’acceleratore è che puoi sempre darne un po’ di più!"

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Marco Caregnato