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Simon Crafar: "il mio ruolo non è quello di punire i piloti, ma di proteggerli"

ESCLUSIVA - "E anche educarli. Pensavo che ci avrei messo più tempo per imparare, ma in realtà tutte le esperienze precedenti mi stanno aiutando. Spencer mi ha spianato la strada. Sento di essere nel posto che mi appartiene"

 

MotoGP: Simon Crafar: "il mio ruolo non è quello di punire i piloti, ma di proteggerli"

Simon Crafar è l'uomo che ha raccolto nel 2025 l'eredità di Freddie Spencer nel ruolo di Presidente del FIM MotoGP Stewards Panel. Un ruolo delicatissimo, con un compito molto importante che spesso diventa centrale nei fine settimana di gara del mondiale. Con un passato da pilota di alto livello, Simon ha poi svolto con grande successo il ruolo di reporter dalla pitlane per Dorna, facendosi apprezzare negli anni per la qualità dei suoi interventi, per la sua capacità di analisi ed anche per il magnifico rapporto che ha saputo costruire con i piloti. 

Tutte esperienze che ha poi potuto sfruttare nel suo nuovo ruolo, ereditato da una figura decisamente 'pesante' del paddock. A Brno abbiamo avuto l'opportunità di parlare con Simon per scoprire tanti aspetti del suo lavoro, capire quale sia il suo punto di vista su questo ruolo così importante che si trova a ricoprire. Il nuovo tipo di rapporto con i piloti, la voglia di essere identificato come un educatore e non come un punitore ed anche l'importanza di aver avuto come predecessore Spencer, che gli ha in un certo senso spianato la strada. 

Andiamo subito al punto, questo lavoro è come te lo aspettavi Simon?
"Non è completamente quello che mi sarei aspettato, perché dall’esterno mi sembrava potesse essere un ruolo difficile e mi sarei aspettato di vivere momenti più difficili anche a lungo. Per esempio, quando ho iniziato a fare il commentatore, non mi è piaciuto il mio primo anno di lavoro, perché non mi sentivo bravo. Stavo imparando per affrontare una carriera completamente diversa, una nuova professione. Non è stato banale, pur essendo un ex pilota, un tecnico che insegnava ad andare in pista".

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Però lì sembravi da subito a tuo agio. 
"E’ stata davvero dura all’inizio e ci ho messo tempo per imparare. All’inizio pensavo che anche in questo nuovo ruolo sarebbe stato uguale, ma in realtà ho capito che tante esperienze che avevo già avuto erano esattamente quello di cui avevo bisogno per affrontare questo lavoro. Perciò mi sono sentito benissimo fin dall’inizio e sono felicissimo e per quanto possa sembrare una esagerazione, mi sento di essere proprio nel posto a cui appartengo. Sentirmi dire una cosa del genere per me è fantastico, perché non è quello che mi sarei aspettato all’inizio. Ero convinto che ci sarebbero voluti uno o due anni anche solo per sentirmi bene, ma la verità è che mi sono sentito subito benissimo e mi sto divertendo, perché posso sfruttare al massimo tutto quello che ho imparato nel passato. Ovviamente conoscevo e capivo già le dinamiche di un incidente, ma con il mio lavoro precedente ho imparato come comunicare certe cose, come mantenere una ottima comunicazione con i piloti e le squadre. Questo è importantissimo, perché se non comunichi bene con loro, è difficile poi che capiscano quando li penalizzi, e ti ritrovi davanti a persone arrabbiate".

Forse per te è stato più facile che per Spencer, perché tu già parlavi tanto con i piloti prima?
"Quando Freddie è arrivato qui il lavoro da fare era abbastanza diverso. Io mi ritengo fortunato perché lui ha portato tanti cambiamenti durante il suo periodo qui. Io non ho avuto gli stessi problemi che ha avuto lui, all’inizio lui era nella stessa stanza della Race Direction, ma la squadra era diversa. Lui ha letteralmente costruito una squadra ed ha fatto un ottimo lavoro perché la squadra che ha creato è ottima. Sono stato semplicemente fortunato di arrivare oggi e non all’epoca".

Queste MotoGP sono sempre più complicate, a volte quello che sembra un errore del pilota è causato da un qualche aspetto tecnico. E' una difficoltà in più per te?
"Con queste moto tutto è difficile ed anche per questo parlare con i piloti è diventato ancora più importante perché loro spesso hanno informazioni che tu come giudice non hai. Io li ascolto sempre prima di emettere qualsiasi giudizio, assieme ai miei colleghi. Tu hai perfettamente ragione quando parli di moto difficili, perché spesso accadono cose ai piloti che tu non puoi sapere, quindi a volte ti trovi davanti a degli incidenti che magari sono stati causati da problematiche tecniche sulla moto che non potresti conoscere senza parlare con i piloti. Cose come queste ci fanno sempre ragionare molto, perché sappiamo che dobbiamo mettere nel conto ipotesi tecniche dietro certi incidenti ed è proprio per questo che parliamo tanto con i piloti prima di emettere giudizi. Non è una problema grande, ma rende di certo le cose più difficili".

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Il tuo rapporto con i piloti è cambiato?
"Sai, quando incontro un pilota e magari prendiamo un caffè assieme a colazione non è cambiato nulla. Ma è diverso quando loro vengono da me per qualche problema, è chiaramente diverso. Loro cercano di difendere la loro posizione, diventa un rapporto molto professionale da entrambe le parti ovviamente. Funziona bene con quasi tutti, perché quasi tutti riescono a tenere i due aspetti separati ed è quello che voglio io, perché sono momenti diversi quando li incontro in ufficio e quando li incontro magari nel paddock. Se devo penalizzare un pilota, non significa che non mi piaccia passare poi del tempo con quel pilota, anzi direi che è il contrario. Spesso mi capita di incontrare in ufficio i piloti che preferisco, perché sono quelli più determinati ed a volte aggressivi. E non penso che i piloti che non vengono mai da me siano per forza bravissimi, perché magari sono puliti come piloti, ma non è detto che mi piacciano in pista".

Qualche volta ti senti il 'cattivo' ragazzo nei loro confronti?
"Per me è importante spiegare che tante persone vedono il mio ruolo come quello del punitore, di chi elargisce sanzioni. Io invece la vedo diversamente, per me è un lavoro teso a proteggere i piloti ed è così. Le regole sono scritte così per proteggere i piloti dai pericoli e penso che parte del mio lavoro sia proprio evitare che i piloti commettano più volte gli stessi errori. Ma anche proteggerli da pericoli che potenzialmente possono avere gravi conseguenze. Credo che il mio ruolo sia più quello che non semplicemente essere uno che punisce questo o quel pilota".

Quindi ti vedi più come un educatore per i piloti.
"Si, è esattamente così. Io sapevo che educare i piloti giovani facesse parte del mio lavoro, ma non avevo realizzato quanto questo aspetto sia importante per noi e mi piace tantissimo. Cerchiamo di costruire un futuro più sicuro per questi piloti per quando arriveranno alle classi maggiori".

Vorrei chiederti qualche informazione sulle iniziative che porti avanti riguardo il benessere dei cani, penso che sia una storia bellissima.
"Ho iniziato quasi per gioco. Io amo i cani, li ho sempre amati. Ho visto situazioni terribili in alcuni canili ed ho sempre pensato di voler fare qualcosa. Ma mi sono sempre chiesto come poter fare, non sapevo come muovermi. Poi un giorno ero nel mio garage ed ho tirato fuori tutte le mie tute di quando correvo, i caschi. Ed ho pensato che che fosse stupido tenerle lì, anche perché amo di più i cani di quanto possa mai amare una tuta di pelle o un casco. Quindi ho deciso di vendere tutto, ne ho conservate solo due, per i miei figli. Avevo tante cose belle, perché tra piloti ci scambiavamo spesso le cose, quindi avevo caschi di Haga, Kocinski oltre alle mie cose. Ho deciso di vendere questi oggetti mandando tutti i soldi a chi si occupava di aiutare i cani. Mia moglie mi ha aiutato, ma quello che non mi sarei mai aspettato è successo dopo, perché alcuni piloti che amano i cani sono venuti da me e mi hanno aiutato e questo mi ha fatto capire che avremmo potuto portare avanti questa iniziativa a lungo, e non solo per poco tempo. Il bello è che non è solo andata avanti ma è anche cresciuta come attività".

Credo che queste iniziative ti facciano anche comprendere meglio la natura umana di alcuni atleti, o sbaglio?
"Anche i collezionisti che poi hanno fatto offerte per comprare questi oggetti sono stati molto generosi, perché sapevano che i soldi erano per una buona causa. Sta funzionando alla grande, e sono felicissimo. Poi devi pensare che in ogni sport professionistico è sempre difficile capire l’uomo che c’è dietro l’atleta. Da me vennero Joan Mir e Remy Gardner, sono stati i primi a venire da me dicendomi che amavano quello che facevo perché a loro volta amano i cani. E mi hanno aiutato anche a coinvolgere altri piloti". 

Qui troverete le informazioni per sostenere l'iniziativa di Simon - RIDERS FOR DOGS

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Marco Caregnato