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MotoGP, Da Rossi a Lorenzo: quando cambiare fa male

Da sempre non è semplice avere successo su un'altra moto: tra chi ce l'ha fatta, chi no e chi non ci ha nemmeno mai pensato

MotoGP: Da Rossi a Lorenzo: quando cambiare fa male

Chi lascia la strada vecchia per la nuova ecc ecc. Certi proverbi lasciano il tempo che trovano, ma questo in particolare sembra calzare alla perfezione per gli ultimi cambiamenti in MotoGP. Ora che la stagione volge al termine, i casi di Lorenzo e Zarco sono eclatanti, ma anche Iannone sta facendo fatica ad adattarsi all’Aprilia e lo stesso si può dire di Syahrin, passato dalla Yamaha alla KTM. Senza dimenticare Franco Morbidelli, a cui sta servendo più tempo del previsto per conoscere la M1 dopo un anno in Honda.

Cambiare moto nella classe regina sembra essere sempre più difficile e il caso di Johann, in questo senso, è esemplare. Il francese, dopo le due stagioni sulla M1 satellite di Tech3, sembrava entrato di diritto nel club dei big, ma sono bastate poche gare per precipitarlo in un abisso che ha portato a terminare anticipatamente il contratto con KTM.

Anche Jorge sta facendo scuola, in negativo, su questo argomento. Dopo essere stato fedele a Yamaha per 9 anni, il maiorchino nel 2017 era passato a Ducati. Non aveva avuto vita facile all’inizio, ma comunque era salito sul podio alla 4ª gara, a Jerez. Poi alti e bassi per un anno abbondante, fino a vincere la sfida al Mugello, giusto in tempo per dare l’addio alla Rossa in direzione Honda. Sulla moto giapponese sono stati dolori, in tutti i sensi, sia come risultati che in maniera più letterale a causa dei tanti infortuni.

Ducati, la bestia nera per i nuovi arrivati

Di passaggi traumatici da una moto all’altra ne è piena la storia del motomondiale e la Ducati, negli anni passati, si era conquistata la nomea di bestia nera. Uno dei primi a farne le spese fu Marco Melandri. Il ravennate, nel 2008, chiuse il suo contratto con Borgo Panigale con un anno di anticipo, dopo una stagione in cui non ebbe neanche una soddisfazione sulla Desmosedici.

Lo stesso fece, 6 anni dopo, Cal Crutchlow che, di comune accordo con la Casa, se ne andò alla fine del 2014. Almeno il britannico potè festeggiare un podio prima dell’addio. E che dire di Sete Gibernau? Tutti si ricordano della sua avventura in Rosso solo per l’incidente a Barcellona in cui coinvolse il suo compagno di squadra Capirossi, in piena lotta per il titolo. A fine anno lo spagnolo si ritirò, per poi tornare per qualche GP nel 2009, ancora una volta sulla Ducati. Non ebbe molto successo nemmeno Nicky Hayden sulla Desmosedici, rimase sulla moto italiana per 4 anni e salì sul podio solo 3 volte.

Il caso più famoso, però, fu quello di Valentino Rossi. Arrivato a Borgo Panigale con il chiaro intento di vincere il Mondiale, obiettivo per altro raggiunto a pieni voti quando aveva abbandonato la Honda per la Yamaha. Non ebbe lo stesso successo sulla moto italiana, ma il Dottore terminò regolarmente i suoi due anni di contratto.

Non solo la MotoGP riserva brutte sorprese, in 500 fu Marco Lucchinelli a farne le spese quando abbandonò la Suzuki, con cui aveva appena vinto il campionato del mondo del 1981, per la Honda. La NS500 3 cilindri fu una scelta sbagliata per lui e ne pagò le conseguenze.

Lawson il camaleonte del motomondiale

Si potrebbe ancora continuare, ma non questa lista non vuole essere esaustiva, semmai chiarire che non sempre cambiare è la scelta migliore. Anche però la casistica opposta è piena di precedenti.

Abbiamo già citato Valentino che riuscì a portare alla vittoria la Yamaha addirittura alla gara di debutto e non possiamo non ricordare Stoner. Anche Casey vinse alla sua prima gara sulla Ducati e, come Rossi, il titolo fu suo a fine anno. Quando poi tornò alla Honda, ripetè il successo.

Il titolo di pilota più camaleontico, però, forse spetta a Eddie Lawson. Nel 1988 vinse il suo 3° titolo mondiale in 500 sulla Yamaha e l’anno successivo il 4° sulla Honda. Nel 1992 lo troviamo poi sulla Cagiva a cui regalò la prima vittoria in classe regina.

Ci piace anche ricordare Giacomo Agostini, che dopo l’epopea in MV Agusta vinse con Yamaha sia in 350 e in 500. Per tornare a giorni più vicini, non face male a cambiare nemmeno Maverick Vinales: lasciata la Suzuki, nel 2017 vinse le sue prime due gare sulla M1. Salvo poi non riuscire a ripetere l’exploit.

Da Roberts a Schwantz. Cambiare? No, grazie

C’è però anche un terzo gruppo di piloti, quello delle cosiddette bandiere, fedeli a un marchio. Limitandosi a citarne uno per marca, non si possono dimenticare Kenny Roberts per la Yamaha, Kevin Schwantz per la Suzuki e Mick Doohan per la Honda. Nessuno può obiettare sulla grandezza di uno di questi nomi e tutti hanno scelto di non cambiare moto, infischiandosene di chi sostiene che il campione vero deve vincere con du moto diverse.

Alla fine di questo (per nulla esaustivo) elenco, viene spontanea una domanda: a che categoria apparterrà Marc Marquez? Per saperlo, bisognerà aspettare.
 

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