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SBK, Rea, dal "no" alla Honda alla leggenda con Kawasaki

Da bambino Jonathan faceva cross ma sognava la velocità: volevo un titolo, ne ho avuti tre"

SBK: Rea, dal "no" alla Honda alla leggenda con Kawasaki

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Il ringraziamento più sentito e sincero Jonathan Rea, lo ha rivolto alla sua famiglia, sempre con lui e vicino dagli esordi sulla minicross, sino al terzo titolo consecutivo, giunto oggi a Magny-Cours, con 5 gare d’anticipo, alla fine di una corsa nettamente dominata, in lungo ed il largo, come molte altre, quest’anno.

Tre Campionati Mondiali vinti per entrare nella storia e diventare leggenda, proprio come ha fatto l’australiano Troy Bayliss che con il nordirlandese della verde Kawasaki condivide non solo il numero di titoli, ma anche lo stile di vita: Troy si portava con sé moglie e figli nel paddock e Johnny fa lo stesso, dimostrando che essere vincenti e numero 1, può conciliarsi con l’essere dedicato alla famiglia. 

Eppure, prima di divenire il Numero 1, il giovane Rea si era presentato in Superbike in toni minori, quasi timidi e schivi: il suo esordio con la Supersport avvenne nel 2008, stagione disputata con la Honda CBR del team Ten Kate, al quale regalò 3 vittorie, sino al debutto con la Superbike nell’ultimo round stagionale a Portimao, dove il sempre a testa bassa Rea conquistò un piazzamento da prima fila ed un stupefacente quarto posto nella prima manche, impressionando tutti con le proprie doti di coraggio.

Di coraggio Jonathan ne ha sempre avuto, ed il primo “No, thanks” fu nei confronti delle gare stradali, molto popolari nella sua terra d’origine; pur innamorato delle Road Races, Johnny rifiutò una possibile carriera nei pericolosi circuiti cittadini, diventando quasi un eretico per un popolo che, seppur in silenzio, fatica ad accettare la mancata indipendenza, continuando a mantenere salde le storiche tradizioni.

Il secondo atto di coraggio Rea lo manifestò a fine 2014, quando voltò (forse) definitivamente le spalle al gigante Honda, dopo troppe promesse ricevute, mai mantenute dalla Casa di Tokyo… 15 le singole gare Mondiali vinte dal numero 65 in sella alla non irresistibile e poco competitiva CBR Fireblade, una 8 Ore di Suzuka e diversi infortuni rimediati; Johnny, nei giorni giusti, fu in grado di battere gente come Max Biaggi, Ben Spies, Carlos Checa, Marco Melandri, Noriyuki Haga, piloti che hanno ottenuto titoli e gare nella 500 ed in MotoGP, categoria che il nordirlandese assaggiò in un paio di occasioni, sostituendo Casey Stoner sulla Honda HRC, senza avere, però, una vera e concreta chance di poter essere competitivo nel Motomondiale.

Proprio lo scarso aiuto della HRC dette la spinta a Rea di cambiare: stufo di guidare costantemente sempre al limite e a rischio di caduta accettò l’offerta arrivata dal team Kawasaki, già vittorioso con Sykes nel Campionato 2013.

Entrando nella squadra spagnola Provec, Rea aveva una certezza ma anche un dubbio: ok, nel team verde il nordirlandese avrebbe potuto disporre di un mezzo realmente ufficiale e vincente -la Ninja ZX10R -ma, appunto, già vittoriosa con il rivale inglese Tom Sykes, molto amato dalla squadra direttamente collegata ad Akashi. Invece, nessuna storia, nessun dubbio, Rea inizia a vincere le gare, diventando un cannibale in ogni round iridato, portando a casa, con il successo di oggi in Francia, 3 Campionati Mondiali e 50 vittorie di tappa, che lo avvicinano inesorabilmente a Bayliss fermo a 52 ed al record di Carl “The King” Fogarty, detentore di 4 titoli e ben 59 vittorie.

Il suo numero 65, non è stato dimenticato ma incurante del marketing e della scaramanzia, Jonathan continua a preferirgli il numero 1, che sfoggia con orgoglio sulla sua Kawasaki ufficiale, una moto perfettamente messa punto dalla sua squadra e che Rea sa meglio di tutti portare al limite: su pista asciutta o bagnata, il Cannibale sa interpretare al meglio come stare in sella, a volte preciso e composto, altre apparentemente disordinato ma altrettanto efficace, sia nel giro secco che nel corpo a corpo.

Definito (erroneamente) un robot privo di emozioni, Rea palesò, per la prima ed unica volta, paura e sconforto dopo aver incolpevolmente investito il rivale Chaz Davies a Misano. Johnny in quella iccasione aveva l’espressione sconvolta, ritornata serena dopo aver visto il gallese definitivamente fuori pericolo.

Alla fine della prima gara del weekend francese, dopo averlo visto esultare molto moderatamente e piuttosto commosso: “quando ero bambino, sognavo di vincere un titolo Mondiale -ha svelato sotto al podio- e, averne vinti addirittura tre, per me è davvero incredibile ” abbiamo avuto la certezza che, nella sua casa di Castletown, sull’Isola di Man (luogo da lui molto amato, spesso Johnny aiuta il suo amico Keith Amor durante il weekend del TT, in veste di meccanico) il nordirlandese stia fissando al muro altre capaci e capienti mensole, dove poter appoggiare i prossimi trofei che alzerà al cielo.

 

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