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SBK, Brookes: "La 8 Ore di Suzuka? Più difficile del Tourist Trophy"

"Al TT si guida con riserva. Nella gara giapponese gli avversari sono agguerriti, in sella a moto ufficiali; per stare davanti bisogna spingere al 100% dal primo all'ultimo minuto"

Brookes: "La 8 Ore di Suzuka? Più difficile del Tourist Trophy"

Oltre al facoltoso “figlio di papà” Karel Abraham, il team Milwaukee BMW SBK schiera in questo 2016 il bizzoso australiano Joshua Brookes, campione British Superbike lo scorso anno, quando corse con gli stessi colori dello sponsor ma in sella alla Yamaha R1.

Il 33enne pilota di Sidney sta vivendo una stagione in sordina, arrancando a centro gruppo, in una categoria, la SBK, in cui il mezzo meccanico conta molto: “La nostra BMW è una buona moto, più che altro a noi manca esperienza su questo modello, le gomme Pirelli del mondiale sono diverse da quelle del campionato inglese e non conosciamo le piste; ecco perché siamo in difficoltà, non è una questione di capacità ma di tempo per conoscere le cose”.

Sei sempre stato veloce, in effetti, ti ricordiamo vincitore nel 2004 nella gara del mondiale Supersport, dove, al debutto da wild card, mettesti tutti in riga…

Sì, meno male che qualcuno si ricorda! La mia Honda CBR 600 non era al livello delle ufficiali del mondiale ma io ho saputo sfruttare la conoscenza di Phillip Island, riuscendo a vincere. Bè, qualche rischio me lo sono concesso, lo ammetto”.

Dopo diverse stagioni “zingare” il cui Joshua ha corso con diversi team in Superbike, facendosi notare per la sua manetta e per il suo carattere privo di briglie inibitorie, arriva, nel 2008, la seconda vittoria in Supersport, sempre con la Honda CBR 600, nella gara di Donington: “Esatto, fu un altro bel successo, io correvo con il team svedese Stiggy, eravamo in diversi australiani in quella stagione ed il campionato fu vinto da Andrew Pitt, mentre io arrivai terzo”.

Fu poi il campionato inglese Superbike, il BSB, ad accogliere Brookes tra i suoi partecipanti; un ambiente perfetto per uno spericolato come lui che, non contento, nel 2013 sbarcò sull’Isola di Man per correre la più folle delle gare, il Tourist Trophy, in sella alla Suzuki GSX-R 1000 del team Tyco: “Volevo assolutamente vivere quella esperienza. Volevo vedere a che livello avrei potuto essere in mezzo a quegli specialisti e per arrivare pronto alla competizione mi sono studiato il circuito stradale, di giorno in moto e di notte in auto. Avrò percorso centinaia di giri in qualsiasi condizione, sino alla noia”.

Noia che si è trasformata in adrenalina pura: Joshua fu il debuttante più veloce di sempre sino alla edizione del 2013 e sia in quella stagione che nel 2014 portò la sua Suzuki tra le prime 10 classificate, a dimostrazione di come il pilota australiano ami le sfide particolari e di quanto il suo spirito sia libero da ogni convenzione: “il TT fu una grande esperienza, sono felicissimo di aver corso lì. La gente spesso mi chiede se io avessi paura di farmi male, ma non fu così”.

Appunto, te lo richiedo: hai avuto paura di incappare in un incidente grave o fatale?

No, io penso che tutto sia legato al destino. Se dovrà essere il tuo momento, lo sarà e basta. Ovviamente, con ciò non intendo dire che l’aspetto sicurezza non sia importante, anzi, è fondamentale. Però, come abbiamo visto di recente, se deve accadere, accade. Sarà anche una visione di vita differente, una mentalità diversa, io sono un fatalista e preferisco correre con la mente libera”.

Comprensibile, ma ci sarà comunque un segreto per andare forte in quella gara…?!

Ti dirò: non devi spingere al limite, devi tenerti in tasca un margine; diciamo, il 30%. Sì, per andare forte al TT servono, oltre alla conoscenza del tracciato, una buona preparazione fisica, il giusto stile e ben dosato; se sai andare al 70% del potenziale tuo e della tua moto, puoi risultare veloce, guidando pulito e senza forzare dove non serve. In quel modo, ti diverti pure. E ti dirò di più: io al TT vorrei ritornarci”.

Prima, però, hai due impegni di non poco conto: la tua BMW SBK è lontana dal vertice e tra poco correrai alla 8 Ore di Suzuka…

Dunque, la mia moto necessita di sviluppo specialmente nella sezione elettronica e nella parte posteriore dove manca anche la trazione meccanica; come ho già detto prima, ci serve esperienza che a noi manca, aver cambiato moto e gomme non è stato un salto facile, ma stiamo lavorando per avvicinarci ai primi cinque”.

In Giappone correrai, invece, con una Suzuki GSX-R 1000 del team Yoshimura, moto che conosci bene…

Sì, oltre ad aver corso nel BSB e nel TT con quella moto, ci ho già disputato una 8 Ore nel 2013 dove io ed i mei compagni Tsuda ed Aoki (Nobuatsu, ex pilota della classe 500 con Honda e Suzuki) riuscimmo ad arrivare secondi e fu per noi un risultato incredibile, perché quella gara è la più difficile di tutte”.

Ma come? La più difficile non è il TT?

No, la 8 Ore è molto peggio: fa un caldo incredibile in Giappone, c’è umidità, la gara è lunga e piena di insidie; sono quasi tutti team ufficiali quelli presenti, schierati con mezzi che non hanno niente da invidiare al mondiale Superbike, hanno gomme dedicate alla corsa e non è facile trovare un compromesso in sella tra te ed i tuoi compagni, sia per le dimensioni fisiche differenti che per lo stile di guida”.

I compagni di moto di Joshua saranno due, lo stesso Tsuda ed il “nonno” Noriyuki Haga, ingaggiato al posto di Johann Zarco, che ha preferito disertare. Con la ex stella giapponese, già vincitore alla 8 Ore nel 1996 in coppia con Colin Edwards, lo squadrone Yoshimura Suzuki punterà ancora in alto.

Quindi, la 8 Ore ti attende, c’è un segreto per andare forte pure lì?

Sai che prima ti ho detto che al TT devi guidare al 70%, senza forzare, per arrivare lucido in ogni frangente?”

Certo…

Dimentica quel concetto: alla 8 Ore, per essere tra quelli di testa devi andare forte dal primo all’ultimo minuto, senza riserve. Se pensi di tenerti in tasca del margine, significa che hai accumulato un gran vantaggio e lo stai gestendo, oppure che sei lento anni luce dai primi e non ci hai capito niente. A Suzuka si spinge al 100% dal semaforo verde sino alla bandiera a scacchi”.

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