Non era ancora il tempo di internet e dei voli low cost e, quindi, le notizie arrivavano attraverso i giornali e i pochi viaggiatori coraggiosi (e danarosi). Le informazioni circa le corse americane erano, quindi, anche molto romanzate ma la “sostanza” bisogna riconoscerlo era molto interessante.
Si parlava di maximoto a due e quattro tempi che si misuravano tra loro in mitiche sfide, la più conosciuta delle quali era la 200 miglia di Daytona Beach, la gara-evento che si svolgeva prima sulla sabbia della località della Florida e poi sul notissimo circuito permanente teatro anche di grandi imprese automobilistiche.
In Europa i “marziani” americani arrivavano soltanto una volta all’anno per una serie di gare che si svolgevano intorno a Pasqua in Gran Bretagna riunite in una serie denominata Match Anglo-Americano (Transatlantic Trophy). E nelle gare disputate nel corso dei tre eventi c’era un vero e proprio scontro filosofico tra due scuole motociclistiche.
Spinto da alcuni amici, Francesco “Checco” Costa, grande organizzatore di gare e ispiratore della pista di Imola, decise di andare a vedere di cosa si trattasse. Se non sbaglio andò in America e poi in Inghilterra. Alla fine decise che si doveva fare una 200 miglia anche sul circuito del Santerno.
Tra Imola e Borgo Panigale (Bologna) ci sono circa 50 chilometri e in Ducati a qualcuno venne in mente di fare qualcosa, considerando anche che in America c’era qualche bicilindrica che correva.
GLI OTTO UOMINI DI TAGLIONI - Mente ispiratrice di questa operazione fu, ovviamente, l’ingegner Fabio Taglioni, coadiuvato dal suo gruppo di otto collaboratori. In quel periodo la Ducati correva nella 500 con una bicilindrica desmo e qualche particolare fu utilizzato anche per la moto destinata alla 200 miglia di Imola.

Viene adottata una forcella Marzocchi a perno avanzato e grazie ai Dell’Orto PHF 40 ed un nuovo albero a camme, la potenza sale a 84 cavalli. Interventi furono effettuati anche sulle bielle (più leggere di quelle di serie), sulla frizione e sul cambio. La ciclistica viene ulteriormente adeguata.
TEST IMPEGNATIVI - Le prime prove, molto severe tenendo conto della lunghezza della corsa, furono svolte da Bruno Spaggiari e Ermanno Giuliano sul circuito dell’aerodromo di Modena e furono più che incoraggianti. Particolare attenzione fu dedicata agli pneumatici che potevano rappresentare l’anello debole dovendo essere un compromesso tra prestazioni più elevate e durata ridotta rispetto all’endurance ma superiore a una gara di velocità pura.
Ai due piloti italiani fu deciso di affiancare anche un inglese molto veloce, Paul Smart.
Nelle prove ufficiali Spaggiari mette a frutto la piena conoscena del circuito e della moto e stabilisce il miglior tempo in 1’53”22 alla media di 159,805 km/h. Al suo fianco in prima fila si schiera Paul Smart con la seconda Ducati 750, Dave Simmonds con una Kawasaki 500 maggiorata e Giacomo Agostini con la MV Agusta 750 quattro cilindri. Alle loro spalle si schierano le Honda CB 750 Daytona, le Triumph-Koelliker Trident 750, le Norton John Player, le BSA 750, le Suzuki 750 tre cilindri due tempi, ecc.

QUINDICI ANNO DOPO - Come spesso accadeva per la Ducati di allora , quella vittoria era molto in anticipo rispetto alla produzione e le successive accelerazioni nella progettazione di nuovi prodotti non consentirono di poter riversare i benefici di questa vera e propria impresa sulle moto di serie e sulle vendite.
Rimane però la grande prestazione che rappresentò l’inizio di una nuova era che trovò una vera concretizzazione solo quindici anni dopo - ma non bisogna dimenticare la 750 F1 e la 600 Pantah che rappresentarono l’anello di congiunzione tra i due periodi - quando debuttò la 851, una Ducati che ha lasciato un grande segno nelle gare derivate dalla serie, vincendo il primo titolo mondiale nel 1991.