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Alla scoperta di TVS, nel cuore dell’India che cambia

VIDEO - Dal deserto bianco del Gujarat alla fabbrica di Hosur: un viaggio dentro TVS per scoprire da vicino un colosso industriale che in Europa conosciamo ancora troppo poco

Ci sono viaggi che iniziano in un aeroporto e altri che iniziano in un’immagine. Il mio con TVS, in India, è partito così: con una strada che sembra galleggiare nel nulla, nel bianco abbacinante del Rann di Kutch, in Gujarat. La chiamano Road to Heaven, strada per il paradiso, e per una volta non c’è niente di enfatico in questa definizione. Da una parte il deserto, dall’altra il cielo che si confonde con la terra, nel mezzo la sensazione di entrare in un altro ritmo del mondo. È stato il battesimo perfetto per un’avventura cominciata dentro il Rann Utsav, il grande festival del White Rann, un evento fatto di musica, danza, paesaggio e tradizione. Si dorme nelle tende. E sì, “tende” è una parola che lì inganna parecchio, perché il colpo d’occhio è desertico, ma l’accoglienza è vera, calda, sorprendentemente comoda.

In Gujarat, del resto, i colori non sono mai un dettaglio. Lo capisci nel paesaggio, nei tessuti, nei mercati, nelle facce. E lo capisci ancora di più se allarghi lo sguardo al festival dei colori, Holi, che qui ha un’identità tutta sua e spesso viene chiamato Dhuleti. La sera prima c’è l’Holika Dahan, il falò rituale, il giorno dopo arriva l’esplosione di polveri, acqua, festa, incontro. È una celebrazione che in Gujarat conserva un’anima molto popolare, ma che allo stesso tempo racconta bene il carattere della regione: tradizione fortissima, partecipazione collettiva, senso della comunità. È uno di quei momenti in cui l’India si lascia capire non attraverso le spiegazioni, ma attraverso i gesti.

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Poi il viaggio cambia pelle. Dal fascino quasi irreale del nord-ovest indiano si scende verso il Sud, nell’orbita di Bangalore e di Hosur, dove TVS mostra il suo volto meno esotico e più industriale. Ed è qui che si capisce davvero perché questo marchio vada guardato con occhi diversi. Per noi europei TVS è ancora, in fondo, un nome relativamente nuovo, una sigla che comincia a comparire nelle conversazioni di chi segue con attenzione il mercato. In India, invece, è un pezzo di storia industriale. Le radici risalgono al 1911, quando TV Sundram Iyengar avviò un servizio di trasporto con autobus; negli anni Sessanta arrivò la produzione di componenti, nel 1979 il TVS 50 diventò il primo ciclomotore a due posti dell’India, e nel 2013 la partnership con BMW Motorrad diede alla crescita internazionale un’accelerazione decisiva. Non è la parabola improvvisa di un costruttore spuntato dal nulla: è la stratificazione paziente di oltre un secolo di lavoro.

I numeri, allora, aiutano a mettere tutto nella giusta prospettiva. TVS oggi dispone di quattro stabilimenti produttivi, tre in India e uno in Indonesia. Sul fronte industriale e commerciale, il gruppo ha chiuso l’anno fiscale 2024-25 con vendite complessive di 4,744 milioni di veicoli. In più, il marchio parla di oltre 50 milioni di clienti raggiunti nel mondo. In altre parole, non siamo davanti a un costruttore che sogna di diventare grande: siamo davanti a un colosso che in Europa stiamo iniziando a conoscere soltanto adesso.

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La visita in fabbrica è servita soprattutto a questo: a spazzare via una serie di pregiudizi che da lontano vengono quasi automatici. Quando pensi a una grande industria indiana, rischi di immaginare volumi, velocità, magari aggressività produttiva. Quello che ho trovato io, invece, è stato un sistema estremamente organizzato, in cui la tecnologia è ovunque ma non è mai esibita per farsi notare. Lavora. Punto. C’è automazione, c’è integrazione uomo-macchina, c’è una lettura molto precisa delle differenze tra i prodotti destinati ai mercati internazionali e quelli pensati per il mercato interno. E c’è soprattutto una sensazione di metodo: ogni cosa sembra progettata per essere efficiente senza diventare fredda.

Anche quando si passa dai racconti alle cifre, il quadro resta impressionante. TVS dichiara che oltre il 95 per cento del proprio mix energetico totale deriva da fonti rinnovabili; il sito di Hosur opera in regime di Zero Liquid Discharge, tutti i siti produttivi risultano water positive, e tre stabilimenti indiani hanno ottenuto la certificazione zero waste to landfill. Sono dati che non cambiano il fascino di una moto quando la guardi, ma spiegano parecchio sulla serietà industriale di chi la costruisce.

La cosa più sorprendente, però, è che il cuore di questa potenza produttiva non è raccontato soltanto dall’acciaio, dai robot o dai flussi di montaggio. È raccontato anche dal verde. Attorno agli impianti TVS ha costruito negli anni un ecosistema che oggi rappresenta un patrimonio reale di biodiversità: il sito di Hosur è stato indicato come potenziale area di conservazione, mentre nei siti indiani la copertura di foreste coltivate dall’uomo supera il 40 per cento e sostiene centinaia e centinaia di specie, con un ordine di grandezza che sfiora il migliaio tra flora e fauna. È una di quelle immagini che ti restano addosso: la manifattura avanzata che non cancella il paesaggio, ma prova a conviverci.

In sella, tutto questo si traduce in una sensazione molto chiara: TVS non sta più giocando soltanto la partita del rapporto qualità-prezzo. La RR 310, che ormai il marchio propone anche in Europa, ha già il compito di raccontare una sportività accessibile ma curata. La nuova RTX, invece, segna l’ingresso del marchio nell’adventure touring con una piattaforma tecnica che vuole parlare un linguaggio più globale. Il punto, però, al di là della scheda tecnica, è un altro: gli indiani hanno capito benissimo che per convincere il pubblico europeo non basta costare meno. Servono equilibrio, facilità di guida, elettronica credibile, qualità percepita, identità. E la sensazione è che TVS stia lavorando proprio lì.

Alla fine, più ancora della fabbrica, mi porto via il modo in cui questa esperienza mi ha fatto leggere l’India. Un Paese che non ha la nostra fretta, ma ha una direzione potentissima. Un Paese in cui il traffico sembra caos e invece ha una sua logica, in cui i contrasti sono continui ma raramente stonano, in cui convivono il tempio, il mercato, la metropoli tecnologica e il deserto bianco. TVS, in fondo, mi è sembrata esattamente questo: un’azienda che cresce per passi solidi, che non urla per farsi notare, che lavora sulla sostanza e che, proprio per questo, merita di essere osservata con molta più attenzione di quanta gliene abbiamo dedicato finora.

L’India che ho visto non è un mondo “in ritardo” rispetto al nostro. È un mondo che sta arrivando, e forse in certi settori ci ha già superati. E se c’è una cosa che questo viaggio mi ha lasciato addosso è proprio questa: noi europei facciamo un errore ogni volta che guardiamo all’industria indiana con sufficienza. Perché dietro quei cancelli, dietro quelle linee produttive, dietro quel misto di calma e precisione, c’è un’idea di futuro molto più concreta di quanto siamo abituati a pensare.

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Marco Caregnato