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Stefano Saragoni racconta: quando la Dakar era davvero la Parigi-Dakar

VIDEO - Il Sarago ci racconta della prima epica vittoria di Edi Orioli dalla Parigi-Dakar del 1988, con un'epilogo degno di una sceneggiatura per un film di Hollywood

Gennaio, per chi ama i rally raid, ha un suono inconfondibile: quello della Dakar. E ogni volta che arriva questo mese, inevitabilmente torno con la mente a quando la Dakar era la Paris-Dakar. Quella vera, quella che partiva dalla capitale francese e puntava dritta verso Dakar, in Senegal, dopo diecimila chilometri — a volte anche di più — di fatica brutale, sabbia, notti brevi e giorni interminabili. Era una gara capace di entrare sotto pelle. Nel cuore di chi l’ha corsa, certo, ma anche di chi l’ha seguita “soltanto” da fuori. Una volta entrati in quel mondo, non se ne esce più.

Io ho avuto una doppia fortuna: esserci stato e, soprattutto, assistere a un momento che per l’Italia fu storico. La prima vittoria di un pilota italiano alla Paris-Dakar: Edi Orioli, con la Honda del team Italia. Un successo che arrivò in modo quasi surreale, attraverso una concatenazione di eventi che ancora oggi, a ripensarci, sembra scritta da un romanziere. Ero lì con il fotografo Gigi Soldano e con Carlo Florenzano, capo della spedizione italiana. È lui che, in quella circostanza, si ritrovò a pronunciare la frase più incredibile e più bella: “Guarda che la Dakar l’hai vinta tu”.

Prima, però, c’era stata la tappa dell’inferno.

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Mancavano due giorni all’arrivo quando successe tutto. Il giorno prima, la tappa che arrivava a Nouakchott era stata durissima: una di quelle giornate in cui orientarsi diventa un’ossessione e la sabbia non è solo sabbia, ma una trappola — mobile, infida — pronta a risucchiarti e a farti perdere ore, energie, lucidità. Affrontarla da soli era un rischio enorme. E così, senza accordi preventivi, quasi per istinto di sopravvivenza, i primi della classifica decisero di farla insieme.

Orioli, Franco Picco e Gilles Lalay si ritrovarono in un gruppetto che comprendeva anche Mass, Bacou e Gualdi: sei piloti. Sei uomini pronti ad aiutarsi, disposti a tirarsi fuori a vicenda da quell’inferno. Si insabbiarono più volte, si tirarono fuori più volte. Ore a spingere, scavare, recuperare, ripartire. Nove ore di fatica, finché non comparve finalmente il traguardo di Nouakchott.

E lì, ad aspettarli, praticamente non c’era nessuno.

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Solo pochi che — come noi — avevano scelto una strada alternativa, perché seguire il percorso gara con un’auto sarebbe stato impossibile. Gigi Soldano guidava, e l’obiettivo era semplice: arrivare in tempo per vedere passare il vincitore. Solo che quel giorno, di vincitori, ce ne furono sei. Eppure nessuno di loro venne davvero celebrato per l’impresa collettiva che aveva appena compiuto. Insieme a loro arrivò anche un’auto, guidata da Juan Porcar: giornalista, sì, ma anche pilota vero, uno che spingeva forte. E in un’altra Dakar — o con un finale diverso — quella tappa avrebbe potuto cambiare tutto. Avrebbe potuto cambiare persino il vincitore.

Ma al traguardo nessuno sapeva ancora cosa sarebbe successo davvero. I ragazzi, stremati e allo stesso tempo soddisfatti per essere usciti vivi da quella giornata, andarono a dormire presto in un alberghetto minuscolo, cinque o sei stanze, piuttosto malmesso. Restava solo da aspettare l’indomani mattina, perché la verità era che il resto della carovana… non era arrivato. Era ferma, insieme al direttore di gara René Metge, decine e decine di chilometri più indietro.

Si erano fermati molto prima, praticamente a metà della strada che avrebbero dovuto percorrere. Con la carovana bloccata, non c’era una scelta semplice, ma ce n’era una inevitabile: annullare la tappa. E non solo quella. Per forza di cose, si arrivò ad annullare anche la successiva, quella del 21 gennaio, e a portare tutti in carovana fino al traguardo di tappa, riunendo chi era riuscito ad arrivare e chi no.

A quel punto restava soltanto la tappa finale del 22 gennaio: più che una gara, una passerella. Quella che conduce al Lago Rosa, con i piloti che la affrontano con la gioia nel cuore, perché l’impresa è compiuta e Dakar è lì, a un passo. Durante la notte — non ricordo nemmeno con precisione in che modo — a Carlo Florenzano arrivò la comunicazione ufficiale: tappa annullata, tappa successiva annullata. Traduzione: Orioli, che era in testa alla classifica, non poteva più essere superato. Era fatta.

E così, la mattina del 21 gennaio, mancavano due giorni all’arrivo ma la Dakar, di fatto, era già decisa. Noi svegliammo Edi Orioli di primissima mattina per dargli la notizia. Ci prendemmo anche qualche accidente: lui non aveva nessuna voglia di essere buttato giù dal letto. Ma quando gli dicemmo che aveva la certezza matematica della vittoria… ci perdonò seduta stante. Sono momenti che non si dimenticano.

Edi Orioli vinse così la sua prima Dakar con la Honda del team Italia. Poi ne avrebbe vinte altre, e sarebbe entrato nella leggenda di una gara incredibile. Ma quella mattina, in quell’alberghetto, con la luce ancora incerta e la stanchezza addosso a tutti, sembrò di assistere a qualcosa che andava oltre lo sport: la storia che si scrive mentre tu sei lì, per caso e per fortuna, a guardarla da vicino.

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Marco Caregnato