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Ferrari: ottimo debutto, ma quanto c’è di vero nei test di Barcellona?

Shakedown di Barcellona: tempi poco indicativi, contano più giri e affidabilità. Ferrari parte bene e chiude con Hamilton al top, ma i veri valori si vedranno solo nei test ufficiali

FORMULA 1: Ferrari: ottimo debutto, ma quanto c’è di vero nei test di Barcellona?

Barcellona ha dato il via “ufficioso” alla stagione 2026: cinque giornate di shakedown collettivo a porte chiuse, con squadre alternate in pista e un filo conduttore chiarissimo: far funzionare tutto prima ancora di cercare la prestazione. Eppure, proprio perché il regolamento è cambiato in profondità — nuove power unit, nuove logiche di gestione dell’energia e aerodinamica attiva — ogni segnale, anche minimo, pesa più del solito.

La domanda, allora, è inevitabile: la Ferrari che chiude davanti a tutti con Hamilton è un indizio “vero”… o solo una fotografia ingannevole di un test che, per sua natura, inganna?

Prima di entrare nel dettaglio squadra per squadra, una premessa utile: in questo shakedown i tempi vanno letti con le pinze. Programmi di lavoro, carichi di benzina, mappature, gomme, condizioni meteo e perfino la disponibilità di dati parziali rendono le classifiche un riferimento relativo. In un’era tecnica appena nata, contano di più affidabilità, chilometraggio e qualità delle simulazioni.

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Ferrari: si può davvero sperare?

Il debutto della SF-26 è stato costruito con una logica molto “ingegneristica”: checklist, sistemi, affidabilità, raccolta dati. Nel Day-2, condizionato dalla pioggia, il valore non sta nel tempo ma nel lavoro: Ferrari ha insistito sul macinare giri e capire la macchina, più che sul cercare la performance.

Quando la pista ha permesso un programma più “pulito”, Ferrari ha alternato i piloti con continuità. Nel Day-4 la SF-26 ha girato con entrambi: Leclerc ha chiuso con 89 giri, Hamilton con 85. È il tipo di giornata che vale oro in una stagione come questa, perché consente di costruire correlazione tra pista e simulatore e di definire la finestra di utilizzo della vettura.

E arriviamo alla notizia che ha acceso i riflettori: nell’ultima giornata Hamilton è stato il più veloce. È il classico titolo che pesa, perché parliamo dell’uomo simbolo del cambio di ciclo Ferrari e del primo vero termometro pubblico, seppur imperfetto. Ma la prudenza resta obbligatoria: basta che una squadra faccia un run più “leggero” o più aggressivo per ribaltare la classifica.

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Cosa possiamo dire, senza forzare letture? Che Ferrari sembra partita “ordinata”: pochi segnali di caos, tanto lavoro, chilometraggio vero quando è stato possibile, e un picco prestazionale nel finale che — anche se non certifica valori assoluti — suggerisce una base sana. E in un 2026 dove tutti hanno ricominciato da un foglio quasi bianco, partire bene è già metà del lavoro.

Mercedes e Red Bull: cambio di passo per la Stella

Se c’è una squadra che esce dallo shakedown con un messaggio forte (e non solo cronometrico) è Mercedes: quantità e metodo. Il punto è semplice: in un cambio regolamentare così grande, chi riesce a girare tanto, con costanza e senza intoppi, costruisce un vantaggio enorme.

Giornate come il Day-3 e il Day-4 raccontano di una squadra già “dentro” la nuova generazione: tanti giri con entrambi i piloti e una sensazione di piattaforma tecnica stabile. Questo non significa automaticamente essere davanti in Australia, ma significa arrivare ai test ufficiali con una base più chiara di assetti, procedure e gestione energia.

Red Bull ha vissuto uno shakedown a “onde”, anche per meteo e alternanza di programma. Ha mostrato lampi, ma anche momenti più complessi: il Day-2, con poche vetture in pista e un incidente nel finale per Hadjar, ha ridotto la continuità del lavoro. In questa fase però c’è una lettura da tenere a mente: meglio far emergere adesso i problemi e “stressare” un pacchetto nuovo, che scoprire fragilità al primo GP.

Con una power unit profondamente diversa rispetto al passato recente, la priorità di Red Bull è chiara: integrazione e affidabilità. Se questi due aspetti saranno a posto, il resto — storicamente — lo sanno costruire.

McLaren e Aston Martin: non si è visto quasi nulla

McLaren ha scelto un avvio pragmatico, entrando in scena più tardi e concentrandosi soprattutto sulla raccolta dati. Norris ha macinato chilometri e la sensazione è che ci sia una base competitiva, ma un intoppo tecnico ha limitato parte del programma e, in una fase in cui ogni giro vale doppio, questi contrattempi hanno un peso specifico maggiore rispetto a una stagione “normale”.

Aston Martin è stata la grande curiosità, ma anche l’enigma più fitto: troppo pochi giri per giudicare il potenziale del nuovo gioiello di Adrian Newey. Il debutto è stato condizionato da un problema tecnico che ha interrotto rapidamente il lavoro, e questo sposta tutto sui test ufficiali. In una stagione come la 2026, perdere chilometraggio all’inizio significa inseguire sul fronte più importante: capire la macchina e costruire correlazione.

Tutti gli altri, tranne Williams!

Alpine ha lavorato in modo concreto: tanta pista, tanto apprendimento, focus sulla solidità del pacchetto. Non è uscita con i titoli più rumorosi, ma ha fatto una cosa preziosa per un cambio d’era: accumulare chilometri e routine operative. Se la base è buona, l’effetto “reset regolamentare” può essere una chance per avvicinarsi ai migliori.

Haas ha impostato lo shakedown con un obiettivo chiaro: mettere insieme una piattaforma affidabile e un programma pulito. In questi test non ufficiali, per un team di metà gruppo conta più la qualità delle prove che la classifica di giornata. Il bilancio, in questo senso, è positivo: metodo e operatività sembrano esserci.

Racing Bulls ha alternato piloti e giornate, lavorando soprattutto su messa a punto e familiarizzazione con una vettura che richiederà un “linguaggio” nuovo: gestione energia, finestre aero diverse e procedure più complesse. Se riusciranno a costruire una macchina stabile e prevedibile, possono diventare un cliente scomodo a metà schieramento.

Audi è uno dei progetti dove lo shakedown ha mostrato più chiaramente la fatica del cambio di era e del debutto assoluto: qualche difficoltà iniziale, poi segnali di stabilizzazione. È normale per una power unit nuova e per processi di lavoro nuovi. Il potenziale vero resta un rebus, perché la differenza tra “ci siamo quasi” e “siamo in crisi” può essere nascosta dietro un solo componente.

Per Cadillac l’obiettivo non è stato certo “fare il titolo”. È stato un test di sistema: procedure, affidabilità, integrazione e un primo approccio alla gestione dei parametri 2026. È il tipo di lavoro che non fa rumore ma decide la stagione nelle prime gare, quando i problemi piccoli diventano ritiri e punti persi.

Williams ha scelto (o dovuto scegliere) di non essere presente a Barcellona. Questo significa che tutto si sposterà sui test ufficiali: recuperare chilometri rapidamente sarà fondamentale, perché nel 2026 la curva di apprendimento è più ripida e chi parte tardi rischia di pagare interessi immediati.

Quindi: quanto c’è di vero nel “segnale Ferrari”?

La risposta più corretta è: abbastanza per essere incoraggiante, non abbastanza per fare previsioni. Incoraggiante, perché Ferrari ha mostrato un avvio con logica, chilometraggio, continuità e un acuto finale che — anche in un contesto pieno di variabili — non arriva per caso. Non sufficiente per fare previsioni, perché in un regolamento nuovo la performance vera emerge solo quando tutti eseguono programmi comparabili e iniziano a spingere davvero.

Ma se Barcellona lascia un messaggio, è questo: lo status quo è attaccabile. E Ferrari, almeno per come si è presentata al primo appuntamento dell’anno, sembra aver iniziato con l’atteggiamento giusto.

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Marco Caregnato