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Alex Zanardi e il sorpasso impossibile: così nacque la leggenda di “The Pass”

VIDEO - Nel giorno del ricordo, torniamo a una delle manovre più incredibili della carriera di Alex: il sorpasso a Brian Herta nel Corkscrew di Laguna Seca, nel 1996

Ci sono piloti che si ricordano per i numeri. Le vittorie, i titoli, le pole position, le statistiche. E poi ci sono piloti che restano nella memoria per un gesto, per un istante, per una traiettoria che nessuno aveva immaginato prima.

Alex Zanardi apparteneva a questa seconda categoria. Anche se, a guardare bene, i numeri li aveva eccome.

Pilota di Formula 1, due volte campione CART negli Stati Uniti, poi campione paralimpico capace di riscrivere la propria vita dopo il terribile incidente del Lausitzring del 2001, quando perse entrambe le gambe in un impatto spaventoso durante una gara di Champ Car. Da lì, Alex non si limitò a sopravvivere: tornò a correre, tornò a competere, tornò a vincere. Cambiò mezzo, non cambiò anima.

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Per ricordarlo, però, non vogliamo partire dalla fine. Non sarebbe giusto. Non per uno come lui. Vogliamo partire da una curva.

Laguna Seca, California. Colline di Monterey. Una pista entrata nella leggenda del motorsport soprattutto per un punto: il Corkscrew, il Cavatappi. Una sinistra-destra cieca, in discesa, preceduta da una salita violenta. Arrivi in cima, punti la macchina verso un tratto che sembra sparire sotto le ruote, poi ti butti giù. Più che una curva, una prova di fede.

È lì che, nel 1996, Zanardi firmò una delle manovre più celebri della storia delle corse americane. Non “un” sorpasso. “The Pass”. Il sorpasso.

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La stagione era quella del suo debutto nel campionato CART con il team Chip Ganassi. Alex arrivava dall’Europa, da un’esperienza in Formula 1 che non gli aveva dato ciò che il suo talento meritava. In America trovò una seconda possibilità, ma anche un mondo nuovo: piste sconosciute, ovali complicatissimi, avversari duri, macchine brutali.

Le monoposto CART di quegli anni erano mostri da oltre 800 cavalli, pesanti, velocissime, spettacolari. Non avevano la raffinatezza aristocratica della Formula 1 europea, ma avevano un’anima selvaggia. Erano macchine da domare, più che da guidare.

All’inizio Zanardi faticò, soprattutto sugli ovali. Poi arrivò Portland. Pole position, vittoria e giro veloce. Un hat trick con cui Alex si presentò davvero al pubblico americano. Da lì in avanti la sua stagione cambiò volto: vittorie, podi, pole position, fino all’ultima tappa del campionato. Laguna Seca.

Zanardi quel circuito lo conosceva pochissimo. Ma questo, per lui, non era mai stato un buon motivo per sentirsi battuto. Fece la pole position e in gara sembrò avere tutto sotto controllo. Poi Brian Herta, americano, veloce, solido, riuscì a passarlo dopo il primo pit stop.

Da quel momento Alex dovette inseguire.

Spinse, recuperò, si riavvicinò. Ma a cinque giri dalla fine andò largo alla curva Rainey e la vittoria sembrò scivolare definitivamente verso Herta. All’ultimo passaggio sul traguardo, prima della bandiera a scacchi, il distacco era ancora di circa un secondo. Troppo, apparentemente. Soprattutto su una pista come Laguna Seca, contro un pilota che non aveva nessuna intenzione di concedere spazio.

Ma “apparentemente” è una parola importante, quando si parla di Zanardi.

Perché Alex era uno di quei piloti capaci di vedere una possibilità dove gli altri vedevano soltanto un muro. Una fessura dove gli altri vedevano una porta chiusa. Una traiettoria dove gli altri vedevano il vuoto.

Le due vetture si arrampicarono verso il Corkscrew. Herta davanti. Zanardi dietro. Mancavano poche curve alla fine. Tutto diceva che non ci sarebbe stato spazio. Tutto diceva che la gara era finita. Alex decise che non era vero.

Staccò tardissimo, si infilò all’interno, oltre il cordolo, oltre la linea, oltre ciò che sembrava ragionevole. Herta provò a difendersi, ma ormai Alex era lì. Dentro. Davanti. Oltre.

La sua Reynard rossa scese nel Cavatappi come se avesse trovato una strada invisibile. Una traiettoria impossibile, appunto. Una di quelle manovre che, se non riescono, diventano follia. Se riescono, diventano storia. E quella diventò storia.

Zanardi tagliò il traguardo per primo, lasciando Herta alle sue spalle e consegnando al pubblico americano un’immagine destinata a restare. Non soltanto per la spettacolarità del gesto, ma per ciò che quel gesto raccontava di lui.

La fame. L’istinto. La lucidità. Il coraggio. La capacità di non accettare il limite come qualcosa di definitivo.

In fondo, dentro quel sorpasso, c’era già tutto Alex Zanardi.

C’era il pilota che non si accontentava. C’era l’uomo che cercava sempre un modo per rimettersi in gioco. C’era il talento capace di trasformare una gara persa in una vittoria. C’era quella strana, meravigliosa ostinazione che anni dopo avrebbe assunto un significato ancora più grande.

Perché dopo il Lausitzring, quando la vita gli presentò una sfida infinitamente più dura di qualunque curva, Alex fece ancora una volta ciò che aveva sempre fatto: cercò una traiettoria.

Non quella più facile. Non quella già segnata. La sua.

Tornò a guidare con comandi adattati. Poi scoprì la handbike. Divenne campione paralimpico, vinse ori, conquistò titoli mondiali, ispirò milioni di persone. Il tutto senza perdere quel sorriso che, forse più di ogni vittoria, è diventato il suo marchio. 

Per questo “The Pass” non è soltanto un sorpasso da cineteca. È una metafora.

È il momento in cui un uomo decide che il possibile non basta. È il gesto di chi guarda un punto della pista in cui nessuno passerebbe e pensa: “Perché no?”. È la rappresentazione perfetta di ciò che Zanardi è stato nello sport e nella vita.

Un uomo capace di entrare dove sembrava non esserci spazio. Nelle curve. Nelle gare. Nel destino.

Oggi lo ricordiamo così: non per l’ultima pagina, ma per tutte quelle che ha scritto prima. E tra queste, quella di Laguna Seca resta una delle più luminose.

Perché in quel Cavatappi, in quel sorpasso, in quella traiettoria impossibile, c’è ancora Alex Zanardi. All’attacco. Con il cuore oltre il limite. E con quella capacità, tutta sua, di farci credere che l’impossibile sia soltanto una strada che nessuno ha ancora avuto il coraggio di provare.

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Marco Caregnato