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Bedon: “Quando c’era Rossi tutti motociclisti, adesso tutti tennisti"

L'INTERVISTA - PARTE2. Il Project Manager di Fantic: "L'Italia non produce più talenti? Non può fare tutto Valentino. Nel 2025 abbiamo perso il titolo piloti per le partenze. Canet non si è trovato con il telaio 2025. Cosa cerco in un pilota? L'umiltà e la disperazione"

Moto2: Bedon: “Quando c’era Rossi tutti motociclisti, adesso tutti tennisti"

Con i motori fermi per la pausa invernale, abbiamo sfruttato questi giorni per condividere una lunga chiacchierata con Stefano Bedon, Project Manager del team Fantic. Sabato abbiamo pubblicato la prima parte nella quale si è trattato in modo approfondito il tema dell’ingresso di Liberty Media, delle differenze che separano il mondo dell’auto dal mondo delle moto e degli scenari di trasformazione che questa svolta aprirà per le classi minori, rischi annessi.

Ma il team Fantic nel 2025 è stata la squadra Campione del Mondo di Moto2, pertanto non potevamo evitare un affondo sulla stagione appena conclusa e mettere un po' il naso in quella nuova. Accanto a Barry Baltus, Bedon ritroverà Tony Arbolino, con cui aveva condiviso gli anni dell’esperienza in Snipers. L’italiano viene da una stagione difficile con la Boscoscuro del Team Pramac e tornerà sulla sella della Kalex lasciata libera da Aron Canet, passato in Marc VDS. Obiettivo? Riuscire a vincere quello che quest’anno è mancato: il mondiale piloti.

“Perché abbiamo perso il mondiale piloti? - comincia Bedon rispondendo alla nostra punzecchiatura – Noi abbiamo una squadra fortissima, dallo staff ai piloti. Il titolo lo abbiamo perso per le partenze. E’ inutile andare a parlare di psicologia e quant’altro. In Moto2 è tutto iper-compresso, le moto sono estremamente simili, tra il primo e l’ultimo ballano solo pochi decimi. Quando parti male e ti ritrovi ventesimo poi non recuperi più. Sia Aron [Canet] che Barry [Baltus] spesso non hanno indovinato lo start, abbiamo cercato di migliorare ma non l’abbiamo fatto abbastanza. Su tutto il resto non c’è nulla da toccare. Dobbiamo andare in uno spiazzale e fare le prova di partenza, anche in bici o in scooter!”, ironizza il manager.

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Canet, dice, ha sofferto l’evoluzione del telaio. A un certo punto della stagione è tornato dal modello 2025 a quello 2024.
“Se tutto fosse rimasto congelato allo scorso anno, Aron probabilmente avrebbe vinto il titolo. Con il telaio 2024 era imbattibile. Nel 2025 è invece arrivato un telaio diverso, con più grip, e per gli altri piloti è diventato più facile guidare. A lui però piaceva lo stile di guida che permetteva il telaio 2024 ed è voluto tornare su quello. Però il telaio 2025 aveva un potenziale più alto, quindi è successo che i suoi rivali hanno fatto uno step mentre lui non l’ha fatto. Pur andando al massimo con il modello del 2024, non è riuscito colmare il gap tecnico con il telaio 2025”.

Nel 2026 il team Fantic vedrà nella sua line-up la conferma di Barry Baltus e l’arrivo di Arbolino. Per te quello di Tony è più un ritorno, ai tempi del team Snipers in Moto3. Contento di questo ricongiungimento?
“Barry l’anno scorso non lo voleva quasi nessuno. Io ho scommesso e ci ho preso, perché si è rivelato un pilota di prima fascia (7 podi e 16 piazzamenti in top10). Per quanto riguarda Tony, quest’anno probabilmente non è riuscito a capire la Boscoscuro. Ma rimesso sulla Kalex, nei test di Jerez è andato subito fortissimo senza toccare chissà che. Con la moto fa quello che vuole e questo lo ha tranquillizzato. Era fondamentale che ritrovasse fiducia prima di affrontare l’inverno. Appena rientrato ha chiamato tutti felicissimo perché la squadra è affiatata come una famiglia e si è trovato benissimo”.

Lo avete rigenerato con un solo test dopo un 2025 abbastanza difficile.
“Ti faccio un esempio per farti capire Tony: lui è come un surfista, se sta sopra l’onda è quasi invincibile, se cade dall’onda inizia a farsi mille domande che prima di ritirarsi su, lo portano ancora più giù. . Noi dobbiamo saperlo tenere per tutta la stagione sulla cresta. L’obiettivo dev’essere quello di vincere il mondiale piloti, e di lance ne abbiamo due”.

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E chi vedi come avversari principali per il titolo?
“Le due lance di Aspar, Alonso e Holgado. Sono giovani, grintosi e belli forti. Aspar ha la cultura delle corse dentro e li fa crescere come campioni sin da piccoli”.

Dopo 30 anni passati per le piste, a osservare e scovare pilota, c’è un tratto specifico, una cifra caratteristica che quando la vedi in un pilota pensi “ok, qui c’è del potenziale inespresso da tirare fuori”?
“Si, ma te ne posso dire solo alcuni! Secondo me quelli che vanno forte li vedi prima di tutto per l’umiltà. Uno che si sente già arrivato, non ha più l’obiettivo. Poi ho imparato che molti vanno forte per disperazione, per la disperazione della vita che hanno avuto alle spalle. La disperazione ti dà forza d’animo, quella carica non te la inietta nient’altro. Guarda Stoner, i suoi si sono venduti tutto quello che avevano, giravano in roulotte per farlo correre, e poi lui li ha ripagati appena ha potuto. Ma ce ne sono tanti così. Tanti che sono lì e che nessuno li vede, magari perché sono nelle retrovie, ma magari ci stanno perché non sono nelle condizioni di esprimersi. Poi li metti nelle condizioni di andar forte e decollano. Bisogna vedere la vicenda umana che un pilota si porta dietro, quanto sono disposti a sacrificarsi ancora per raggiungere l’obiettivo. E poi c’è il talento, che però da tanti anni non basta più, dev’essere accostato alla preparazione”.

Credi che l’Italia sia entrata in una fase di stagnazione nella produzione e scoperta di talenti?
“Per un po' avremo un popolo di tennisti. Quando c’era Valentino tutti motociclisti, adesso tutti tennisti. La gente vuole vedere l’eroe, non vuole vedere la fatica che c’è dietro. Noi siamo un popolo di grande estro e talento, versatili, ma siamo completamente incapaci di fare gruppo per crescere, cosa che invece in Spagna è riuscita. Noi non riusciamo a creare comunità e questo ci ha messo decisamente in crisi. Lode a quello che ha fatto la VR46 ma non basta, non ci si può affidare solo all’iniziativa del singolo”.

 

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Gianluigi Mazza