Cormac Buchanan è pronto a ripartire. Il giovane neozelandese di Invercargill sta tornando in Spagna con un obiettivo preciso: non essere più soltanto una promessa del Mondiale Moto3, ma confermarsi e guadagnarsi stabilmente spazio in una categoria dove ogni weekend è una battaglia. Per lui sarà la seconda stagione con BOE Motorsports, dentro un campionato lungo e massacrante: 22 gare in 18 Paesi, da febbraio a novembre.
Dopo un finale di 2025 complicato, Buchanan racconta di aver avuto bisogno prima di staccare davvero, poi di ricominciare a costruire con metodo. "Onestamente, è stato bello non fare nulla per le prime due settimane. Avevo davvero bisogno di quella pausa - ha raccontato a mcnews.com.au - mi serviva tempo per resettare", spiega. Poi però il cambio di marcia: "Dopo la pausa imposta dal mio allenatore ero pronto a dare tutto e a non lasciare nulla di intentato".
Il lavoro fatto in Nuova Zelanda, tra allenamenti e qualche uscita in pista, è servito soprattutto a farsi trovare pronto quando tornerà nel cuore del paddock europeo. "Fisicamente mi sento nella miglior forma di sempre. Ora l’obiettivo è aumentare ulteriormente la componente del feeling con la moto quando rientro in Spagna", racconta, lasciando intendere che il vero salto dovrà arrivare nella confidenza e nella costanza sul passo gara.
Le occasioni per correre “a casa” non sono state molte, ma sufficienti per riaccendere la scintilla. Buchanan dice che l’ambiente neozelandese gli dà sempre qualcosa in più: "C’è qualcosa di speciale nell’atmosfera e nella camaraderie del paddock kiwi". E anche quando il contesto non è quello del Mondiale, la mentalità resta la stessa: "Ho sentito che fosse importante trattarlo come un campionato di alto livello… perché è questo che fa la differenza: correre sempre in modo spietato".
I numeri del suo anno da rookie parlano di un debutto promettente: 32 punti, tre top 10, nove accessi in Q2 e un nono posto al Sachsenring a meno di due secondi dalla vittoria. Poi però l’infortunio al ginocchio a Brno ha frenato la crescita e reso più complicata la seconda metà di stagione, proprio quando serviva continuità.
Ora, però, Buchanan si presenta con un’altra consapevolezza. "Entrando nella nuova stagione, quell’intimidazione che spesso provi da rookie è sparita. Mi merito il mio posto nel mondiale", dice, rivendicando con orgoglio anche il peso simbolico della sua presenza: "La Nuova Zelanda merita di avere un kiwi nel mondiale: sono determinato a dimostrarlo".
Ricordiamo fra i piloti neozelandesi che hanno fatto la storia del motomondiale Graeme 'Croz' Crosby, 2° nel mondiale della classe 500 nel 1982 con la Yamaha del team Agostini e, prima di lui lo sfortunato Kim Newcombe che nel 1973 con un quattro cilindri longitudinale boxer per fuoribordo König, sfiorò il mondiale della mezzo litro alle spalle di Phil Read e davanti a Giacomo Agostini, entrambi su MVAgusta. Kim rimase ucciso in un incidente a Silverstone nel corso di una gara non titolata. Fra i pionieri Hugh Anderson: campione del mondo 50cc (1963) e 125cc (1963 e 1965) con Suzuki, è tra i neozelandesi più vincenti nella storia del Motomondiale. Attualmente nel paddock della MotoGP c'è l'ex pilota della 500, ex commentatore Dorna, Simon Crafar, nell'importante ruolo che è stato di Freddie Spencer.
E c’è un elemento di contesto che rende questa storia ancora più significativa: come è noto, Dorna e Liberty Media stanno cercando un numero maggiore di piloti extraeuropei, e in particolare figure capaci di rompere l’asse dominante Spagna–Italia. In un paddock che da anni parla soprattutto quelle due lingue, profili come Buchanan diventano ancora più importanti anche in ottica futura, perché portano mercati, pubblico e identità nuove dentro il Motomondiale.