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Lunetta: "Ho sentito la pressione di portare il 58 nella squadra di Simoncelli"

L'INTERVISTA (parte 1) - "Sentivo di avere gli occhi di tutti addosso, ma era giusto così. E' con me dagli inizi, quando anche mio padre cercò di farmi cambiare idea. Correndo con Simoncelli ho realizzato un sogno. Ora sono più consapevole, ho visto in faccia il bello e il brutto di questo sport, e ne vale la pena"

Moto2: Lunetta: "Ho sentito la pressione di portare il 58 nella squadra di Simoncelli"

Ogni numero di gara porta con sè una storia, ma ce n'è uno che di storie ne accompagna più d'una. Il 58 che Luca Lunetta porta con fierezza e rispetto sin da bambino sulla propria moto è più di un semplice numero, sfocia nel mito e nella storia di questo sport. La scelta di Luca di associare la propria carriera a questo numero, il numero di Marco Simoncelli, ha radici nell'innocenza e nella passione e col marketing non c'entra nulla, è una identità propria: "Mio padre provò a farmi cambiare idea, ma io ero convinto e l'ho tenuto", ci confessa Luca ripercorrendo i suoi ricordi. L'arrivo del 58, o per meglio dire il suo ritorno, nel mondiale ha quindi giustamente focalizzato le attenzioni di tifosi e appassionati. Il suo "ritorno a casa" nel team di Paolo Simoncelli ha poi aggiunto ancora più vigore ad una storia che ha tutto il fascino dell'essenza vera del motorsport. A distanza di due anni dal suo debutto nella moto3,  il giovane pilota di origini romane affronta ora un'altra avventura, un'altra sfida: quella in Moto2 nel team SpeedRS di Boscoscuro. Luca Lunetta in questa intervista ripercorre così questa prima fase della sua carriera, tra successi, incertezze e lezioni da non dimenticare.

Questa stagione esordirai in Moto2, ne hai fatta di strada da quando da piccolo hai scelto le due ruote al golf.
"(Ride) Non sarebbe stato malissimo! - esordisce Lunetta - ho tutto il rispetto per i golfisti, ma sono super grato di fare ciò che faccio, sono super contento, una delle persone più fortunate di questo pianeta. Inseguire il proprio sogno è la cosa più bella. Ci sono sempre pro e contro, non è uno sport facile, è pericoloso ma alla fine lo devi accettare. Se lo fai poi ti può offrire tantissimo. Quando scendo dalla moto sono felice, le emozioni che mi dà il correre in moto sono impagabili".

Cosa ti porti dietro di questi due anni in Moto3?
"Quest'ultima stagione è stata un po' difficile, abbiamo avuto alcune situazioni che non mi hanno mai permesso di performare al meglio. In realtà sono stati due anni in cui mi sono divertito, in cui ho coronato il mio sogno che avevo fin da piccolo, quello di correre nel mondiale. Di questo periodo non mi recrimino nulla, assolutamente. Sono stati due anni di emozioni uniche, fatti di alti e bassi certo, perchè come per ogni cosa il mondiale non è per niente facile, il livello è altissimo. In ogni weekend ti confronti con piloti di altissimo livello, con la pressione della gare. Sei sotto gli occhi di tutti correndo nel mondiale, non è più come al Junior o al Cev, che comunque è un campionato di altissimo livello. Il mondiale è diverso, ci sono tante cose nuove".

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Il tuo percorso nel mondiale è iniziato con una bella storia, con la scelta di riportare il 58 nel team di Simoncelli, che esperienza è stata?
"Il mio sogno da piccolo era correre nel mondiale Moto3. Da piccolo andavo a vedere il CIV e la moto3 mi affascinava, forse perchè vedere ragazzi così giovani poteva essere un obiettivo reale. Ora quel sogno è diventato la MotoGP. Quando firmai con Paolo (Simoncelli) in Austria fu una delle emozioni più grandi della mia carriera, sopratutto per la storia che c'era dietro. Paolo è sempre stato un idolo. Marco è stato un idolo per me sin da bambino, di conseguenza ho sempre ammirato anche Paolo. Correre in quel team sarebbe stata una figata e quel sogno alla fine è diventato realtà. Certo, non sono mancate anche le pressioni, ho sentito di avere più occhi addosso del previsto. Portavo il 58 proprio in quella squadra, era una cosa davvero importante che ha toccato molte persone e appassionati, ma è giusto fosse così. Porto quel numero da quando ho iniziato, da quando a cinque anni i miei genitori mi fecero trovare la prima minimoto sotto l'albero di Natale. Era quel fatidico 2011, ero ancora piccolo e vedevo quel numero ovunque, fu una cosa spontanea. Mio padre cercò anche di farmi cambiare idea, perchè era un numero importante, ma io ero convinto e l'ho tenuto".

Assieme vi siete tolti diverse soddisfazioni, quali sono state le lezioni di questi due anni?
"Si, anche se secondo me quest'anno ci meritavamo di più, non solo io ma sopratutto il team che ha fatto un grande lavoro. A partire da Marco Grana il mio capotecnico, con cui mi sono trovato benissimo a livello professionale e personale, coi meccanici e tutti i ragazzi del team. Correre nel mondiale ti fa crescere tanto a livello personale. A 17, 19 anni viaggiare così tanto nel mondo, ti da un bagaglio di esperienza molto alto rispetto forse ad un altro ragazzo della mia età. Ti apre gli occhi, è uno sport in cui devi sacrificarti ogni giorno, in cui devi fare delle scelte, allenarti anche quando non hai voglia, ti insegna la disciplina. Forse una volta non era così, tutto si è evoluto per massimizzare i livelli, per fare la differenza devi essere metodico, disciplinato, sono grato a questo sport per avermelo insegnato".

La tua ultima soddisfazione è stata quel podio in Indonesia con Pini e Rueda.
"Quella è stata una domenica bellissima, pazza. Sono state delle emozioni bellissime, ero lì con mio padre e la mia ragazza dopo un periodo super difficile, non solo della stagione ma della mia carriera in generale. E' stato un momento in cui ho ritrovato un po' la luce, un risultato che speravo da mesi, costato tante ore di lavoro, sacrificio e sofferenza. Quella giornata è stata una figata a tutti gli effetti".

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Venivi da un lungo infortunio, forse uno dei momenti più difficili della tua carriera. Dicesti che non sapevi se saresti tornato.
"E' come ho detto, dico sempre la verità, ciò che sento. L'incidente di quest'anno ad Assen è stato il più brutto della mia carriera, non lo nego, ed è stata dura riprendere. Quella è stata la caduta più spaventosa, quella dove un pilota si spaventa davvero, perchè quando voli in aria il pensiero è sempre "speriamo di atterrare e di non farmi troppo male, speriamo che non mi rompo". Lì invece è stato "speriamo che non mi passano sopra". Sono momenti che ti segnano, ma se riesci a lavorarci con le persone giuste attorno, con la mental coach sopratutto... perchè può succedere di volerlo lasciare in secondo piano, di voler tornare subito alla normalità, a spingere e basta. Ma poi quel problema si ripresenta, in bagarre magari, può uscire fuori e ti toglie tanto, magari rallenti, sei più lento o hai più paura nei sorpassi. Diciamo quindi che ora mi sento più consapevole, ho visto ciò che il motociclismo può dare, e la parte brutta l'ho vista in faccia, ma ti dico sai che c'è, ne vale la pena".

Dopo questa fase del tuo percorso, ti porti dietro qualche rimpianto?
"Sento che qualcosina mi è mancata, ma in verità sono contento del mio percorso fino ad ora. La Moto3 al giorno d'oggi è una categoria difficile per i ragazzi alti e pesanti e questa cosa l'ho sofferta un pochettino. Però non cerco scuse, ho avuto delle occasioni, mentre in altre ho perso delle chances per dei contatti a gratis. Quindi non si sono incastrati tutti i tasselli per una vittoria che mi sarebbe piaciuto portare a casa, ma sono contento. L'infortunio poi non ha aiutato, ma non cerco scuse, sono il primo che quando scende dalla moto punta il dito su se stesso, che a volte può essere sbagliato. Capita che la moto abbia un limite, ma sono quella persona che pretende sempre di più da se stessa, che pensa sempre di dover migliorare. Ma è anche ciò che mi ha fatto crescere e arrivare qui ora, quindi è un bene".

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Andrea Scalera