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Corti: "Per vincere in MotoAmerica servono le... palle"

Claudio ama gli USA e vuole tornarci: "atmosfera unica, super ingaggi e le piste, belle ma pericolose; Wayne Rainey le renderà più sicure”

MotoAmerica: Corti: "Per vincere in MotoAmerica servono le... palle"

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Claudio Corti è un pilota comasco di 29 anni che ha gareggiato in Moto2, in MotoGP ed in SBK prima di partire per l’avventura più affascinante di tutta la sua interessante carriera: “improvvisamente ho ricevuto una telefonata direttamente dagli USA, il team mi voleva con loro per il campionato MotoAmerica Superstock e… sono partito!”

Del resto Claudio il nickname anglofono già lo aveva e per “Shorts” partire all’avventura è stata anche una rivelazione:mi è sempre piaciuta l’America, apprezzo ed ammiro il loro modo di vivere le corse; lì ho gareggiato in circuiti mai visti, la mia Aprilia RSV4 era competitiva e mi sono divertito tantissimo. Ho anche perfezionato il mio inglese e sono andato bene. Sono uno dei soli 4 italiani ad aver vinto negli Stati Uniti, il primo con l’Aprilia”.

Il campione 2005 della Superstock 600 in America ha vinto diverse gara, sfiorando il titolo di categoria…

Sì, sono andato forte, ho vinto alcune gare ed il bilancio è molto positivo. L’unico peccato di tutta la stagione è stato l’infortunio rimediato a Barber, con le costole e la caviglia fratturate non ho corso ed ho perso 75 punti in 3 gare. Con quegli zeri sono arrivato terzo nella categoria Superstock ma sai, così sono le gare”.

Vuoi ripetere l’esperienza?

Sì, voglio tornare a correre là. Però, in Superbike”.

Quale è il tuo piano?

Il piano d’attacco c’è. Sto definendo alcune cose e l’Aprilia è coinvolta in questo progetto; ma non è facile da concretizzare, bisogna considerare che io vivo in Italia, l’Aprilia ha base qui, il team è di Houston, Texas, e c’è un fuso orario che ci divide, oltre alla distanza in chilometri ed un oceano infinito. Ma ci proviamo: è stato comprato un nuovo capannone in Oklahoma e la moto è pronta”.

Tu sei pronto?

Sì, e sto scalpitando. Anche perché là tutti i team non si fermano mai. Le squadre vanno a girare in California, senza soste. Ora mi rilasso e mi godo a casa le festività ma, se arrivasse la chiamata per l’8 gennaio, io sarei già lì a girare”.

Che atmosfera si respira nel MotoAmerica?

L’atmosfera è l’aspetto che mi è piaciuto di più: che vinca io, Hayes, Elias o Beaubier, a loro (il pubblico) non gliene frega assolutamente niente. Loro vogliono vedere lo show. Per gli americani andare alle gare è come una festa in famiglia, si piazzano sulle colline, si rilassano e iniziano a grigliare di tutto su quegli enormi barbeque. Le tifoserie da stadio nelle gare americane non esistono. Mi sono innamorato di quel campionato”.

Ogni sport americano è così differente da ciò che si vede in Europa. Secondo te, perché?

Io penso sia una questione di mentalità, non solo americana. Facciamo un esempio: a fine anni 80 in Inghilterra è stato dato un giro di vite per contenere, anzi, allontanare gli hooligans dagli stadi. E ce l’hanno fatta. Negli USA sono già così naturalmente corretti e sportivi, non hanno dovuto intervenire. In Italia il basket è ancora ‘puro’, per esempio. Le moto? Adesso il nostro settore è talmente popolare che, per forza di cose, attira un po' di tutto. E a me dispiace molto”.

Quale è la cosa più difficile trovata nel MotoAmerica?

“I circuiti, decisamente”.

Cosa serve dal punto di vista tecnico per andare forte in quelle piste?

Le palle. I layout delle piste sono fantastici, ci sono curvoni in salita, in discesa, in contropendenza. Le velocità medie sono impressionanti: a Road America o nel Virginia Raceway, per esempio, si corre in mezzo ai muri, gli asfalti sono diversi e le condizioni di sicurezza sono carenti. Laguna Seca è altrettanto insidioso, l’unico circuito a posto è quello di Austin dove va, non per caso, anche la MotoGP”.

Peccato però… come si potrebbero migliorare?

Gli spazi per spostare i muri o eliminarli non mancherebbero. La fondazione di Wayne Rainey sta facendo un grande lavoro ed è proprio lui che sta spingendo per migliorare le cose. Il primo step è l’equiparazione delle regole tecniche MotoAmerica con quelle del Mondiale SBK, tranne la griglia invertita che, secondo me, è una cagata pazzesca. Molta gente in USA ci crede e quel campionato sta crescendo esponenzialmente”.

Quindi, il merito è di Rainey?

Sì, perché è lui che ci sta mettendo la faccia”.

Quale è il valore dei piloti USA?

Beaubier, il campione in carica nella Superbike, è forte ma nella gara di Donington non ha potuto dimostrarlo, anche perché la sua R1 del team Graves era più performante di quella Pata. La differenza tra il MotoAmerica ed il Mondiale è che nel primo vanno davvero forte in pochi, in SBK sono tutti velocissimi e questo lui non se lo aspettava. Comunque lui ha rifiutato di venire in Europa”.

Bè, a casa sua vince e… guadagna molto…

Moltissimo. Più di quanto la gente pensi. Ma non solo lui riceve ingaggi milionari, sono diversi i piloti ufficiali che beneficiano di quello status. L’indotto è alimentato dalle case e dagli importatori americani di moto, il denaro proviene da lì. La Yamaha USA ha un budget di 8 milioni di dollari per il solo MotoAmerica, pensa te…”

La differenza tra la SBK ed il MotoAmerica quale è, quindi?

Il rapporto qualità/prezzo: in USA fai la metà delle gare e guadagni tantissimo, in SBK corri da una parte all’altra del mondo e spesso ricevi due dita negli occhi”.

 

 

 

 

 

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