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L'urlo di Quartararo ed il silenzio Ducati (con Zarco e Miller sul podio)

Più piloti, più vittorie, più podi, la moto migliore del lotto grazie ad idee innovative e geniali, eppure per la Rossa di Borgo Panigale il mondiale sembra stregato. Cosa manca? Troppo facile rispondere: un fuoriclasse


L'urlo di Quartararo ed il silenzio Ducati (con Zarco e Miller sul podio)

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E’ facile puntare il dito quando si sbaglia, ma è ancora più facile cercare scuse e in entrambi i casi non si impara nulla.
Una lezione, questa, che lo sport ci ha insegnato da tempo e che andrebbe metabolizzata se si vuole entrare a far parte della ristretta cerchia dei vincenti, invece di rimanere in quella degli sconfitti.

Ciò è anche più vero quando si hanno le possibilità per emergere ma, per un motivo o per l’altro, non si riesce a fare il salto di qualità.

E’ il caso della Ducati e dei suoi piloti che ormai dal 2017 hanno la potenzialità per centrare il bersaglio grosso eppure, anno dopo anno, lo mancano. Senza nemmeno avere, da tre stagioni a questa parte, la scusa di battersi contro un fenomeno.

E’ vero, Fabio Quartararo merita pienamente di difendere il titolo conquistato l’anno passato, ma l’impressione è che i ducatisti gli stiano rendendo la vita troppo facile. Mentre infatti, nel bene e nel male Aleix Espargarò e l’Aprilia recitano con grande determinazione il ruolo di antagonisti, visto che lo spagnolo come il francese è l’unico pilota in pista a non avere zeri in classifica, l’armata Ducati si ritrova con la punta designata, Pecco Bagnaia, con quattro zeri in casella e 91 punti di distacco. E attenzione, tre di quelle battute d’arresto sono state determinate da cadute per eccesso di autostima ed una sola, quella di Barcellona, causata dall’errore di Nakagami.

Cadute evitabili? Certo, anche se è facile dirlo dopo, ma se ci può stare una scivolata quando si è in lotta per la vittoria, sono meno perdonabili quelle avvenute per aver superato il limite o all'inizio di un confronto. Perché è facile dare la colpa ad una gomma meno performante: bisogna infatti sempre guidare entro i limiti di ciò che si ha fra le mani.

Il mondiale non si vince il sabato e per avere la maggiore possibilità di riuscirci la prima cosa è non perdere troppi punti per strada. Occupare sempre il centro del ring o, con un’altra similitudine, restare con il gruppo di testa nella maratona.

Anche avere una buona strategia non guasta, e quando si è capito che l’intenzione dell’avversario è quella di dettare il ritmo fin dalle prime battute, bisogna fare di tutto per impedirglielo. Non tutti i sorpassi, infatti, vengono tentati per andare in testa alla gara. Si può anche provare a rallentarla. La strategia di Valentino Rossi con Casey Stoner a Laguna Seca vi dice niente?

Certo, ormai per Bagnaia e per la Ducati battere Quartararo è un imperativo categorico se si vuole risalire la corrente, ma siamo sicuri che rischiare sempre al 100% sia la strategia giusta?

E ancora: a questo punto, con metà campionato da disputare e ancora 250 punti in palio, ha senso per la Ducati mettersi così tanta pressione addosso?
A giochi normali e a meno di grosse sorprese il mondiale è perso. Forse Ducati prendendo l’esempio dal calcio dovrebbe far ‘marcare’ Fabio, cercare di impedirgli di fare il suo gioco. Sempre nel massimo rispetto della correttezza, ovviamente.

La realtà invece è ben diversa: la casa di Borgo Panigale ha otto moto in pista ma ognuno fa la sua gara, ed è evidente che sia così: Bagnaia si sente la punta e pretende di giocare da solo, Miller ha già cambiato casacca, Bastianini e Martin si giocano il posto rimasto nel team ufficiale, mentre gli altri tre senza grilli per la testa, Zarco, Marini e Di Giannantonio guarda caso ottengono buoni risultati.

Ha ragione Agostini: il successo arriva quando un pilota veloce dispone di una moto veloce ed è assistito da un’ottima squadra. Ora dando per scontato che la Desmosedici sia più che competitiva, cosa manca alla Ducati intesa come team interno, ufficiale, per primeggiare?

Forse solo un po’ di strategia.

Si dirà: ma Ducati non può costringere i suoi altri piloti a mettersi a disposizione della marca, essendo i team tutti concorrenti fra di loro. La risposta è una sola: perché no?

A cosa serve infatti aver vinto cinque Gran Premi, e fatto cinque secondi posti e quattro terzi per complessivamente 14 podi se non si riesce a mettere a frutto questa potenza di fuoco?

Lo sappiamo: il motociclismo mal si presta a questo tipo di ragionamento. E’ uno sport individuale, ma quale è il vantaggio allora di avere tanti pezzi sulla scacchiera se ognuno di essi pensa di potersi muovere come una regina?

La partita si vince quando i ruoli sono assegnati, quando c’è ordine. A meno che, ovviamente, è stato il caso della Honda per anni, non si disponga di un pilota decisamente superiore ai suoi avversari.

Per assurdo la Yamaha quest’anno, con il solo Fabio a giocare da punta avanzata è avvantaggiata: i suoi avversari infatti si rubano costantemente i punti l’uno con l’altro. Aiutati, negli ultimi anni, dal fatto che in pista ci sono praticamente solo moto ufficiali. Senza che questo, però - ed è un assurdo - aiuti ad avere gare combattute con molti sorpassi.

A proposito: con il tempo di domenica Quartararo lo scorso anno sarebbe arrivato terzo, alle spalle di Marquez ed Oliveira. (Anche se è vero, naturalmente, che Fabio dopo la caduta di Pecco non ha dato il massimo).

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