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1a parte - La fabbrica dei campioni: rallentiamo la catena di montaggio

Il motociclismo giovanile sta diventando una corsa forsennata alla MotoGP, dimenticando la nostra stessa storia, che non è fatta solo di Giacomo Agostini, ma anche di fuoriclasse come Angel Nieto. Ripensare obiettivi e regole è compito della FIM prima ancora che della Dorna


1a parte - La fabbrica dei campioni: rallentiamo la catena di montaggio

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Il motociclismo non è mai stato, e mai sarà, uno sport sicuro. Ma questo si può dire di altre attività umane non motorizzate. Quel che conta, però, è che si faccia sempre il possibile per minimizzare i rischi. E sotto questo punto di vista nel motorismo, a due e quattro ruote, molto è stato fatto.

Nell’ultimo anno però il motociclismo è entrato nel cono di luce dei riflettori per tre incidenti mortali dalla quasi identica dinamica accaduti a giovani piloti: il 19enne svizzero Jason Dupasquier, al Mugello durante la Moto3, il 14enne spagnolo Hugo Millan ad Aragon nel corso dell’European Talent, durante il Cev ed infine il 15enne Dean Berta Vinales, nella SS300 a Jerez, in occasione del mondiale Superbike.

A rendere ancora più difficile sopportare tre tragedie in un ristretto arco di tempo, la giovane età dei piloti. Una cosa che ha fatto riflettere, oltre che su una più stretta applicazione delle regole per evitare comportamenti bordeline alla guida, sulla necessità di questa corsa in avanti nella ricerca di giovani talenti. Questo per alimentare la fornace della MotoGP.

Se infatti nel passato ogni cilindrata aveva pari dignità, vivendo dei suoi campioni - un esempio per tutti: il 13 volte iridato Angel Nieto, fuoriclasse delle piccole cilindrate - ora sembra che solo competendo fra i pesi massimi ci si possa realizzare.

E’ sbagliato, ovviamente, ma la ‘fuga’ - come altro chiamarla? - dalla Moto3 alla Moto2 per un sempre più rapido approdo in MotoGP ha significato l’istituzione di molti campionati propedeutici atti ad ‘alimentare’ proprio la Moto3 e consentirle, ogni anno, di sfornare ‘campioncini’ da sottoporre ai manager delle categorie maggiori.

La Dorna ha professionalizzato il motociclismo, ma l'immagine non è tutto

L’impulso a questo nuovo modo di concepire il motociclismo agonistico viene ovviamente dalla Dorna, la società che gestisce il mondiale MotoGP, la Superbike ed il Cev, diventato grazie alla FIM mondiale Junior. In pratica l’intera filiera iridata è nelle mani della società spagnola.

A lei dobbiamo la professionalizzazione del motociclismo, che in realtà dal suo arrivo è molto cambiato: se ai tempi si approdava al motociclismo per passione, e a tenere ‘bassi’ gli ultimi arrivati erano i campioni della categoria, oggi ci si arriva per fare delle corse una professione. Preferibilmente molto remunerativa. E poiché si vende l’immagine ancor prima dei risultati, ecco che i ‘pilotini’ sono tutti perfetti, ognuno con il proprio soprannome, numero preferito, grafiche pubblicitarie e quant’altro. Questo ancora prima di aver dimostrato il loro reale valore.

A ciò si aggiunge che i vari campionati formativi non si disputano su circuiti ignoti, ma nella maggior parte dei casi inseriti in appuntamenti mondiali. Una cosa che non può non far sentire ‘arrivati’ molti dei campioncini in fieri.

Troppa attenzione favorisce una crescita smisurata di ego e aggressività

Ciò favorisce la crescita dell’ego e stimola a comportamenti aggressivi, perché ‘tanti sono i chiamati, ma pochi gli eletti’.
Ed il tempo, molto più che nel passato, corre!

Superati i 20 anni si è già quasi al limite, per poter fare ulteriori passi in avanti. Non c’è tempo! Non c’è tempo! Sembra essere l’imperativo categorico della fucina delle giovani pedine che ambiscono alla MotoGP, quasi come unico sbocco!

Il ragionamento che inficia l’intera ‘catena di montaggio’ della road to MotoGP è che questa abbia sempre bisogno di volti nuovi, nuovi personaggi, nuove storie, per attrarre i tifosi, quando è vero esattamente il contrario: gli appassionati si affezionano e tifano il serial winner, come l’eterno secondo, piuttosto che l’underdog.

In questo l’automobilismo, con le sue molte categorie è ben diverso: la F.1 è certamente un faro, ma non l’unico sbocco. Questo consente l’approccio a carriere meno esasperatamente votate alla massima categoria, senza la quale la partecipazione è vista come un fallimento.

Il compito della FIM di Viegas: rallentare la catena di montaggio

In questo senso molto, moltissimo è il lavoro che attende la FIM di Jorge Viegas, lui stesso un ex pilota privato che tutto ciò dovrebbe ben sapere, il cui compito è promuovere lo sport delle due ruote nella sua interezza, non solo come prodromico alla MotoGP.

Perché se è vero che la Dorna agisce per interesse, ed in alcuni casi il suo interesse privato coincide con quello del motociclismo, bisogna ragionare sul fatto che non sempre è così.

Il compito della FIM non si ferma qui: deve professionalizzare, fin dalle categorie minori, i giudici chiamati a controllare i comportamenti dei giovani piloti. Questo per evitare che abitudini scorrette nella categorie di vertice vengano presi ad esempio dai giovani atleti in formazione.

Uncini e gli incidenti inevitabili: intervenire sulle condizioni che li hanno resi più frequenti

E’ vero ciò che ha detto Franco Uncini, che un certo tipo di incidenti nel motociclismo è inevitabile, ma dove bisogna intervenire è sulle condizioni che li hanno resi non tanto possibili, quanto troppo frequenti: eccessivo numero di partenti, comportamenti scorretti non stigmatizzati ed anche, perché no?, eccessivo pareggiamento delle prestazioni dei mezzi (anche questo nato per favorire lo spettacolo).

Non è vero che con moto dalle prestazioni equivalenti si favorisce la crescita dei campioni: il talento e l’impegno emergono sempre. Bisogna avere il coraggio di rallentare la catena di montaggio dei campioni, peraltro in questo modo non avremo solo spagnoli e italiani con maggioranze bulgare sugli schieramenti di partenza.

E ora andiamo a leggere QUI quali sono le categorie di passaggio.

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