Agostini & Lawson: il passaggio in Honda e la disputa della pastasciutta

L'intervista di Lawson e le sue dichiarazioni su Agostini hanno riacceso le vecchie incomprensioni fra i due. Quella volta che Ago scoprì che Eddie, già in Honda, ancora mangiava la pastasciutta Yamaha


Ricevere una telefonata da Giacomo Agostini ai primi dell’anno nuovo è molto gratificante, ma ancora prima di salutarci già so, al di là degli auguri, di cosa vuole parlarmi: l’intervista rilasciata da Eddie Lawson a MotoStarr.

Una intervista pacata, in puro stile Eddie Lawson, durante la quale il quattro volte iridato conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che il rapporto con il 15 volte iridato, negli anni della conquista dei suoi primi tre titoli, non è mai filato liscio come l’olio.

Della telefonata non avevo scritto una riga, e nemmeno l’avrei scritta. Ho fatto ascoltare a Mino le parole di Eddie, in modo che non ci fossero fraintendimenti, ma ovviamente sappiamo come va ai tempi dei social. Montare una piccola polemica fra due personaggi di questo calibro, specie in tempi in cui non c’è nulla da scrivere, fa sempre gola, come insegnano i continui battibecchi via twitter fra Jorge Lorenzo e Andrea Dovizioso. Ma noi abbiamo troppo rispetto per Ago e per Eddie per limitarci a riportare la (giusta) recriminazione di Giacomo.

Fondamentalmente Agostini ribatte sui due punti in cui Lawson lo ha criticato: la supposta riduzione dell’ingaggio dopo il terzo titolo, e la scelta della gomma nella fatidica vittoria dell’Hungaroring, la prima per la Cagiva.

Eddie dice che la decisione fu sua, Giacomo rivendica la primogenitura. Dunque, riassumiamo: pioveva, la pista era bagnata, ma è vero anche Eddie e Cagiva non avevano nulla da perdere.

“Sapevo che quella pista asciugava in fretta”, ricorda Ago.

Lawson, sbrigativamente, fa capire che allontanò Giacomo prima della partenza.

Non sono versioni necessariamente contrastanti: partire sul bagnato con una slick appena intagliata con le 500 dell’epoca non era una cosa semplice. La decisione, o se volete la proposta, da chiunque sia partita, era un azzardo. Un azzardo che, alla fine, doveva fare Eddie Lawson. Ma pochi, o nessuno all’epoca, avevano la sua guida pulita. Se c’era qualcuno che poteva riuscire in quella mano di Poker al buio era lui.

Un piccolo particolare che molti non ricordano. Prima che Eddie balzasse al comando, man mano che la pista si asciugava, c’era un altro pilota che, con una Yamaha Roc privata era davanti: Corrado Catalano, anche lui partito con una slick scolpita. Il pilota romano ruppe, sennò sarebbe stata una bella battaglia. Ah: Corrado era al debutto in 500.

Insomma, ci sta che dopo tanti anni, sia Eddie che Giacomo rivendichino la decisione. Ci deve essere stata incertezza, ma anche paura. Perché mandare in pista un pilota in quelle condizioni è sempre pericoloso. E Ago ricorda: “nelle prime tornate Eddie prendeva 10 secondi al giro…”.

Il secondo punto sul quale i ricordi di Re Mino e Steady Eddie non coincidono è quello relativo all’ingaggio proposto per il 1989. Dimezzato per Lawson, identico a quello dell’anno precedente per Giacomo, nonostante il 1988 si fosse chiuso con il titolo iridato.

“Figuriamoci se Eddie è andato a Losanna a parlare con Marlboro…”, chiosa Giacomo.

Chissà. Magari telefonò a Leo De Graffenried, l’allora plenipotenziario della Phillip Morris. Non c’erano ancora i cellulari, ma i telefoni funzionavano. Comunque, anche qui, è questione di lana caprina. Oggi l’americano ricorda una diminuzione dell’ingaggio: potrebbe essere. Ma potrebbe anche aver ragione Ago che ha una memoria di ferro. Certo, entrambi sono teste decisamente dure e per il neoiridato sentirsi non apprezzato deve essere stato indigeribile.

Concludo con un ricordo personale che oggi,  a distanza di anni, fa sorridere. Con una premessa, una rivelazione fatta da Eddie nel corso della stessa intervista.

“Avevo già capito, all’epoca, e penso di essere stato fra i primi, a capire l’importanza dell’allenamento e dell’alimentazione. Facevo il possibile per essere pronto, al cento per cento, per la gara. Stavo attento a ciò che mangiavo”.

Tanto attento da aver capito che l’alimentazione del team Marlboro-Yamaha, a base di pasta, era migliore di quella del team Rothmans-Honda, ottimamente gestito dal lato tecnico da Erv Kanemoto, ma sicuramente meno affidabile dal punto di vista culinario.

Per questo motivo - i rapporti fra piloti e giornalisti all’epoca erano decisamente diversi - portavo personalmente a Eddie un piatto di pasta dall’ospitalità Marlboro. I cuochi ne erano al corrente, ovviamente, ma Eddie aveva lasciato ottimi ricordi in quel team, a suon di mazzette dei premi di arrivo lasciate sul bancone di arrivo. Finché un giorno, non ricordo in quale circuito fossimo, Ago mi beccò col ‘sorcio in bocca’, come direbbero a Roma, cioè con un piatto bello fumante di pasta diretto al Motor home di Lawson. Non dico che si arrabbiò, chissà forse in fondo in fondo lo prese anche come un complimento, ma disse chiaro ai suoi che non sarebbe più dovuto succedere.

Da quel giorno in poi fu più difficile assolvere al mio ruolo di cantiniere, ma i rifornimenti non cessarono.

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