Vinales, il Red Bull Ring, Marinetti e 'la sfida del coniglio'

UNA RIFLESSIONE Amiamo la velocità e la sfida, le regole corrette, ci piace lo show, ma non quando questo è artatamente promosso all'interno di una competizione sportiva il cui scopo non deve essere quello di avvicinare fra loro gli atleti, ma di dividerli


“Perché facciamo questo?”
“Per vincere la monotonia, non ti pare?”

Questo laconico scambio di battute fra Jim (James Dean) e Buzz (Corey Allen), in ‘Gioventù Bruciata’, apre la famosissima scena del ‘chicken run’, tradotto ne ‘la sfida del coniglio’.

Ci è venuto in mente, questo vecchio film dopo aver visto Maverick Vinales saltare giù dalla sua Yamaha al Red Bull Ring,  non per una stupida sfida, ma in un Gran Premio che non dovrebbe essere una dimostrazione di coraggio bensì, più semplicemente di abilità.

E ci siamo chiesti, dopo aver visto in poco più di una settimana due incidenti assurdi e fortunati nel loro esito finale se, pur con tutti i miglioramenti nella sicurezza attiva e passiva, i Gran Premi non stiano mancando il bersaglio: quello di farci assistere ad una sfida sportiva e non ad uno show fine a sé stesso nel quale il vincitore è chi si butta per prima fuori dall’auto in corsa prima che questa precipiti nel dirupo.

E questo perché, nella dinamica di un incidente c’è sempre il risvolto di una giacca a poter rimanere impigliato in una maniglia. E’ il caso, a volte, a farci imboccare la strada che porta al lieto fine, invece che nel sentiero della tragedia.

Così mentre si moltiplicano le regole stupide: ‘è passato sul verde’, no il bordo della gomma era ancora a contatto; ‘è passato sul verde’, sì ma non ha guadagnato nulla, anzi ha perso, il valore dello spettacolo ne esce intristito. Così rimpiangiamo i tempi in cui c’era una sola coppia di gomme disponibili per gli eroi della 500: le Dunlop KR 76 e KR 73 ‘a pera’, e tutto il resto era demandato ai piloti.

Nessuno si preoccupava di ‘creare’ lo spettacolo, rendendo la vita difficile ai progettisti modificando ogni anno la struttura della carcassa di un pneumatico.

Semplicemente si cercava di migliorare ed a volte ci si riusciva ed in altre no.

Era una tecnologia semplice: quattro viti Parker avvitate in un cerchio di alluminio Borrani per non far girare la gomma e strappare la camera d’aria. Poteva capitare di dimenticarsene e cadere. Ma ciò ci sembra meno grave di decidere di non montare una pinza progettata per reggere a determinate temperature e rischiare di ammazzarsi o ammazzare l’incolpevole concorrente che ci precede perché improvvisamente il ‘massimo della tecnologia’ (fino a quel momento) non regge allo sforzo.

Perché andare sempre alla ricerca del limite comporta ed ha sempre comportato incidenti. A volte gravi ed altre meno. E per fortuna che nel motociclismo abbiamo avuto uomini come Lino Dainese e Gino Amisano e Sante Mazzarolo, sognatori e ideatori della sicurezza moderna, perché senza di loro saremmo molti meno, noi amanti della velocità.

Amare la sfida, riconoscersi a distanza di 111 anni nel manifesto del futurismo di Tommaso Marinetti ‘La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno’ non significa perdere di vista lo scopo. E lo scopo non è lo spettacolo fine a sé stesso, ma la sfida.

E la sfida contiene nella parola stessa il concetto di regola, che non deve mutare per rendere artatamente gli sfidanti più vicini, ma al contrario permettere all’eccellenza di emergere affinché essa sia, per noi tutti, riferimento di dove può arrivare l’uomo.

Perché a staccare 50 metri dopo sapendo che poi basta allargare la traiettoria e al massimo si finisce ‘sul verde’, non ci intriga affatto. Così come continuare a gareggiare avvertendo un’anomalia ai freni non ci sembra sinonimo di coraggio. Non più di quanto lo sia partecipare alla ’sfida del coniglio’.

 

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