Senna: santo e malvagio, con Prost scrisse a Suzuka una storia di odio

LA STORIA Oggi Ayrton avrebbe sessanta anni. Il fantastico pilota che è stato non si discute, l'uomo era calmo e collerico assieme. Il suo carismo era incredibile anche quando faceva qualcosa di sbagliato, come a Suzuka nel 1990


Avrebbe 60 anni oggi, Ayrton Senna ed infatti il web ora è pieno di suoi ricordi. Di lui parlano tutti, anche quelli che all’epoca seguivano pochi Gran Premi di F.1 e in quei pochi se ne stavano rintanati nelle Hospitality o in sala stampa.

Io a quei tempi facevo tutto il motomondiale e tutti i GP di F.1 non in concomitanza, ma della F.1 ero la seconda firma per il Corriere dello Sport, per cui mentre il maestro Renato D’Ulisse scriveva i commenti, galoppavo nei box inseguendo i piloti.

Non c’era, allora, tutto il controllo che esiste oggi con miriadi di addetti stampa così dopo la gara o comunque quando il pilota rientrava ai box magari per un incidente bisognava far lavorare le gambe e raggiungerlo, possibilmente prima dei colleghi per riuscire a strappargli qualche dichiarazione.

A volte ci si riusciva, a volte no, perché molto dipendeva dalla posizione di partenza della ‘nostra gara’, cioè dal punto della pitlane in cui ci si trovava al momento in cui bisognava scattare.

Ero più giovane, e per di più maratoneta, per cui da quel punto di vista ero avvantaggiato ma il 21 ottobre del 1990 mi ero appostato assieme a Marco de Martino del Messaggero alla prima chicane di Suzuka, quella del famoso incidente fra Prost e Senna l’anno prima.

Eravamo appostati alla chicane alta, convinti che Senna, che partiva dalla pole, sarebbe passato al comando

Eravamo convinti che Ayrton, che scattava dalla pole, sarebbe arrivato davanti ed avevamo gli occhi fissi sul maxischermo pronti a goderci quei primi giri di fuoco.

Vedere Senna in azione, a pochi metri di distanza, ma anche Alain Prost ovviamente, era uno spettacolo e non ce lo perdevamo. A Montecarlo il mio posto preferito era Le Piscine perché lì i piloti accarezzavano il Guard-rail, e non per modo di dire.

Ayrton li sfiorava, roba di due, tre millimetri e ad una velocità impressionante. Ma anche la chicane di Suzuka prima del rettilineo in discesa era un bel posto, e con quel che era successo l’anno prima, lo spettacolo era sicuro, ma Senna e Prost alla variante non arrivarono mai.

La collisione fu inevitabile e quando la polvere si stava ancora posando io e Marco eravamo già di corsa

Vedemmo l’incidente sul maxischermo: Alain che partiva incredibilmente un pelo meglio, Ayrton all’interno, pedal to the metal, e fu subito evidente che nessuno dei due avrebbe mai alzato il piede dal gas.

La collisione fu inevitabile e quando la polvere si stava ancora posando nella via di fuga Marco ed io eravamo già di corsa. Gambe in spalla, in discesa. Nel frattempo le immagini ci rimandavano un Senna che tranquillo risaliva camminando verso i box. Noi, non potendo tagliare attraverso arrivammo quasi fino in fondo al rettilineo, quindi, sempre galoppando, risalimmo nel retrobox che a quei tempi era diviso dal paddock da una grata. Sotto c’erano dei prefabbricati nei quali i team avevano fatto i loro ufficetti.

Senna quando arrivammo era già circondato dai giornalisti: ci dovemmo appendere ad una grata

Da lontano vedemmo i colleghi, anch’essi di corsa, che uscendo dalla sala stampa stavano raggiungendo Ayrton che calmo, non sembrava avesse alcuna fretta di riportare ai box l’accaduto. Era lì che ci aspettava, insomma.

Attorno aveva già una piccola folla quando arrivammo noi. Suzuka 1990 fu dunque una di quelle volte che non riuscimmo a conquistare la nostra pole personale, ma farsi sfuggire le parole di Senna era impensabile così, per non perdere ulteriore tempo ci appendemmo alla ringhiera allungando il registratore.

Ercole Colombo, il re dei fotografi di F.1, di quell'attimo, fece una magnifica foto

La magnifica foto di Ercole Colombo riprende esattamente quel momento ed il protagonista sembra quasi l’amico Marco che, accortosi del fotografo, lo guarda. Questa immagine, ingigantita, campeggiava nel suo corridoio di casa. E ne capisco il motivo: in questo scatto c’è tutto il nostro essere reporter, che significa cogliere l’attimo, ascoltare dalla viva voce del protagonista ciò che è successo, per poi riportarlo. Io sono quello al fianco di Marco, sulla mia destra Betise Assunçao, l’addetta stampa di Ayrton.

Non sentivo quasi niente, c’era il ringhio dei motori della gara in pieno svolgimento, ma ogni parola, ogni domanda, sarebbe finita nel registratore. La avrei riascoltata.

Senna era un conversatore eloquente e parlava correntemente quattro lingue, così ci sarebbero state risposte in inglese, portoghese, italiano, francese. Come sempre. Poi c’erano i silenzi perché Ayrton non rispondeva d’istinto. Pensava e pesava ogni parola, senza che però si avesse l’impressione che stesse costruendo la frase. Era semplicemente fatto così e sia ti stesse spiegando che la macchina soffriva di un po’ di sottosterzo che parlasse di Dio avevi l’impressione che su quel problema ci avesse riflettuto particolarmente a lungo.

Anche quella volta non fu breve, ma ciò che ricordo di più, di quel pomeriggio fu il successivo assalto a Prost. Se il brasiliano ci apparve tranquillo Alain, invece, era piuttosto incazzato.

Per Alain Prost era evidente che Senna l'avesse fatto apposta

“Quell’uomo è un serpunto - disse con la sua inflessione da ispettore Closeau quando parlava in italiano - quell’uomo oggi ha mostrato il suo vero visaggio!”, disse rispondendo alla domanda: cosa ne pensi dell’incidente?

Per il francese era chiaro che Ayrton lo avesse fatto apposta. Ed infatti l’anno dopo Il Più Grande lo confessò, facendo incazzare di brutto il presidente della Fia, Balestre, trascinando il mondo della quattro ruote in una polemica pazzesca.

Non fu sportivo Senna in quella occasione, deliberatamente cercò la collisione con il suo nemico.Un po’, insomma, come se un podista durante una gara avesse fatto lo sgambetto ad un avversario, ma a noi piacque un bel po’ questo suo essere tosto e impunito. Del resto in quel periodo quei due si odiavano e il fatto che non lo nascondessero e fossero disposti ad andare oltre le righe lo giudicavamo corretto. Tenendo conto di ciò che essi stessi dicevano l’uno dell’altro.

Ayrton Senna non nascondeva mai i suoi sentimenti

Cinque anni dopo, in quel tristissimo e sconvolgente 1° maggio del 1994, con Prost ormai ritirato Senna dal suo abitacolo se ne uscì con quella frase incredibile: “Alain, mi manchi”.

Era fatto così, Ayrton. Non nascondeva mai i suoi sentimenti. Anche con i giornalisti, se c’era qualcosa che non gli era andato a genio non si faceva scrupolo di dirla. Erano tempi, quelli, in cui non si parlava in modo politicamente corretto. Le polemiche non si evitavano, si affrontavano.

Ogni tanto ripenso a quel momento, o ad altri, e sono contento di aver vissuto quei periodi. Non solo Senna non c’è più, ma nemmeno molti amici. Marco De Martino se ne è andato, improvvisamente, lui che era uno sportivo, ottimo tennista, mentre faceva una corsetta al parco. Per cui questo ricordo di Ayrton è dedicato a lui.

Ma ne ho tante, di queste schegge di vita da corsa che sono importanti per me, ma forse anche interessanti per voi perché parlano di un automobilismo e di un motociclismo che oggi rivivo solo a tratti. Spero di avere il tempo, nella quotidianità di questo mondo sempre più veloce, di scriverne altre. Ne so di quelle buone.

 

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