Ritorna la Dakar, ma Parigi e la 'band of brothers' non c'è più

Il ricordo di quando il rally si correva nell'Africa sahariana. La Dakar 2020 si disputerà in Arabia Saudita dal 5 al 15 gennaio, con la partenza da Jedda e l’arrivo ad Al Qiddiyah. Il programma prevede ben 5.097 km di prove speciali, suddivisi in dodici tappe


Ho seguito otto Parigi-Dakar, ne ho corse due, ne ho finita una. Non ricordo nemmeno quando, e dove, decidemmo, io, Juan Porcar e Toni Merendino, di correrla. Ma in quei tempi il richiamo del rally nato nel 1979 dall'idea pazza e visionaria di Thierry Sabine, era così forte che due reporter e quello che oggi si chiamerebbe “team coordinator” non fecero troppa fatica ad organizzarla.

La prima avventura nel 1984: l'unica che avrei concluso, perché poi l'anno successivo avrei finito con l'avantreno aperto in due, Juanito che 'aveva corsa inmoto si occupò della logistica, io della vettura e della preparazione - la Mercedes ci affidò una 230 GE - e Toni, ovviamente, del main sponsor che, erano i tempi dei tabaccai, fu l'HB. Raccogliemmo 30 milioni di lire che oggi equivarrebbero a 42.000 euro, partimmo con le lirette cambiate in franchi fancesì e da li in CFA, la valuta spendibile in tuto il CentrAfrica.

Non eravamo tre sprovveduti, chi più e chi meno avevamo avuto esperienze agonistiche e Toni aveva seguito con il team Gallina la cartiera di Virginio Ferrari, Marco Lucchinelli e Franco Uncini, nel team Gallina campione del mondo. Ma nessuno di noi si definiva “pilota”, se non per prenderci in giro fra noi.

Eppure di li a poco ci saremmo trovati al fianco di gente del calibro di Jacky Ickx, Jochen Mass, René Metge ed ovviamente Edi Orioli, Ciro De Petri, Claudio Terruzzi, Hubert Auriol, Cyril Neveu, Gaston Rabier che, dimenticavo di dirlo, erano i nostri eroi, in quanto motoriclsti come noi.

DOPO IL PROLOGO ED IL TRASFERIMENTO CI SENTIVAMO IMMORTALI

Parigi Dakar
Gigi Soldano, Guccio Gucci e l'autore dell'articolo all'arrivo, nella notte, nella mitica Tombouctou

Correvamo in auto, ma alla sera dividevamo il bivacco con loro e una volta a settimana inviavamo i nostri racconti sul raid dopo interminabil file al'unica postazine con telefono satellitare del rally posta sotto le ali di un vecchio aereo Dakota.

Bisogna ricordare che all’epoca la Dakar era una corsa pressoché in linea. Una pazzia, perché qualsiasi problema ti proiettava fuori dalla gara che avanzava inesorabilmente lasciandoti indietro, nel deserto o nella savana, ma il prologo Parigi Marsiglia, un trasferimento su asfalto di ottocento chilometri, letteralmente fra due ali di folla che osannava dal primo all'ultimo dei partecipanti come fosse un eroe ti dava una carica tale che al primo briefing con Sabine, sul piroscafo Tepasa che avrebbe portato partecipanti ad Algeri, ti sentivi invincibile, inarrestabile, immortale.

CAVIALE CHAMPAGNE A PARIGI, MA AD ALGERI CAPIVI IL PASTICCIO IN CUI TI ERI CACCIATO

Stappando le bottiglie di champagne ricevuto durante il trasferimento dai tifosi, mangiando scatolette di caviale con le dita, doni elargiti dai francesi che sentivano la Dakar come la “loro” avventura, fin dal giorno dello sbarco nel porto di Algeri avresti capito in che pasticcio, ma anche in quale magnifica avventura ti eri cacciato.

SI CORREVA IN LINEA: UNA FOLLIA, UN PROBLEMA ED ERI FUORI GARA

Da quel momento, infatti la direzione era “plein sud”: tout droit su piste principale giù lungo l'Algeria ed il Niger, attraverso l'orrido dell'Assekrem, sopra Tamanrasset e nell'inquietante nula del deserto del Ténéré. Poi si piegava verso ovest: Mali, Mautitania, Guinea, Senegal.

Alle spalle ci si lasciava i cordoni di dune di Balma, il villaggio di Agadez dove solitamente la Dakar faceva il giono di riposo, ma c'era ancora un bel po' di Sahel prima che le piste sabbiose si trasformasrero in savana ed i cespugli di herbe de chameau - araba di cammello- nei maestosi baobab.
A questo punto si era a due terzi dell'opera, 10.000 di 15.000 chilometri da percorrere e ci sì poteva definire un dakariano.

FILE INTERMINABILI PER I RIFORNIMENTI CON FUSTI DA 200 LITRI

Parigi Dakar
Claudio Terruzzi attende l'arrivo dell'assistenza

Da dieci giorni infatti non si toccava un letto vero, con alle spalle il freddo delle notti in tenda. Nel deserto per dormire bastavano un materassino e un sacco a pelo. Dove, ovviamente, aver consumato un pasto frugale facendo la fila ai camion dell Africatours.  Due di questi percorrevano le piste davanti alla gara, per essere pronti ad accogliere i piloti all'arrivo, ma alcune volte le tappe erano così dure che toccava attenderli anche a notte inoltrata.

Non c'era comunque da annoiarsi nell'attesa. La prima cosa da fare, passato il controllo finale di tappa, infatti, era fare rifornimento. E con 200 litri a vettura e fusti da 200 litri di carburante da svuotare con una pompa a mano erano ore di attesa.  File interminabili durante le quali si riposava in vettura, mentre il compagno era magari andato a fare l'altra fila, quella per le razioni del giorno dopo: un succo di frutta, una lattina di Isostad, noccioline, frutta secca, un brik di latte.

QUELLA VOLTA CHE PENSAMMO DI AIUTARE JACKY ICKX

Parigi Dakar
La 911 4X4 di Ickx-Brasseur sulle montagne dell'Assekrem, sopra Tamanrasset

 Era in quei momento che si cementava l'amicizia con gli altri partecipanti, e nonostante la vita dei piloti ufficiali forse leggermente migliore di quella dei privati che dovevano farsi da sé l'assistenza. dormendo magari solo un paio d'ore a notte, anche in piena prova speciale ci sì fermava se si vedeva un altro concorrente in difficoltà.

A noi capitò con Jacky Ickx: vedemmo la sua bellissima Porsche 911 Rothmans ferma e ci accostammo, per poi ripartire quando il grande belga ci fece segno di proseguire. Un pilota del suo rango, alle spalle aveva infatti una cosiddetta assistenza veloce, un'altra 911 guidata da un pilota collaudatore, e degli incredibili camion Man a otto ruote motrici con tutti i ricambi.

SENTIRSI REDUCI E ORFANI DEL GENERALE SABINE

Parigi Dakar
Thierry Sabine e Hubert Auriol

Ancora oggi. quando mi capitata di incontrarlo mi sento come se avessi corso una 24 ore di Le Mans al suo fianco. E' stupido, lo so, ma chiunque abbia corso una delle vere Dakar si sente un po' un reduce. Perché la rombante carovana, così diversa dalle Azalai con le quali i Touareg portavano il sale passando per Tombouctou, era in effetti un esercito guidato da un generale: Sabine stesso.

Il suo obiettivo non era quello di un qualunque organizzatore di una corsa. Non c'erano solo prove speciali lunghissime (la tappa Marathon addirittura di 1.000 chilometri) e brevì trasferimenti, quasi mai su asfalto. La sua era una sfida che diventava la nostra sfida. Fare vivere ai concorrenti una vera avventura.

UN PROBLEMA: IL SUCCESSO CLAMOROSO DI PARTECIPANTI

E' vero. lui ci volava sopra le teste tutto il giorno con il suo bianco elicottero Ecureuil, ma all'alba per il briefing, era la sua tromba a svegliarci per le indicazioni, i consigli e le raccomandazioni del giorno che si concludevano, immancabilmente, con il suo "arrivedetci a stasera... per quelli che ci saranno".

CON L'ELICOTTERO DI SABINE CONTRO LE DUNE FINI' LA DAKAR

Parigi Dakar
Con Toni Merendino e la Mercedes 230 GE all'Arbre du Ténéré

Finché, in Mali, il 14 gennaio del 1986, fu lui a non arrivare: era precipitato a Gourma Rhaous assieme al cantante francese Daniel Balavoine, la giornalista Nathalie Odent. il pilota di elicottero Francois Xavier Bagnoud e il tecnico radio Jean-Paul Le Fut Quel giorno la Dakar si fermò, neutralizzata a Bamako. E anche se, di fatto, negli anni successivi il rally proseguì gestito dal padre di Thierry, Gilbert, fino al 1993, tali e tanti furono i problemi, che la Parigi Dakar imboccò inesorabilmente una parabola discendente.

Paradossalmente il problema principale fu il suo successo. Dal manipolo di avventurieri delle primissime edizioni, le “Oasis", la carovana si era progressivamente assestata sui quattrocento partecipanti. Arrivata ad oltre seicento, fra moto, auto, camion e quad, per di più com l'arrivo delle case ufficiali. divenne semplicemente non più gestibile

IL RISCHIO ERANO DIVENUTE LE PALLOTTOLE

E poi l'Africa stava cambiando. Nelle ultime vere stagioni ci furono incidenti causati non dalla velocità ma dalle pallottole. Il continente, semplicemente, non era più un luogo sicuro per i dakariani, disposti a rischiare capottamenti, molto meno gli imprevisti del nuovo clima politico.

Così si è arrivati all'oggi con una Dakar corsa dapprima in Sud America e poi, infine, in Arabia Saudita. Una contraddizione in termini rispetto all'idea visionaria iniziale.

Cod noi, la vecchia "band of brothers", di questi tempi soffriamo sempre un po' di nostalgia, per quel che è stato e per ciò che abbiamo vissuto. E per quel Che la Parigi-Dakar e Thierry ci hanno insegnato.

La route n'est pas goudronne (la strada non è asfaltata). Come la vita.

Parigi Dakar 2020
Il percorso della Dakar 2020

 

 

 

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