Perché i Gran Premi di 180 secondi non mi piacciono più

Il brivido ma non il rischio. Una mini-endurance con volatone finale (questo sì) thrilling. Ma siamo sicuri che il pubblico voglia questi trenini di 20 giri?


MotoGP? No, mini Endurance. Oppure, se preferite, gare sprint.

Durano due giri, un giro e mezzo oggi i Gran Premi della classe regina. Un paio di sorpassi in staccata, una o due infilate nelle esse e poi volatone finale naso nel contagiri.
Eccitante? Beh, mica tanto.

Fra vent'anni, riguardando le classifiche, con i primi cinque - Dovi, Marquez, Crutchlow, Rins e Valentino - divisi da appena sei decimi i nostri pronipoti diranno: fantastico! Ma sarà una illusione.

Anche se i numeri raccontano una storia diversa: nel 2018 infatti Dovizioso ha battuto Marquez per 27/1000, questa volta ce l'ha fatta per 23. Ma quanto è durata la sfida, 22 giri o due?

Insomma un po' come se sul ring due pugili girassero in tondo nel quadrato lanciandosi solo qualche jab di assaggio.
Nemmeno un gancio, un montante, qualche colpo pesante. Una scaramuccia. Che però alla fine vale 5 punti in più e la vittoria.

Non sono tanti cinque punti, ma il peso della soddisfazione personale è enorme e vale più del risultato matematico che conta invece per la classifica.
Non sono però più gare di velocità pura, queste, e non ci piacciono.

Alla morte, dall'inizio, non tira più nessuno. Si aspettano, si studiano. Conta più la strategia che la velocità pura. E anche il rischio in questo modo viene minimizzato.

Si dirà: con queste belve da 280 cv si deve guidare così, ma non è vero. E' necessario guidare così perché altrimenti dopo dieci giri si ritroverebbero tutti sulle tele.

Solo un ignorante della sottile arte dell'equilibrio instabile può giudicare eccitanti questi Gran Premi. Il brivido c'è, ovviamente, ma per due, tre minuti. Il tempo di un affondo, di una stoccata, di una parata.

Una eiaculazione precoce.

Divertente?

Insomma.

I miei 5 cent.

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