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Africa addio, ma il sogno di Thierry Sabine vive ancora

Alla partenza della 41esima edizione della 'Dakar' peruviana il ricordo del suo creatore, Thierry Sabine. La sua scomparsa e perché questa determinò la fine dell'avventura africana

Africa addio, ma il sogno di Thierry Sabine vive ancora


Il 7, da Lima, partirà la 41esima edizione di quella che tutt'oggi viene chiamata la Dakar, anche se quest'anno si svolgerà al 100% in Perù.

Un po' come se il Tourist Trophy si corresse non più sul tracciato dell'Isola di Man ma, che so, in Toscana approfittando delle belle strade collinari.

Eurosport, che come ogni anno seguirà la maratona sudamericana sui canali 210 e 211 della piattaforma Sky tutte le sere da oggi, 6 gennaio.

Non è più la stessa cosa, ma qualcosa ci lega a quella che oggi è una gara ed una volta un rally, un raid o, più semplicemente: una avventura.

E nel ricordo di ciò che fu la Dakar, e di chi era stato capace di immaginarla, anni fa scrivemmo questo.

La sua fine è ancora avvolta nel mistero.

Quel tratto di deserto in Mauritania, non aveva dune 'gonfie come seni di donna' nelle quali perdersi, e quella terribile notte, a Gourma Rarhous, non era più buia di tante altre, in Africa, né il vento di sabbia più insidioso.

Eppure Thierry Sabine, l'inventore ed il condottiero della Dakar, quella sera di gennaio del 1985, seguendo dall'aria il suo gregge di avventurieri, campioni, piloti dilettanti, spacconi e visionari, si era perso.

Aveva lasciato posare la sua libellula d'acciaio bianco sulla sabbia, aveva chiesto la strada come un comune viandante ed era ripartito.
Nessuno, da allora, lo ha più visto, vivo.

Se i rottami dell'Ecureuil dell'Arespatiale non fossero stati ritrovati (l'orologio di Thierry, lontano, ai piedi di un piccolo albero) ci sarebbe stato qualcuno che avrebbe scritto che Thierry, Le Magnifiche, era assurto in cielo.

Invece, il giorno dopo (eravamo a Bamako, in mali) il raid che non si era mai arrestato, né per i dispersi, né per la tempesta di sabbia che si abbatté sul Ténéré  nel 1984, si fermò.
Al bivacco non apparve Sabine, come sempre, la tuta bianca gialla di sabbia, ma Suzanne, la sua donna, con al polso un orologio troppo grande per lei.

Così tutti scoprimmo che la Dakar, come la conoscevamo, 400 fanatici, un po' pazzi, un po' esaltati, ma fondamentalmente sani, tutti dietro ad un condottiero che ti svegliava con uno squillo di tromba ed un grido: briefing! Briefing!, era finita. E l'immancabile "arrivederci a stasera...per quelli che ci saranno", con il quale aveva concluso la chiacchierata, fra le ombre lunghe dell'alba, era stato il suo tocco di campana.

Seguiva le luci rosse delle vetture, dissero dopo.

E noi lo immaginammo mentre volava basso per ritrovare il bivacco, nascosto nella notte, con il carburante agli sgoccioli e vedemmo con lui, improvvisa, quella duna levarsi dal buio.

Così fu ricostruita la tragedia, ma non ci credemmo.
Nessuno di noi che eravamo lì ci credette mai.

In quell'aerea desertica a ridosso del fiume Niger non c'erano dune. Né piccole né grandi. Solo sabbia ed arbusti. Lo scenario tipico del deserto quando questo sfiora la savana, prima di ingoiarla.

Dalla sua morte la gara ha vissuto un lungo periodo di magnifica decadenza.
Come spesso accade la tragedia del suo creatore aggiunge il crisma del martirio, ed il gigantismo di cui il rally soffrì nelle edizioni immediatamente successive ne fù l'inevitabile conseguenza.

Quella che in fondo l'ha portato alla morte.

Della dipartita si accorse, troppo tardi, l'anziano dentista parigino dal cognome pesante che, raccolta l'eredità del figlio, troppo tardi capì, dopo averlo pesantemente sfruttato, che il sogno di Thierry era una nave di cristallo, incapace di sopportare bruschi cambiamenti di rotta. Così abbandonato il Senegal ed il vecchio porto dei nuovi avventurieri, Dakar, traslato a Città del Capo, il rally conobbe il primo naufragio.

L'idea era affascinante, ma non nuova: pochi pirati da anni si sfidano nella Cannonball del Continente Nero. L'avesse proposta Sabine, In una di quelle fantasmagoriche conferenze stampa nelle quali, a scelta, poteva salire sul palco in sella ad un cavallo bianco, scortato da otto Touareg, od apparire in una nuvola di fumo, dal loggione sarebbe giunto un solo grido: facci vedere il percorso.
Scomparso lui, con le tensioni politiche aleggianti sopra l'Africa ed una nuova coscienza collettiva in crescita, alla Dakar è mancato un condottiero. Un uomo capace di calamitare su di se ogni strale e di respingerlo con eguale forza. Sicuro dell' appoggio del suo esercito di nuovi avventurieri.

Ma ora che l'avventura è sopravvivere alla quotidianità, e l'unica tempesta del deserto che la gente ricordi è quella del generale Schwartzkop - né film né sogni, ma vita, vita vera - per quale motivo si può correre su e giù per l'Africa se non c'è più nessuno da inseguire?

 

 

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