Dani Pedrosa: io e Rossi ci dobbiamo reinventare

"Corriamo contro 20enni che mettono il gomito in terra a 10 anni. Mai chiesto favoritismi ma è vero: sono leggero per la MotoGP"


Fra i piloti a caccia del mondiale non può essere sottovalutato Dani Pedrosa. Il titolo gli sfugge dal 2006, l’anno del suo debutto, ma non c’è stata una stagione in cui non si sia fatto trovare fra i protagonisti.
In Qatar ha iniziato con un quinto posto, a pochi decimi dal campione del mondo e compagno di squadra Marc Marquez.

Tre titoli iridati, uno in 125 e due in 250, 52 vittorie in Gran Premio, 29 delle quali nella classe regina, 144 podi (103 in MotoGP), Dani è un fuoriclasse che gareggia e vince in una categoria che – fisicamente – non è la sua. Quest'anno avrà al suo fianco nei box Giacomo Guidotti e, come assistente personale, nientemeno che Sete Gibernau.

SUL RING CONTRO I PESI MASSIMI - Un metro e cinquanta, 50 chili di peso, il pilota di Sabadell corre guidando moto da 160 Kg. Un po' come se un peso mosca sfidasse un peso massimo di pugilato.

Nel passato Pedrosa sarebbe stato un re nelle piccole e medie cilindrate, come è stato il suo connazionale Angel Nieto. Ma i tempi sono cambiati, e Dani di successo in successo è arrivato sino alla classe regina.

"Ero molto piccolo quando ho scoperto di avere un po’ di talento – racconta - In quell’epoca, inizio anni novanta, avevo cinque anni e sì, guardavo le piccole cilindrate perché c'erano piloti spagnoli, ma tifavo per Rainey, Schwanz, Lawson, Doohan. Era l'era d'oro della 500. Mi affascinava più di ogni altro sport".

Pedrosa nel passato sarebbe stato un pilota nella norma. Le 500 pesavano 115 Kg, ed i campioni erano tutti piccolini. Oggi altezza e peso aiutano a controllare bestie da 280 cv.

IL PICCOLO GIGANTE - "Eh sì sono un po' svantaggiato. Ero molto più a mio agio quando correvo in 250, una moto più della mia misura, ma non ho mai chiesto di cambiare il regolamento per avere, come in Moto3, la somma di peso moto più pilota. Non sarebbe giusto per gli altri. Sono l'unico piccolo e leggero sullo schieramento di partenza. Una volta c'era anche Capirossi, ma lui è molto più robusto e pesante di me. Io nei dieci anni passati ho provato di tutto. Mi sono allenato duramente per mettere su muscoli, ma alla fine se guadagni forza perdi in agilità. Il compromesso è...come sono. Nel passato questo problema non esisteva, perché le moto avevano poca potenza e le gomme erano quelle che erano ma oggi...per essere a questo livello devi dormire bene, mangiare bene, fare poca festa. Una vita da atleta, ma anche così io risento anche delle minime variazioni di forma".

E poi ci sono stati gli incidenti. Perché quando un peso massimo – una MotoGP – atterra un peso mosca colpisce duro.

Dani Pedrosa e Valentino Rossi in QatarSOLO CONTRO IL DOLORE - "Più di uno mi ha scoraggiato, perché ne ho avuti tanti. Alcuni li ho superati facilmente, ma non è stata tanto la gravità della lesione a lasciare il segno, quanto il momento. Magari mi ero già fatto male precedentemente e, non ancora a posto, prendevo un altro colpo, magari non così duro, ma arrivava quando psicologicamente ero già affaticato. In particolare ho sofferto molto nel 2011, quando sono caduto con Simoncelli rompendomi nuovamente una clavicola, perché avevo avuto un incidente simile sette mesi prima. E poi nel 2015 quando, per un problema ai muscoli dell'avambraccio sono stato vicino al ritiro perché non si trovava una soluzione".

Operazioni su operazioni che non hanno impedito a Pedrosa di continuare a recitare da protagonista. E di migliorare.

DANI E VALE: I DINOSAURI DELLA MOTOGP - "Il mio stile di guida è un po’ vecchio, io a 31 anni come Vale a 38, corriamo contro ragazzi di 20 anni. Vengono già dai motori a quattro tempi fin da piccoli, non dai 2T come noi. Hanno sempre guidato moto pesanti, con gomme diverse e mettono il gomito in terra fin dalle coppe promozionali. Per questo noi ci dobbiamo reinventare. Abbandonare il nostro modo vecchio di guidare ed abbracciare il nuovo. E' difficile perché siamo qui da tanto tempo nel motomondiale, e poi mentre sei in una fase di transizione, ti cambiano le gomme da Bridgestone a Michelin e devi reinventare tutto di nuovo".

Con tanta pressione addosso.

L'ESEMPIO DI NICO ROSBERG - "Sì. Prima, anni fa, c’erano pochi giornalisti, oggi con TV e social media l'informazione è veloce ed arriva dappertutto subito. C’è tanta pressione e aumenta ogni anno. Avete visto Nico Rosberg? Ha deciso di ritirarsi.Oggi lo stress è un fattore importantissimo: il corpo umano non è progredito abbastanza velocemente da sopportarlo…".

E' molto analitico Dani. I suoi giudizi su alcuni dei migliori piloti del decennio, suoi ex compagni di squadra, sono illuminanti.

Dani Pedrosa AL FIANCO DI TANTI FUORICLASSE - "Il mio primo compagno di squadra è stato Nicky Hayden. Molto forte mentalmente. Non gli importava se durante le prove andavi mezzo secondo più veloce di lui. La domenica sarebbe stato lì comunque. Casey Stoner, un fenomeno. Lui non aveva bisogno di alcuna routine. Saliva in moto ed era in grado di andare subito al 100%. Di Andrea Dovizioso ricordo la calma. Non si stressa mai per ciò che fanno gli altri. Farlo uscire dalla sua comfort zone è impossibile. Marc Marquez è una spugna. Impara molto dagli altri, succhia il meglio".

Un vampiro della velocità. Poi c'è Rossi. E' fra i suoi avversari da più di un decennio e – miracolo – uno dei pochissimi con i quali il pesarese ha un buon rapporto.

"La forza di Valentino è che...è Valentino. Difficile spiegarlo. E' forte nel corpo a corpo, ma più che altro è la sua mentalità ad essere vincente. Per lui terzo è meglio che quarto e secondo meglio che terzo. Non si arrende mai".

E detto da Dani, il piccolo gigante, è un complimento vero.

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