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Usain Bolt: la concezione della velocità nell’eterna sfida uomo-macchina

A Città del Messico l’uomo più veloce al mondo ha provato una monoposto di Formula E: “Appena entrato nell’abitacolo mi sentivo claustrofobico, mi emoziona più guidare un' auto che correre: nella finale dei 100 mt ci sei tu con le tue gambe che possono tradirti”

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Per certi versi diventa pure complicato trovare la parole giuste per descriverlo, perché forse basta affidarsi a un cronometro: 9”58. Tre numeri che lo identificano come l’uomo più veloce al mondo tanto che quel record siglato a Berlino nel 2009 nella finale dei 100 metri resiste ancora oggi.

Un passo cadenzato, lento, che sostiene la sua corporatura muscolosa e definita, racchiusa in 1.95 metri d’altezza. Nel vederlo da vicino, qualcuno sussurra: “Non oso immaginare quanto fosse tirato a Berlino”. Usain Bolt è da poco sceso dalla Genbeta, ovvero la Formula E di ultima evoluzione in grado di erogare 400 kW di potenza. Era la prima volta che guidava una monoposto e lo ha fatto a Città del Messico, alla vigilia del round inaugurale del Mondiale 2024 di Formula E.

Sorridente, sorpreso e anche un po’ elettrizzato l’atleta giamaicano, reduce da una esperienza mai vissuta prima d’ora. D’altronde lui alla velocità ci è abituato, ma questo è un contesto del tutto inedito, per di più al volante della vettura da corsa più potente.

 La leggenda giamaicana non ha esitato a raccontare ai media presenti quanto vissuto.

“È stata un’esperienza molto particolare – ha detto – prima di salire a bordo della vettura era emozionato, perché si trattava di una cosa completamente nuova per me. Una volta nell’abitacolo ero poi preoccupato, perché lo spazio era stretto per le mie dimensioni e avvertivo come un senso di claustrofobia. Non è stato facile rallentare la tensione, ma i meccanici mi hanno detto: “Una volta che parti vedrai che tutto passerà”, e così è stato”.

Qual è stato il primo impatto?
“Inizialmente è stato uno shock, perché questa Formula E è un razzo su due ruote. Dopo aver fatto pochi metri non volevo più scendere e nemmeno avvertivo più la tensione. Ho soltanto cercato di guidare senza fare errori, affidandomi alla macchina”.

Il fil rouge che unisce il mondo del motorsport con quello dell’atletica è certamente la velocità. Come viene concepita la velocità all’interno di una monoposto in relazione a una gara d’atletica?
“Magari mi sbaglio, ma penso sia più emozionante guidare un auto da corsa rispetto a quando corri. Se penso alla Finale dei 100 metri ci sono io e le mie gambe a farmi da sostegno, ma queste possono tradirti, mandando in fumo tutto il tuo lavoro. A questo punto diventa fondamentale assicurarsi di non commettere errori. Con un auto invece è diverso, perché ti affidi al mezzo e guidi, cosa che tra l’altro facciamo ogni giorno. Dobbiamo solo guidare e forse questa cosa diventa più facile per me. Dopo pochi metri alla guida di una monoposto la vettura risponde ai tuoi comandi, perché è programmata per farlo e puoi arrivare ad alte prestazioni. Le tue gambe le alleni, ma non sono programmate”.

E la tensione invece, quella è la stessa?
“Appena entrato nell’abitacolo sentivo un forte senso di claustrofobia, che per certi versi può essere tradotto come la tensione che ti accompagna prima di una gara. Nell’atletica tu hai un tempo ristretto con cui confrontarti, ma gli istanti prima sono interminabili per certi versi. Devi allentare i pensieri, focalizzarti su te stesso e sulla sfida che ti attende. La componente mentale fa la differenza e io ammiro tantissimo tutti questi piloti che sfidano la velocità al volante delle loro vetture”.

La Formula E ha battuto Bolt? Possiamo dirlo?
“È la prima volta che dico che qualcosa è più veloce di me e tutto ciò mi fa impazzire. Ma c’è una cosa che in particolare mi ha colpito, è l’accelerazione della macchina. Non ho mai provato in vita mia una sensazione del genere, è un qualcosa di strano, unico, ma tutto ciò rafforza la considerazione che ho nei piloti e non solo”.

Che idea ti sei fatto del Motorsport?
“Molto spesso, guardando gli sport da casa, diventa facile dire quando uno sbaglia: “Ah, l’avrei potuto fare pure io”. La gente però non sa quali sacrifici ci sono dietro ogni singolo gesto, tutto appare banale e superfluo, ma non lo è, perché dietro ad ogni attimo e ogni momento c’è sempre uno sforzo. Basti vedere tutte le dinamiche che accadono in una macchina, dalla staccata, l’accelerazione, come impostare una curva, dove andare alla ricerca della corda. Tutto ciò aumenta ancora di più il rispetto verso i piloti”.

 

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