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MotoGP, Il dottorcosta: "è finito il tempo degli eroi, la Clinica Mobile era un altare"

"Nacque grazie al supporto economico di Gino Amisano della AGV, doveva salvare vite e le salvò: Graziano Rossi, Virginio Ferrari, Franco Uncini. Non giudico le persone umane, per non essere giudicato, certo sono amareggiato"

MotoGP: Il dottorcosta: "è finito il tempo degli eroi, la Clinica Mobile era un altare"

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La voce del dottorcosta è stanca, affaticata ma non dal peso degli anni, sono 81, ma dall’amarezza di vedere sparire quello che è stato il sogno, realizzato, della sua Clinica Mobile.

Il figlio di Checco, grande organizzatore della 200 Miglia di Imola e di una infinità di gare simbolo, In occasione della prima edizione della 200 miglia di Imola, il 23 aprile 1972 fornì assistenza medica ai piloti in caso di caduta con l'aiuto del life-jacket, uno speciale giubbotto contenente il necessario per il primo soccorso, messo a punto dallo stesso Costa.

Furono i piloti stessi a chiedergli di continuare l’opera, ed addirittura il grande Giacomo Agostini, sempre un passo avanti in tema della sicurezza, volle Costa al suo fianco in occasione del suo debutto oltreoceano, alla 200 miglia di Daytona.

Fu solo nel 1976 che al dott Claudio Costa, che all’epoca si spostava personalmente in automobile, rischiando l’arresto nei paesi in cui non avrebbe potuto esercitare la sua professione medica, venne l’idea della Clinica Mobile, che vide la luce l’anno seguente grazie alla generosità di Gino Amisano, mitico proprietario della AGV Caschi.

“Il primo ricordo pensando alla clinica è questo - racconta il dottorcosta, raggiunto telefonicamente - lavoravo al Rizzoli, e mi portarono il disegno della clinica: lo stendemmo sul pavimento, era una planimetria. Dal primo momenti mi innamorai dell’idea, mio padre Checco fu subito dalla mia parte e Amisano mi diede il supporto economico per realizzarla. Ebbi la precisa sensazione di aver creato qualcosa che poteva salvare vite”.

E le salvò.
“La clinica era nata perché non c’era assistenza medica, doveva salvare vite, e lo ha fatto con decine di piloti, da Graziano Rossi, il papà di Valentino, ad Imola, a Virginio Ferrari, Franco Uncini, Phillippe Coulon e tanti altri”.

Un simbolo, era la Clinica. Un territorio neutrale ed amico all’interno del paddock, dove due rivali per il titolo mondiale si potevano incontrare per curarsi, sapendo che avrebbero avuto l’identico trattamento, con il più una sana razione di amore.
“La clinica come altare per risollevarsi dalle fratture, per tornare a stringere il manubrio e inseguire il sogno del podio - vola, pindarico, il ricordo di Costa - i piloti sono forme sacre, chissà se vogliono che tutto ciò sparisca. Anche se è vero che è finito il tempo degli eroi. Non può durare per l’eternità, sono dei cicli in cui l’umanità può dimostrare il suo valore, poi tutto si frantuma. Quando è arrivata la Dorna la Clinica aveva esaurito il suo scopo salvifico, ma a quanto mi è stato detto perlomeno il simbolo rimane, anche se in terra straniera, la mia figlia prediletta sarà sostituita e d’ora in avanti vivrà in terra straniera”.

Non giudica questo cambiamento, il dottor Costa.
“Non giudico le persone umane, per non essere giudicato, certo sono amareggiato - ammette il dottorcosta - ma ho sicuramente meno amaro in bocca del dottor Zaza, che aveva custodito fino ad oggi la mia eredità”.

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