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"Non puoi fidarti di gente così": il rugby in campo contro l'apartheid

Massimo Calandri, già autore con Carlo Pernat di "Belìn, che paddock", racconta l'avventura dell'Italia della palla ovale in Sudafrica nel 1973

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“Non puoi fidarti di gente così”, ma puoi fidarti di Massimo Calandri. Inviato di Repubblica e in MotoGP e autore insieme a Carlo Pernat di “Belìn, che paddock”, ha preso di nuovo in mano la penna per parlare di rugby, ma non solo.

Nel 1973 il Sudafrica è un Paese razzista, tristemente famoso per l’apartheid. È anche l’Olimpo della palla ovale, ma nessuno ci vuole andare. Tranne l’Italia, che con un escamotage, riesce ad accettare l’invito per una tournée in cui affronterà le squadre di bianchi ma anche i Leopards, la selezione nera.

Quella che parte per il Sudafrica, però, più che una Nazionale è un’armata Brancaleone, povera (tecnicamente) anche se bella. Ragazzi catapultati in un mondo che non conoscono e che non riescono a capire. Fatto di campi da gioco che sembrano curati da giardinieri (quando in Italia trovarne uno senza sassi era un lusso), lusso e belle ragazze, ma anche di bambini neri che si azzuffano per un torsolo di mela lasciato cadere e che non possono scambiare due calci al pallone con un bianco.

Un Paese esotico per i provinciali italiani, dove gli avversari sembrano giganti e ce n’è perfino uno che è riuscito a uccidere un leone a mani nude. Eppure, tra un incontro con un dittatore rhodesiano, ricevimenti nostalgici e qualche scappatella romantica, gli “scarsi” (come li definisce la stampa locale) azzurri riescono a conquistare le simpatie del pubblico e mettere in difficoltà anche i forti sudafricani, che possono sempre contare sugli arbitri per aggiustare le sorti di una partita.

Calandri scrive quasi un romanzo di formazione, del rugby italiano ma anche di ragazzi che diventano uomini. Non solo sul campo, ma soprattutto fuori, capendo e provando le contraddizioni di un mondo sconosciuto e temuto. La cronaca di quei giorni diventa una lezione che non si ferma allo sport e che, a 50 anni di distanza, è ancora utile.

Non ci si poteva veramente fidare di quei ragazzi, partiti per imparare a giocare e tornati con la consapevolezza che il mondo si può cambiare anche quando si perde una partita.

“Non puoi fidarti di gente così” è edito da Mondadori e lo potete trovare in vendita QUI.

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