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Alpi Marittime e Via del Sale, dove una bicilindrica non potrebbe arrivare

Tre giorni all’insegna dell’avventura e del tassello, in sella ad una Africa Twin, il nostro racconto di un’esperienza carica di emozioni con la True Adventure Offroad Academy

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Erano forse tre anni che non facevo offroad serio in moto. Quando è arrivato l’invito per partecipare a questa tre giorni l’ho visto come un’occasione per rimettermi in gioco e non mi sono tirato indietro. Dopo soli 40 chilometri percorsi però, lo ammetto, all’interno del casco mi stavo maledicendo per quella scelta. Dopo i primi “jolly” giocati, con recuperi in extremis quando avevo già battezzato la moto a terra, mai avrei scommesso di chiudere l’avventura senza una scivolata e qualche ammaccatura (sia per l’Africa Twin che per me). Ed invece alla fine della tre giorni posso orgogliosamente affermare (anche grazie ad una buona dose di fortuna, oltre che per meriti di moto ed istruttori) di non aver fatto alcun danno, nemmeno un’innocente foratura per un sasso preso male, e mi porto invece a casa un’esperienza unica, tantissime emozioni, tanti insegnamenti, oltre a qualche callo e vescica sulle mani ed una giusta dose di stanchezza.

TRUE ADVENTURE OFFROAD ACADEMY

Facciamo un passo indietro parlando di chi ha organizzato questa spettacolare escursione. Marcello Romano lo conosco ormai da qualche anno, avevo avuto il piacere di partecipare ad un altro Tour, in Toscana, ma su percorsi più soft e meno impegnativi di questi. La struttura da lui gestita, la True Adventure Offroad Academy, nasce nel piacentino circa dieci anni fa. Parliamo di una scuola vera e propria, con istruttori certificati FMI, partner di Honda Motor Europe da sette anni. Lo scopo è chiaro: la casa giapponese ha in gamma più di un modello in grado di affrontare del fuoristrada vero (oltre all’Africa Twin possiamo citare la più turistica CB500X, la CRF300L e Rally, oppure anche l’X-ADV), ma servono i giusti fondamentali per farlo e iniziare senza il supporto di una struttura come questa non è affatto facile. L’Academy propone un calendario di corsi multilivello, in base quindi alla propria esperienza, di due giorni ed offerti ad un prezzo per nulla proibitivo (390 euro, 200 in più se si opta per la moto a noleggio invece della propria). Affianco al “core business”, nel corso degli anni sono poi stati proposti altri servizi, come corsi individuali, tour ed escursioni. Proprio questi ultimi sono diventati una sorta di club per chi ha iniziato a parteciparvi e che ogni anno non manca di ripetere l’esperienza. Dalla “gita” nei dintorni della scuola si passa a Tour Off Road più impegnativi, sia in termini di durata che di livello, sempre però alla portata di tutti (o quasi), grazie al supporto tecnico degli istruttori. Oltre alle classiche Toscana e Sardegna, quest’anno la terza delle cinque proposte prevedeva un “Tour Alpi Marittime e Via del Sale”, che ci ha visti tra i partecipanti.

TOUR ALPI MARITTIME E VIA DEL SALE

Il percorso (studiato da Alessandro “Botta” Bottani, istruttore dell’Academy e conoscitore della zona) prevede strade bianche e tratti in asfalto su strade secondarie e panoramiche dell’appennino Ligure, alternando paesaggi vista mare a paesaggi alpini e tratti della famosa Via del Sale nel cuore delle Alpi Marittime sul confine tra Italia e Francia. L’intero percorso effettuato nelle tre giornate si snoda su strade sterrate e asfaltate che vanno dal livello del mare fino a 2000 metri di quota. Un tracciato studiato appositamente per bicilindrici, che prevede il 70% off road di livello medio.

PRIMO GIORNO, INIZIO SOFT (FORSE)

Arrivati al rifugio Forte Geremia, nell’entroterra ad una quindicina di chilometri da Genova Voltri, la prima parte della giornata vede una parte teorica. Oltre all’elettronica dell’Africa Twin (moto che utilizzeremo per il tour), progettata anche per gestire al meglio la moto in offroad, vengono illustrate le tecniche per riparare una foratura, che nei giorni successivi scopriremo non essere così infrequente nel fuoristrada.

Dopo un pranzo con gli altri partecipanti al tour (siamo una decina, oltre ai tre istruttori ed all’auto di supporto), si parte verso Calizzano, dove dormiremo a fine giornata. Il percorso prevede un inizio “soft”, quindi poco più di 100 km, in gran parte in off road. Il percorso in realtà viene valutato e rivisto (con varie opzioni già studiate prima di partire), in funzione delle tante variabili, che includono imprevisti, meteo, livello tecnico dei partecipanti (e anche quello della loro stanchezza), in modo da adattarlo al meglio, rispettando i tempi previsti. La prima cosa che scopriamo sono le tassellate Dunlop D908 RR con cui sono equipaggiate le Africa Twin. Una gomma sviluppata specificatamente per competizioni nel deserto ed eventi cross-country, che promette di essere imbattibile su sabbia, rocce e terreno duro, ma che dovrebbe garantire anche una durata eccezionale. Giudicata molto bene dagli esperti istruttori della True Adventure Offroad Academy, su asfalto inizialmente ci suggerisce di prenderci le misure, con un comportamento ovviamente differente rispetto ad una copertura prettamente stradale, ma dopo una manciata di chilometri le scopriamo eccezionali anche lontano dal loro habitat naturale, fino ad arrivare a fare un po’ i teppisti dipingendo bellissime virgole nere, grazie anche al controllo di trazione impostabile su ben 8 livelli. La mia personale ripresa di contatto con lo sterrato vede invece un approccio forse troppo aggressivo, visto che dopo i primi metri nel bosco inizio a divertirmi a derapare di gas. Ciò che consente di farlo in sicurezza senza essere Danilo Petrucci o un pilota esperto di enduro, è che la bella erogazione del bicilindrico dell’Africa Twin è sempre tenuta “al guinzaglio” dall’elettronica, che consente di sentirsi piloti, consapevoli che l’aiutino riporterà dritta la moto in caso la manetta di chi guida dovesse esagerare. Ben inteso, la moto non si guida da sola, ma l’impegno e le capacità sono inferiori a quelle che ci volevano solo una manciata di anni fa. Poi ad aiutare ulteriormente è il cambio DCT, anch’esso gestito dall’elettronica e che leva l’onere di gestire cambio e frizione, potendosi concentrare sulla guida vera e propria.

Bastano poche decine di chilometri però, a farci capire che la nostra guida è troppo “appesa alle braccia”, che usiamo troppo poco le gambe, come bisognerebbe fare e che la birra è già finita. Sappiamo che il programma prevede “appena” un centinaio di chilometri il primo giorno, ma dopo una quarantina sono stanco manco ne avessimo percorsi 800 su asfalto. Ecco, ora il pensiero che inizia a prendere il sopravvento è quello di fare un conto alla rovescia contando la distanza che manca all’arrivo e mi chiedo perché qualcuno debba pagare per far questa fatica. La stessa cosa che chiede regolarmente la moglie ad uno degli partecipanti quando parte per un’avventura in moto, come lui stesso ci racconta scherzosamente a cena. Mano a mano che passano i chilometri però le risposte arrivano da sole, già prima di arrivare alla conclusione della prima giornata (anche se lo scenario sarà realmente completo solo alla fine dei tre giorni): da un lato subentra la sfida con se stessi, perché il semplice fatto che tutto quello che stiamo facendo richieda delle capacità e della fatica rende appagante superare la prova, dall’altro tocchiamo con mano il fatto che la tecnica ci manca e seguire le indicazioni degli istruttori ci consente di trovare un equilibrio migliore, faticando meno e stando meno tesi alla guida. In parole più semplici, imparare significa anche faticare meno, rischiare di meno ed evitare di trovarsi a gestire una reazione della moto non voluta, facendo inutili sforzi, fisici e mentali. La prima tappa si conclude con gli ultimi chilometri riposanti, su asfalto, fino a Calizzano, Comune posto a circa 650 metri sull’altezza del mare, nell’entroterra dietro a Finale Ligure. La notte si dorme in albergo e la cena è l’occasione per conoscere meglio gli altri partecipanti al tour.

IL SECONDO GIORNO E L’ARRIVO ALLA MITICA VIA DEL SALE

Dopo un inizio giustamente e volutamente soft (anche se lo abbiamo detto, comunque siamo arrivati a destinazione non proprio freschi come delle rose), il sabato si fa sul serio. I chilometri previsti salgono da 110 a 170 circa, con una percentuale in off che è decisamente più alta (intorno anche all’80%), con alcuni passaggi tecnici, ma anche con paesaggi e scorci davvero mozzafiato. L’inizio di giornata vede le prime cadute di alcuni partecipanti, oltre che la messa in pratica di ciò che avevamo visto nella giornata precedente. La prima foratura di una moto nel gruppo ci consente infatti di vedere dal vivo come si risolve una situazione potenzialmente di emergenza, ma che con il giusto approccio e qualche attrezzo si può gestire anche da soli. Marcello lascia infatti il terzetto di istruttori e la sua moto, restando a cambiare la camera d’aria in autonomia, per raggiungere il gruppo più tardi. Basta un pezzo di tronco per reggere la moto mentre interviene sulla ruota posteriore. Tra le cadute invece una provoca una perdita d’olio per una crepa sul coperchio sinistro del motore, ma anche in questo caso l’intervento “d’emergenza” con la resina mette una pezza e consente alla moto di continuare il percorso. Ecco, in episodi come questi emerge il vantaggio di essere in un gruppo, con istruttori / guide e un’auto di supporto, cosa che consente di vivere l’avventura in modo più leggero, senza quasi doversi fermare e senza avere alcun pensiero e lasciando spazio al solo divertimento.

Dal Colle di Nava, siamo passati per le strade sopra Mendatica, per poi dirigerci al Colle di Tanarello (sulla cuspide tra Piemonte, Liguria e territorio francese), dove ci siamo fermati a pranzo al rifugio Laterza, non lontano dalla Statua del Redentore ed a poco più di 2.000 metri di altitudine. Se già fino a qui lo spettacolo paesaggistico era stato eccezionale, nel pomeriggio ci siamo diretti al rifugio dove avremmo dormito, percorrendo la classicissima Via del Sale, anche nella tratta a pagamento (l’accesso è di circa 15 euro a moto e contingentato in quanto parte di un parco naturale). Da qui abbiamo raggiunto il Colle di Tenda, per poi tornare al Colle dei Signori, dove erano previsti cena e pernotto al rifugio Don Barbera in camerata ed a 2.079 metri, assolutamente allineato con lo spirito di avventura della nostra tre giorni.

TERZO ED ULTIMO GIORNO, IL RITORNO AL PUNTO DI PARTENZA

Dopo esserci goduti lo spettacolo della natura in quota, ma anche dopo esserci levati un po’ di ruggine (con già quasi 300 km percorsi in gran parte in offroad), il giorno di chiusura del tour inizia di buon ora, perché la strada che ci aspetta è molta e la tabella di marcia prevede un arrivo alle 17. Si inizia con il piatto forte, a livello paesaggistico, ma anche tra i più belli dal punto di vista della guida. Dopo aver percorso a ritroso la Via del Sale, scendiamo a valle verso Upega, piombando in pochi chilometri a circa 800 metri di altitudine in meno. Il percorso continua verso Garessio verso il Colle San Bernardo, con un percorso conosciuto per le pale eoliche che porta a Bardineto. Continua ad alternarsi l’asfalto al fuoristrada, con alcuni passaggi abbastanza tecnici, tra i quali uno in un bosco di faggi che ci porta al Colle del Melogno, dove ci fermiamo per pranzo. La stanchezza inizia a farsi sentire, ma in meno di tre giorni è tangibile quanto sia cambiato l’approccio. Da un lato ci sono muscoli affaticati e qualche acciacco, dai calli sulle mani ai postumi delle cadute di qualcuno dei partecipanti, ma dall’altro ognuno ha più dimestichezza con la guida in questi contesti tra i partecipanti c’è uno spirito che porta ad aiutarsi e darsi consigli. Come ad esempio Roberto, vedendomi in difficoltà sui tornanti stretti, mi suggerisce di entrare più stretto ed in effetti il “gioco” diventa meno complesso. Ci sono poi le indicazioni più “istituzionali” degli istruttori, quelle classiche (ma sempre valide), che vanno da quella base (non vale solo in moto), che non bisogna guardare un ostacolo, ma sempre oltre, dove vogliamo andare. Se vedete un sasso o un canale dove non volete entrare, fissarlo è il modo più sicuro per centrarlo, provare per credere. Non che la tecnica sia facile e so bene di essere lontano da guidare come dovrei fare in offroad, ma una delle nozioni che mi ha salvato un numero di volte che oramai non conto più, è che in situazioni di difficoltà o che pensiamo vadano oltre il nostro limite, mettendo il peso indietro e con il gas “pelato”, la moto “mangia tutto” e ci porta a destinazione. Non serve dare tutto l’acceleratore, perché sottocoppia la trazione è la migliore.

Dopo pranzo arriva forse il tratto più tecnico e difficile, che il buon Carlo (Morini, anche lui istruttore dell’Academy) ama definire “molto impegnativo per le bicilindriche". Sembra quasi volerci mettere paura quando ci dice cosa ci aspetta e se preferiamo optare per una via più facile. Alla fine il gruppo si divide in due e avendo fatto trenta, non posso che far trentuno scegliendo il percorso più angusto. Attraversiamo una sassaia che potrebbe incutere timore a piedi, in forte salita prima e poi con una discesa altrettanto importante. Se due giorni fa mi avessero detto di salirci in sella ad una Honda Africa Twin 1100 DCT da 236 kg in ordine di marcia, avrei detto che era impossibile, a meno di essere Toni Bou che realizza un video virale per i social. Ed invece basta non farsi intimorire (magari farsi un segno della croce virtuale) e seguire le indicazioni che ci sono state ripetute più volte negli ultimi giorni, e lei va, fino a dove vogliamo andare. Una volta raggiunto l’asfalto, sapendo che gli ultimi chilometri ci avrebbero visto lontano dalla polvere, dai sassi e dalla terra, quasi come il bacio alla terra da parte del Papa, saluto l’esperienza in fuoristrada con una gran bella virgola sull’asfalto a moto piegata. Dopo una bellissima tratta guidata su asfalto, che attraverso il Passo del Faiallo ci riporta a Forte Geremia, si concludono i 460 km di questa avventura.  

NOLEGGIO O MOTO PROPRIA?

In chiusura una nota di carattere economico. Il tour ha un costo di 790 euro, che diventano 1.190 optando per la moto a noleggio, tutto incluso (anche benzina ed eventuali imprevisti). A nostro personalissimo avviso, la differenza rende il tutto più piacevole, si hanno meno pensieri, si trova la moto pronta, con la gommatura e con le tarature giuste per il percorso da affrontare, e si arriva e riparte magari comodamente in auto, con l’aria condizionata e tutte le comodità che in moto non si possono avere. Quanto all’Africa Twin invece dobbiamo ammettere che ci ha fatto ricredere, al punto da pensare ora che davvero in alcuni contesti, soprattutto per i meno avvezzi, possa essere più facile da guidare rispetto anche ad una monocilindrica specialistica dal peso dimezzato. E poi l’abbiamo vista uscire abbastanza indenne anche dalle cadute, a dimostrazione che anche un utilizzo estremo come quello di un tour come questo, può essere il suo habitat naturale. Per tutte le informazioni sui prossimi tour, a calendario per il prossimo ottobre, vi rimandiamo al sito dedicato (qui il link ).

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