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Ducati DesertX, non è lei la prima "enduro vera" di Borgo Panigale

Da molti è stata definita la moto della svolta di Ducati verso l’off-road, ma la DesertX non può prendersi questo primato. Ecco perché

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Certamente una tra le novità più attese del 2022 è la Ducati DesertX: la moto che fa sognare i nostalgici per le sua non proprio vaga somiglianza con la Cagiva Elefant e che proietta il marchio di Borgo Panigale nella elite dei brand che possono vantare delle maxi-enduro vere, pensate per essere sfruttate ben oltre la strada bianca.

La DesertX stuzzica i palati anche degli avventurieri più raffinati non solo per i 110 CV e i 92 Nm di coppia che assicurano parecchio divertimento su sassi e ghiaia: ai numeri del Testastretta 11° infatti Ducati ha abbinato un reparto sospensioni da specialistica, con forcella e mono capaci rispettivamente di 230 e 220 mm di corsa, una luce a terra di 250 mm e un doppio serbatoio anteriore e posteriore che le permette di sfiorare i 30 litri di capienza. Una rally bike fatta e finita, che però, se si guarda agli annali di Ducati, non è la prima enduro vera di Borgo Panigale.

La Ducati che vinse la Sei Giorni…

La storia di Ducati con i fettucciati e quella che una volta era chiamata “Regolarità” inizia negli anni ’60, quando la Casa di Borgo Panigale fa arrivare Oltreoceano la prima Scrambler, nonna delle modern-classic bolognesi di oggi. In Italia era chiamata Ducati Motocross, ma lo era più di nome che di fatto, visto che le differenze con le cross di allora erano abbastanza marcate. Il vero debutto nel mondo dell’off-road però avvenne nel 1971, quando la Ducati fece esordire la 450 R/T. Una moto nata dalla richiesta della FMI che puntava all’oro italiano nella Sei Giorni Enduro, allora conosciuta come Sei Giorni Trial, e che si rivolse a Ducati perché le altre case tricolori presenti già nella competizione non avevano moto che superassero i 175 cc di cilindrata. Ducati così si mise al lavoro utilizzando il suo monocilindrico 450 Desmo su un telaio a culla aperta e all’edizione della Sei Giorni del 1971, svolta sull’Isola di Man, delle 7 Ducati impegnate ( tre delle quali con motore 350) 3 conquistarono l’oro e una l’argento.

Nonostante il successo all’esordio Ducati fece uscire fuori dalle linee di produzione di Borgo Panigale solo 430 esemplari della 450 R/T, tra quelli allestiti per la competizione e quelli omologati per la circolazione su strada. Un peccato visto che per l’epoca i numeri della moto, con 38 CV per 140 kg a secco(l’unica enduro dell’epoca con distribuzione desmodromica), non erano affatto scontati. Potremmo poi parlare della già citata Cagiva Elefant,  che aveva il cuore desmo prima da tre quarti di litro e poi da 900 cc della Ducati, ma il logo sul serbatoio era un altro, quindi per questa volta soprassediamo.

… E quella che ha conquistato l’America

Volendo essere pignoli poi, anche in tempi più recenti Ducati è salita sul gradino più alto del podio in una competizione fuoristradistica: nel 2020 infatti Ducati North America e Fasthouse, marchio specializzato in abbigliamento off-road, hanno fatto squadra per correre la Mint 400, un raid di 260 km alle porte di Las Vegas. Nel deserto dell’Arizona i piloti Jordan Graham e Ricky Diaz, sulle Desert Sled preparate appositamente per l’occasione, hanno fatto doppietta con un distacco di oltre 40 minuti dagli inseguitori. Certo, non parliamo di moto di serie, visto che ci sono state modifiche alla ciclistica, alle sospensioni e ai freni, ma per festeggiare questo traguardo Ducati ha lanciato un’edizione limitata della Desert Sled che celebra l’impresa. Insomma la Desert Sled apre sicuramente un nuovo capitolo della storia di Ducati, ma dalle parti di Borgo Panigale quando si cimentano con il tassello sanno quello che fanno.

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