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SBK, Rea-Toprak: la vera sfida del trittico Superbike è stata dietro le quinte

7500 pasti somministrati, 12 mila bottigliette d’acqua, un mese di fuoco senza sosta per chi ha lavorato nelle hospitality come se fosse un Grande Fratello

SBK: Rea-Toprak: la vera sfida del trittico Superbike è stata dietro le quinte

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La Superbike si è da poco lasciata alle spalle il trittico di settembre, che ha visto il testa a testa tra Toprak Razgatlioglu e Johnny Rea prendersi tutti i riflettori della scena. I due si sono infatti sfidati a colpi di sorpassi, controsorpassi e staccate al limite, tanto da accendere la volata finale per il titolo.

Se da una parte c’è la bagarre in pista, dall’altra c’è quella fuori, dove il paddock e i suoi addetti ai lavori hanno vissuto tre settimane di fuoco. Stiamo parlando di tutti coloro che hanno prestato il proprio servizio dietro le quinte contribuendo ad allestire le hospitality per i team, somministrando colazioni, pranzi e cene. Un lavoro che non viene ripreso dalle telecamere e di conseguenza non si vede dal divano di casa.

Eppure tutti questi hanno corso più di Rea e Toprak, anche se non sono saliti sul gradino più alto del podio. Abbiamo quindi pensato fosse giusto rendere merito al loro operato, in modo da capire cosa ci sia dietro questo lavoro. A parlarne con noi è stato Luca Delsanto, responsabile HR Sport, che gestisce ben due hospitality all’interno del paddock, di cui una è ad uso esclusivo di Yamaha.   

“Fortunatamente siamo arrivati alla fine di questo trittico – spiega Luca Del Santo – per i piloti il trittico dura tre settimane, mentre per noi che lavoriamo nelle hospitality un mese, dato che i camion partono ben cinque giorni prima, dato che ad inizio settimana si entra in circuito per poi iniziare ad allestire. Come molti sanno noi abbiamo due hospitality. Una di grandi dimensioni, riservata esclusivamente a Yamaha e team affiliati, mentre un'altra più piccola per altri clienti”.

Luca, ci dai qualche numero giusto per rendere l’idea del lavoro?
“Certo. Nell’hospitality piccola passano la media di 800 persone in un weekend, mentre nell’altra, che è il doppio, 1600. In totale, per questo trittico, abbiamo somministrato circa sui 7500 pasti. Oltre ai pasti ci sono poi le bevande. Secondo i calcoli abbiamo utilizzato ben tre bancali di acqua. Considerando che ogni bancale sono circa quattro mila bottigliette, in totale ne abbiamo fatte fuori 12 mila. Questi sono i numeri del trittico di settembre della Superbike”.

I numeri sono impressionanti, di conseguenza il lavoro sarà particolarmente impegnativo per tutti i ragazzi coinvolti nel tuo gruppo di lavoro.
“In una trasferta del genere di tre settimane la parte più difficile è che non hai mai pause, dato che sei in continuo movimento. Arrivi alla domenica, che dopo Gara 2 inizi a smontare fino a tarda notte. Poi il giorno seguente devi ripartire per entrare in circuito e ricominciare di nuovo ad allestire il tutto. Con me lavorano dieci ragazzi e servono due giorni di tempo per montare entrambe le hospitality. Fai conto che quella grossa ha ben 105 pedane indipendenti e bisogna allestirla attraverso l’utilizzo del laser in modo da regolare le facciate così come le altezze”.

Una volta monta l’hospitality parte poi il weekend di gara.
“Esatto, poi si parte. Alle 5:30 di mattina si accendono i fornelli in cucina per preparare la colazione, che viene solitamente servita dalle 7, poi dalle 12 alle 15 è l’ora del pranzo. Dalle 19 invece la cena. Questi sono i nostri orari e la giornata non finisce mai prima di mezzanotte”.

In un trittico del genere qual è il momento più duro con cui confrontarsi?
“Il primo montaggio. Perché quando arrivi a Barcellona per la prima gara inizi poi a pensare a cosa ti attende nelle prossime due gare. Ovviamente deve funzionare tutto, dato che se hai un problema il rischio è che te lo porti dietro fino al termine del trittico. Al tempo stesso direi anche l'ultima gara, perché quando arrivi a Portimao inizi a fare il conto alla rovescia a sembra che non finisca mai"

Luca, da una parte c’è il lavoro, dall’altro immagino l’aspetto umano dei ragazzi.
“Esatto! La differenza è avere persone motivate che sanno fare il proprio lavoro, ma non solo. Conta soprattutto il sapere stare nel gruppo cercando di creare la giusta sintonia ed equilibrio. Il fatto che la tripletta sia arrivata a fine stagione è stato un bene, perché i meccanismi del nostro team di lavoro sono già collaudati. Ovvio che poi non mancano i momento di tensione, perché per un mese è come se tutti noi fossimo in una sorta di Grande Fratello”.

Non male come paragone.
“Devi sapere convivere con quelle che sono le esigenze dell’altro, considerando che ognuno di noi è lontano da casa dagli amici e dai propri affetti. È normale poi che ci siano litigi, discussioni, momenti di tensione, però alla fine tutto si conclude con una stretta di mano. Sono dell’idea che a volte sia più importante sapere stare nel gruppo e relazionarsi, piuttosto che correre a mille in hospitality ma avere un carattere scontroso con il proprio collega, alimentando tensioni. Io posso dire di avere dei ragazzi fantastici, instancabili e a tutti loro va il mio riconoscimento per quanto fatto”.

Li citiamo?
“Certo, Denis Crivellari: (sala), Alberto Acrania: (sala e cucina), Massimo Malandra: (cucina), Denis Bruera: (sala), Alex Delsanto: (sala), Denis Fuiano: (sala), Simone Rasset: (cucina), Omar Faga: (sala e cucina), Stefano Delle Sedie: (sala). Questi sono i miei ragazzi”.

Le hospitality ormai sono la vetrina dei team nel paddock. Quanto è cambiato questo lavoro negli anni?
“Tantissimo! Io sono oltre 20 anni che faccia questo lavoro e c’è stato un cambiamento importante. Inizialmente l’hospitality era ad uso esclusivo del team, di conseguenza era il luogo dove piloti, meccanici e ingegneri andavano a mangiare. Adesso invece è una sorta di vetrina, come hai detto tu, dato che vengono accolti gli sponsor, si parla di business, di conseguenza viene aperta a molte più persone. Ovvio che poi tutto deve funzionare alla perfezione ed essere impeccabile, dalla qualità del cibo fino ad arrivare all’igiene del posto”.

Luca, un’ultima battuta. Molte persone, guardando l’immagine delle hospitality da fuori, vorrebbero lavorare nel paddock. Cosa consigli? Bisogna essere raccomandati?
“No, non bisogna essere assolutamente raccomandati, dato che in questo mondo conta impegnarsi, mettersi a disposizione e sapere andare d’accordo con le persone attorno. Noi di HR Sport siamo sempre interessati a valutare nuovi profili e proprio lo scorso anno abbiamo aumentato il numero aggiungendo un nuovo profilo. Proprio per questo le nostre porte non sono chiuse per chi fosse interessato”.  

  

 

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