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Afghanistan: i talebani, la Cina e il tesoro dell’elettrico

Mille miliardi di risorse minerarie non sfruttate nel paese al centro delle preoccupazioni mondiali e l’ombra della Cina che si allunga verso il regime

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Il ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan dopo 20 anni è naturalmente al centro delle cronache di tutto il mondo. Non saremo noi a fare la cronistoria degli avvenimenti che hanno portato in pochi giorni i guerriglieri talebani a riconquistare Kabul, ma se le preoccupazioni del mondo sono giustamente focalizzate sui diritti umani del popolo afghano non bisogna dimenticare che la longevità e la legittimazione del regime dei fondamentalisti passa anche per le risorse interne del paese. E l’Afghanistan ha al suo interno una vera e propria pentola d’oro ancora non sfruttata.

Mille miliardi sotto terra

L’Afghanistan è uno dei paesi più poveri al mondo, dove il 90% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, eppure nel sottosuolo risiede un tesoro fatto di litio, cobalto e altri metalli utili, se non fondamentali, per le batterie di auto e moto elettriche. La CNN in un recente servizio ha valutato le risorse minerarie afghane quantificabili in mille miliardi di dollari. La scoperta non è certo degli ultimi giorni, visto che già mezzo secolo fa i sovietici cercano di sfruttare le risorse della nazione ai fini commerciali, ma l’instabilità politica del paese non rese le cose facili facendo desistere i russi. I talebani allora non avevano risorse e mezzi per sfruttare il tesoro sepolto e si spinsero sulla coltivazione d’oppio diventando per anni uno dei centri nevralgici della filiera del narcotraffico. Oggi però le cose potrebbero cambiare.

L’ombra della Cina e l’influenza russa

Nei giorni caldi della fuga dalle ambasciate, delle condanne senza appello e delle giustificazioni sulla ritirata militare che per molti è stata la miccia che ha portato all’escalation talebana due nazioni hanno fatto sentire la loro voce fuori dal coro: Cina e Russia. La prima si è espressa “favorevole con cautela” al ritorno dei fondamentalisti, la seconda si è detta fiduciosa in una svolta democratica talebana e soprattutto pronta a far valere la sua storica influenza sui governi del paese mediorientale. Nelle pieghe di questi rapporti potrebbe celarsi l’interesse per sfruttare le risorse minerarie afghane. La Cina infatti è già produttore di batterie per auto, scooter, monopattini elettrici e di chip, materiale carente nell’ultimo anno in tutto il mondo, e avviare rapporti commerciali con i talebani consentirebbe di rafforzare la posizione dominante nel settore.

Senza contare che favorirebbe i marchi nazionali a discapito della concorrenza mondiale: se nelle auto elettriche i produttori cinesi si contano ancora sulle dita di una mano, parlando di scooter il discorso cambia visto che i due ruote alla spina più famosi vengono proprio dalla Cina. Naturalmente una mossa del genere, con il possibile interessamento della Russia, legittimerebbe il regime: cosa che i talebani auspicano per instaurare e consolidare il potere avvalendosi del supporto di due superpotenze.

Le difficoltà

Ci sono però parecchi “ma” da considerare: molti esperti infatti, come Mosin Khan del Fondo Monetario Internazione, bollano come impossibile qualsiasi investimento nel paese vista la continua instabilità politica, altri analisti e esperti di security esprimono scetticismo viste le regolamentazioni del lavoro estrattivo non certo alla portata dei talebani. Quello che è certo è che se l’Afghanistan dovesse avviare l’industria mineraria senza attenzioni particolari e rispetto delle norme vigenti il danno ambientale sarebbe devastante e metterebbe ancora più a rischio le fasce deboli della popolazione.

La domanda che però risuona in questi giorni concitati è una sola: ai talebani interessano regole internazionali, delegittimazione e possibili sanzioni?

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