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SBK, Rea: “Vincere sembra scontato, invece è ossessione e devi gestirla”

“Nel 2018 hanno fatto le regole affinché non vincessi. Il cross mi ha portato a questo livello. In pista devi seguire un determinato schema, nel motocross ogni giro è diverso da quello prima”

SBK: Rea: “Vincere sembra scontato, invece è ossessione e devi gestirla”

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Johnny Rea a 360 gradi, proprio così! Il Cannibale della Kawasaki, che ad Aragon ha superato le 100 vittorie, ha regalato questa intervista a Monster Energy, dove si è raccontato a tutto tondo.

Ci sono i primi passi nel cross, poi l’arrivo in Superbike fino ai trionfi e le vittorie, che ormai lo accompagnano da tempo. Tanti i temi toccati su cui il nordirlandese si è soffermato nel ripercorrere le tappe della sua carriera.

“Crescendo nell'Irlanda del Nord  e guardando mio padre correre -  ha esordito - non siamo mai stati in un ambiente in cui quando andavi bene ti davano le pacche sulle spalle, oppure ti facevano sentire importante, fino ad arrivare a toccare il cielo. Mi hanno insegnato a essere umile, seguendo modelli come Joey Dunlop”.

Rea inizia citando il cross, ovvero quello che è stato il suo primo step della carriera.
"In pista c'è sicuramente un manuale di istruzioni per mettere insieme un giro perfetto. Per me è come una procedura A-B-C. Conosci la pista, conosci la moto e sai che c'è una routine prestabilita per andare forte. Generalmente di anno in anno neanche questo cambia. Non è come il motocross in cui sono cresciuto, dove le condizioni cambiavano di giro in giro e lì capisci bene cosa significa adattarti”.

Johnny è cresciuto nel fango, poi ecco arrivare l’asfalto.
“Quando sono entrato in Kawasaki, provenivo da un'altra grande squadra, Ten Kate Honda Team, e avevo un ottimo rapporto con tutti i ragazzi. Ma quando sono entrato in Kawasaki, per è stato un grande cambiamento in merito al mio stile di vita. Le ambizioni della squadra erano le stesse del team Sky quando è arrivato nel mondo del ciclismo. Ricordo che durante il primo inverno mi chiamavano continuamente per sapere come stavo. All'inizio mi sono messo sulla difensiva, ma poi ho capito subito che stessero cercando di ottenere la massima percentuale da me e dalla moto, il che è stato davvero fantastico”.

Lo scorso anno il nordirlandese ha centrato il sesto titolo iridato nell’anno della Pandemia.
“L'anno scorso è stato un inizio di stagione più difficile perché sono caduto in gara uno. Ho fatto uno stupido errore e sono stato colpito alla schiena. Ho perso molti punti e opportunità, quindi è stato solo uno stupido errore. Non vedevo l'ora di andare in Qatar per il secondo round, ma poi il mondo ha oscillato di 360 gradi e tutti abbiamo dovuto affrontare la realtà della pandemia del Covid-19. Ad essere sincero, una parte di me pensava che fosse davvero bello prendersi una pausa dalle corse. Nella mia carriera non ho mai avuto veramente una pausa. Ogni volta che sono sceso dalla bici è stato per un infortunio”.  

Una delle parole chiave della sua carriera è senza dubbio vittoria.
“Ogni vittoria in una gara è speciale e non sono mai stato un esperto di statistiche, ma quando mi avvicinavo alle 100 vittorie era un grande obiettivo. È un numero così bello e una pietra miliare della carriera. Ne sono molto orgoglioso. Siamo stati un po' sfortunati nei test invernali con il maltempo, ma la mia squadra non ha lasciato nulla di intentato e si è presentata ad ogni test possibile. Hanno riorganizzato e riprogrammato il tutto grazie allo staff. Il mio riconoscimento va a tutti loro e le famiglie”.

Vincere conserva senza dubbio un sapore speciale per Rea, anche se pare essere una costa a tratti scontata.
“A volte, quando hai vinto, inizi a darlo per scontato. Non ho festeggiato le vittorie di gara come avrei dovuto potenzialmente. È un impatto enorme per tutte le persone coinvolte - per il team, il produttore - e quando continua a succedere si normalizza quasi in un modo strano. Ma 100 vittorie sono pazzesche, ed è sicuramente in cima al mio CV ora. Ammetto che in certi momento può diventare una ossessione e lo è stato! Ho imparato dall'esperienza a incanalarlo però nel modo giusto però.  All'inizio della mia carriera, quando ho iniziato a vincere, ero ossessionato dalla mia dieta e dal mio allenamento. Era il mio unico scopo di esistere. Dopo aver avuto i figli, c'è una sorta di quadro più ampio della vita, e mi sono trovato a mio agio anche con me stesso. Questo significa che posso gestire l'ossessione e il desiderio di arrivare al successo molto più serenamente.

In questi anni Johnny ha sfidato in pista i rivali, ma anche i regolamenti, come lui tende a sottolineare.
“Il cambio di regolamento è stato importante, perché la nostra moto era molto più competitiva in passato, quando tutte le case costruttrici potevano avere un setting molto più aperto. Quando gli organizzatori hanno introdotto i limiti di giri nel 2018 e ci siamo ritrovati a 14.100 giri, dentro di me ho trovato una grande motivazione.  Avvertivo che quella  era la "regola anti-Kawasaki" e tutto ciò mi dava ulteriore motivazione”.

Rea è focalizzato sul presente, ma al tempo stesso guarda anche al futuro.
“Lasciare la Superbike? Dovrebbe essere qualcosa che mi accenda il fuoco, dato che sono a mio agio nell'ambiente Superbike.  Per considerare qualcos'altro - come la MotoGP per esempio - avrei bisogno di qualcosa di concreto, come una moto ufficiale, e questo non si è mai materializzato. Non penso che l’opportunità possa arrivare ora che ho 33 anni. La SBK è il mio mondo e sono felice. Inoltre,  dopo le gare mi godo i miei piccoli.”

Come detto Rea è partito dal cross e chissà mai non possa concludersi lì la sua carriera una volta salutate le derivate.
“Vorrei godermi l'Anaheim Supercross. Inoltre conservo il desiderio di fare una gara del campionato nazionale di motocross dopo il mio ritiro, probabilmente qualcosa  nell'Irlanda del Nord, come una gara del campionato dell'Ulster o dell'Irlanda del Nord. Guido la mia moto da cross abbastanza regolarmente, quindi mi piacerebbe farlo. E magari anche qualche viaggio”.

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