MotoGP, Dal miracolo di Uncini al dramma di Dupasquier

L'unico incidente contro cui non si può fare nulla, in corsa, è l'investimento: Franco, oggi responsabile della sicurezza FIM fu fortunato. La storia ci ricorda che i miracoli esistono, ma non avengono spesso. Purtroppo

Scritto da Paolo Scalera - Lun, 31/05/2021 - 18:29

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Con Franco scherziamo spesso su quello che chiamo ancora oggi la corsa del coniglio. Senza alcun riferimento al coraggio, ovviamente, ma solo all’immagine della bestiola che, spaventata, prima si ferma e poi scatta verso la salvezza.

‘Franco’, naturalmente è Uncini della cui amicizia sono onorato essendoci conosciuti sulla pista di Vallelunga nei gloriosi tempi delle derivate di serie quando lui, 50 chili con tuta, casco e stivali, guidava da dio una pesante Laverda SFC prima di passare alla Ducati SS di Spaggiari.

Franco Uncini, a mia memoria è l’unico ad essere uscito indenne da un incidente che per i motociclisti è fatale nel 99% dei casi: l’investimento da parte di un compagno.

Il suo incontro con il destino avvenne sul vecchio circuito di Assen il 25 giugno del 1983. Perse il controllo della sua Suzuki 500, rotolò in terra e fu investito. Colpito alla testa con tale violenza che il casco si sfilò. Me la ricordo la scena perché eravamo lì, io ed i colleghi Carlo Canzano e Carlo Florenzano Terenzi. Erano i tempi in cui con i piloti si era amici veramente.

I fotogrammi dell’incidente mostrano chiaramente l’accaduto: la maggior parte dei piloti evitarono Franco schivandolo sulla destra, un rookie, certo Wayne Gardner, al suo primo Gran Premio in sella ad un a Honda NS500 di Honda Britain scelse invece di andare a sinistra.

Con Uncini, che ora con Wayne è amico (ma Franco non gliela ha mai perdonata), scherziamo ancora sull’accaduto, ma la realtà è che si trattò di un miracolo. Portato in coma all’ospedale di Groningen il recanatese rimase quasi una settimana in coma. Noi lo lasciammo lì perché la settimana successiva si correva a Francorchamps. Franco uscì dal coma, così tornammo in Olanda - io ero in macchina con GB Marcheggiani, allora inviato del Corriere dello Sport - e poi in Italia con un volo di linea con Franco chiuso in una cuccetta e un po’ fuori di testa. Lui, solitamente riservato era…diciamo così, non completamente in sé. E qui mi fermo.

Fu fortunato Franco Uncini, fortunatissimo. Addirittura alla fine dell’anno poté tornare in sella, avvenne a Vallelunga, in un ritorno orchestrato da Maurizio Flammini. Questo mi permette di dire che ha la testa dura, perché quando le cose vanno bene si può scherzare su questo nostro grande amore per la velocità, ma purtroppo non tutte le favole sono a lieto fine.

Vado a memoria, partendo da quel groviglio a Monza, nel 1973, in cui perirono Jarno Saarinen e Renzo Pasolini e, poche settimane dopo, in una gara junior, Galtrucco, Chionio e Colombini. Nel 1977 altro incidente multiplo in cui perse la vita Stadelmann, Uncini fu salvato da un giovane Claudio Costa, coinvolti Dieter Braun, Patrick Fernandez e Johnny Cecotto.

E andiamo avanti nel tempo: Silverstone 1980: Patrick Pons morì investito dall’amico Michel Rougerie che a sua volta, l’anno successivo, a Rijeka, in Jugoslavia, fu investito ed ucciso da Roger Sibille. Nel 1989, ad Hockenheim, Ivan Palazzese fu investito da Preining e perse la vita.

In tempi più recenti, 2010, Tomizawa fu investito a Misano da De Angelis e Redding e di Marco Simoncelli, coinvolti Valentino Rossi e Colin Edwards, si sono scritti fiumi di inchiostro.

Tutto questo per dire che poco si può fare contro questo tipo di incidenti. Dagli anni ’70 ad oggi si sono fatti progressi enormi nella sicurezza, e non solo nei circuiti. Abbigliamento, caschi, preparazione atletica fanno dei ragazzi di oggi sicuramente piloti più preparati. Eppure contro dinamiche di questo tipo non si può fare nulla.

Chattavo oggi con Luca Cadalora: “con la Superpole si possono evitare gli incidenti in qualifica, ma poi in gara non c’è nulla da fare”.

Puoi cadere, ed il tuo amico dietro di te, può investirti. E la velocità unita al peso, anche leggero di una Moto3, non lasciano quasi mai scampo. E l’esperienza c’entra poco.

Ancora oggi Franco vi dirà che Gardner sbagliò a cercare spazio sulla sinistra, ma sulla destra c’era la moto in mezzo alla pista.
E la sua visuale sicuramente non era libera. Frazioni di secondo. Decisioni d’istinto, più che di ragionamento. Fortuna.

Ogni pilota pensa che, a lui, non capiterà mai. Ma non esiste alcun paracadute per questo genere di incidente. E non esiste non perché nessuno ci abbia ragionato.Pensateci: la sicurezza assoluta, nella velocità come nella vita, non esiste.

 

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