Moto2, Joe Roberts: "Hayden è il mio eroe e vorrei guidare come Stoner"

L'americano correrà con Italtrans: "ho detto no ad Aprilia perché devo ancora meritarmi la MotoGP. Kenny ha aperto la strada ai piloti americani, mi piacerebbe rifarlo"

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Joe Roberts ha un look da surfista, e non potrebbe essere altrimenti essendo nato a Malibù, ma anche un cognome che nel motociclismo fa scattare sull’attenti. Con il Marziano Kenny non ha legami di sangue ma, volente o nolente, gli tocca raccogliere l’eredità dei grandi campioni americani. Si sta facendo le ossa in Moto2, da quest’anno nell’italianissimo team Italtrans, e pensa alla MotoGP, ma senza volere bruciare le tappe.

Joe i campioni del passato li frequenta anche, a partire da Lawson. “L’anno scorso sono stato da Eddie, a casa sua sul lago Havasu, e c’era anche Kenny Roberts, siamo andati insieme sulle moto ad acqua, ci siamo divertiti molto. Ho detto a Eddie che è diventato una lucertola perché vive nel deserto" racconta scherzando.

"Voglio riaprire quella strada con cui i piloti americani possono arrivare al Mondiale"

Senti la pressione dell’eredità dei grandi piloti americani del passato?
Non la chiamerei pressione, perché era un’altra epoca, è passato molto tempo ed era tutto diverso. Semmai l’obiettivo è tornare a quei tempi, spero di potere essere di ispirazione per i giovani piloti americani come lo è stato Kenny Roberts, in modo che possano arrivare al Mondiale. Penso che sia positivo per l’America avere più di un pilota nel Mondiale, quest’anno saremo in due, con Cameron Baubier, ed è fantastico, si unirà alla festa e ci divertiremo di più. Sarebbe bello ce ne fossero di più, come quando ero piccolo e vedevo Nicky Hayden, Colin Edwards, Ben Spies, John Hopkins, me li ricordo bene ed erano un’ispirazione per me. Sapere che c’è un americano nel Mondiale ti mostra la strada da seguire, per molto tempo questa strada non c’è più stata e spero di essere di ispirazione per i più giovani in modo che mi seguano”.

Perché hai deciso di venire in Europa così presto e non continuare a correre in America?
Non penso di esserci arrivato così presto. Ho corso nella Rookies Cup per 3 anni e ho visto come in Europa fosse tutto diverso e quanto importante fosse correre qui, tornarci il prima possibile. Non ne ho avuto l’opportunità fino al 2017, quando ho corso nel campionato europeo. Non penso che fosse presto, perché ci sono piloti che sono già in team molto professionali quando sono ancora giovanissimi, mentre io a 16 anni andavo ancora a correre con mio papà, è molto diverso. Correre in America mi ha insegnato molto, ho imparato come vincere gare e campionato, anche se in una serie minore, mvrei voluto venire in Europa prima.

"Hopkins mi ha insegnato a credere in me stesso"

Quanto è stato importante John Hopkins nella tua carriera?
Lo è stato molto, quando ha iniziato a lavorare con me ero veramente in un punto basso della mia carriera e della mia vita in generale. Dopo il 2019 non sapevo se avevo quello che serviva per diventare uno dei migliori piloti in Moto2. O meglio, ho sempre creduto di potercela fare, ma quando ci provi e i risultati non arrivano inizia a incasinarti la testa. John mi ha permesso di tornare a credere in me stesso e mi ha aiutato a vedere le cose in una maniera più semplice, a pormi obiettivi realistici. È arrivato nel momento perfetto, quando ho avuto una moto competitiva e un capotecnico straordinario come Lucio Nicastro. Ha avuto un tempismo perfetto per potermi aiutare a migliorare la mia fiducia in me stesso ed è valso anche per me in modo da trarre vantaggio da questa situazione”.

Spesso i piloti americani sentono nostalgia di casa, vale anche per te?
Ci sono stati momenti in cui l’ho sentita molto, ho vissuto spesso da solo e non è la cosa migliore. Ho una fidanzata ma vive in America, a volte senti che ti mancano tante cose. Non dico che l’Europa sia un brutto posto per vivere, anzi è perfetto per un pilota perché ci sono piste dappertutto e tutti amano la MotoGP, ma mi mancano delle cose, come capire la lingua. Amo la mia vita ed essere qui, come persona ho imparato tanto in pochi anni, devi farlo quando vivi da solo e soprattutto se corri in Moto2 (ride). È importante stare bene da soli”.

"Credo in Aprilia, ma ho detto no alla MotoGP perché ho ancora tanto da fare in Moto2"

Perché non hai accettato l’offerta di Aprilia per correre in MotoGP?
Penso che tutti vogliano saperlo (ride). Voglio chiarire che credo molto nel progetto di Aprilia e diventeranno sempre più competitivi, quindi il motivo non è legato alle prestazioni. Io avevo un contratto con Italtrans e penso che se stringi un accordo devi rispettarlo. La ragione principale è però che ho ancora molto da fare in Moto2. Sono in questo campionato da pochi anni e, come ho detto prima, in America ho imparato come si vince e non l’ho ancora fatto in questo campionato. Prima di andare in MotoGP voglio sapere di potere vincere delle gare nel Mondiale, magari anche il titolo, penso che sia importante per un pilota dimostrare che meriti la MotoGP, ed è importante soprattutto per me”.

"Il mio eroe è Nicky, di Stoner vorrei il talento, Jordan mi ha mostrato che tutto è possibile con la dedizione"

Hai un idolo a cui ti ispiri nelle sport?
Nel motociclismo il mio eroe è Nicky Hayden, la prima gara di MotoGP che vidi fu il GP di Laguna Seca nel 2005 che lui vinse. È stata delle gare che mi ha ispirato di più, volevo essere come lui. Ho sempre guardato a lui e ho ammirato anche gli altri piloti americani, poi Casey Stoner, vorrei avere il suo talento e guidare come lui”.

In altri sport?
Non mi sono interessato molto ad altri sport, ma quest’anno ho visto un documentario su Michael Jordan, l’ho fatto appena prima di Le Mans, e vedere la sua dedizione in quello che faceva è stata una delle cose che mi hanno ispirato di più. Mi ha reso super concentrato, sentito di potere fare qualsiasi cosa”.

Infatti hai fatto la pole position in Francia.
“Onestamente Le Mans è stata una gara strana per me. Fondamentalmente il problema è stato che la pista ci metteva molto ad asciugare, ed era piovuto appena prima della partenza. Avevamo montato le gomme da bagnato, ma mentre facevo il giro di allineamento mi ero accorto che l’asfalto di sarebbe asciugato. Io non mi preoccupo se c’è solo una piccola striscia asciutta, metto subito le slick (ride). Sullo schieramento però abbiamo avuto dei problemi cambiando gli pneumatici, sono cose che capitano nelle gare, a volte sono io a cadere e delle altre è la squadra che può fare errori. Sono dovuto uscire dallo schieramento, ho visto tutti partire e non ho capito cosa stava succedendo. C’è stato un problema di comunicazione con i commissari, è stato strano, ma anche divertente sorpassare la Safety Car alla prima curva (ride)”.

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