MotoGP, Cecchinello: "Marquez e Marini? essere fratelli d'arte è uno stimolo"

ESCLUSIVA - "Con Alex puntiamo al podio. Marc si è reso conto che dovrà usare più strategia. Il ritiro di Rossi? Il pubblico si innamorerà di Bagnaia e Morbidelli"

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Riflette sulle cose, le elabora, ne ricava profondità. E così Lucio Cecchinello è diventato ben più di un manager di successo. Ha da poco siglato (di nuovo) l’accordo con Honda. LCR, il suo team, si è legato a loro per i prossimi due anni. “Di solito faccio contratti di un anno. Ma abbiamo già raggiunto un accordo per i prossimi due e quindi nel 2021 e nel 2022 gareggeremo ancora con la Honda in MotoGP”.

Via Cal Crutchlow, confermato Takaaki Nakagami, ed ecco Alex Marquez. Dietro c’è tutta la puntigliosa attenzione di Cecchinello. Curioso, fine analista, attento ai numeri, ai dettagli, al nuovo che avanza. E ovviamente a quello che lo circonda. “Quello che abbiamo vissuto è stato un mondiale diverso, un po’ spettrale - racconta - Una sorta di campionato in formato test invernale aggravato dal fatto che dovevamo adoperare tutte le attenzioni per contenere il contagio, dai test alle mascherine, i plexiglass sulle scrivanie, la vita di clausura. Speriamo sia finita così. Ma non escludo che le prime gare del prossimo anno continueranno in quel modo”.

E cosa ti aspetti?

Mi aspetto una stagione di venti gare. La prima parte con le limitazioni, la seconda meno. Sarà tutto più più semplice. Mi aspetto un mondiale in cui rientri Marc Marquez. Magari dalla prima gara. E’ difficile, ma glielo auguro. Salterà i test, ma spero di vederlo al via. E mi aspetto un mondiale molto combattuto. Sono diventate competitive tante squadre, il distacco tra il primo e l’ultimo è sempre meno evidente”.

"Per Alex Marquez, come per Luca Marini, avere un grande fratello è uno stimolo in più"

Voi avete un Marquez in più, Alex.

Ci conosciamo ancora poco. E’ gentile, educato, molto orientato sulle cose che deve fare. Al sacrificio. L’applicazione che mette per correre e per guadagnarsi un posto con una moto ufficiale è considerevole. Ma quello che mi aspetto è di vederlo sul podio. E’ già stato capace di farlo quest’anno. Se non ci riuscissimo sarebbe per noi un risultato chiaramente negativo, poco auspicabile. Faremo di tutto”.

In cosa deve crescere?

E’ giovane, deve crescere e fare solo esperienza. Tutto qui. Ad Alex adesso manca solo di essere competitivo costantemente. Lo è stato sì, ma solo nella seconda parte della stagione scorsa. Ha avuto qualche momento di crisi, è caduto. Ma se trova il giusto ritmo può fare grandi cose”.

Essere il fratello di Marc è un problema o un vantaggio?

Dipende dalla mentalità, dall’approccio, in base alla personalità potrebbe essere un problema. Ma nel caso di Alex, o anche per Luca Marini con Valentino, non lo è. Per Alex come per Luca è diventato uno stimolo in più a fare bene, a dare tutto, a non lasciare indietro nulla. E questo può portarli lontano”.

L’altro Marquez, Marc, che cosa rischia? Forzare i tempi può essere dannoso.

Ha detto in più di un’occasione che tornerà più forte e più maturo. E questo da pilota significa che si è reso conto che dovrà probabilmente essere sempre forte, ma leggermente più tattico in momenti chiave. L’incidente, la caduta, il problema fisico può sempre capitare a tutti. Poi bisogna capire l’approccio”.

"La morte di Kato fu uno shock, iniziai a riflettere sul rischio, ma un pilota non può avere paura"

Ti è mai successo di sentirti frenato?

Quando morì Kato, nel 2003, fu uno shock che ha cominciato a farmi riflettere sull’approccio al rischio, mi ha aperto gli occhi sul fatto che effettivamente il dramma può sempre succedere. Già alla fine del 2002 ebbi una grossa caduta, un incidente, sentii un forte dolore alla schiena. In una frazione di secondo pensai: ecco, mi sono rotto la schiena. Per un istante avevo avuto lo spettro, il timore di aver perso la mobilità alle gambe. Fu un momento forte, di riflessione. Non cambiò la mia competitività, lottavo ancora per il podio. Ma cambiò il mio approccio al rischio, quello sì”.

In moto è meglio avere paura?

No, paura no. Un pilota deve avere rispetto in quello che fa, ma non deve avere paura. Se un pilota ha paura di farsi male o di morire non è un pilota che può puntare a vincere titoli mondiali”.

"Finché non vedo in piedi i miei piloti dopo una caduta ho il cuore in gola"

Tu adesso hai paura per i tuoi piloti?

Sì, finché non li vedo in piedi dopo una caduta ho sempre il cuore in gola. Ma fortunatamente la MotoGP grazie al grande lavoro sull’implemento della sicurezza nei circuiti, sui piloti, e grazie al miglioramento della qualità degli asfalti, alle regole e tante altre cose, sa gestire tutto. Le cose gravi sono davvero poche, e quindi sono ottimista”.

L’ottimismo aiuterà anche per pensare in grande al prossimo campionato.

In quello scorso avevamo ambizioni importanti. Non tutto è andato secondo i piani, quello che avevamo progettato e previsto. Ma sono fiducioso per il futuro. Abbiamo un team preparato, che lavora sodo, e questo ci aiuta giorno dopo giorno”.

"Crutchlow ci ha dato meno soddifazioni rispetto agli obiettivi, Nakagami di più"

A Crutchlow cosa è successo?

Ci ha dato meno soddisfazioni rispetto ai nostri obiettivi, si è fatto male subito, e questo ha condizionato il suo cammino. Cal aveva fatto il quarto tempo a Valencia, il secondo nei test in Malesia, quinto sulla griglia di partenza a Jerez. Era un pilota competitivo, poi si è fatto male al polso, l’intervento, la vite, le complicazioni…”.

E Nakagami?

Al contrario. Con lui abbiamo raccolto molto di più di quello che speravamo di vedere in termini di competitività. In classifica è arrivato decimo, ma tieni presente che con una ventina di punti in più poteva finire quarto. Diciamo che l’ultima è stata una grande stagione per Taka e una stagione meno brillante per Crutchlow. Penso che Nakagami sia in grado di salire sul podio in qualche occasione”.

"Tolta la VR46, mancano strutture adeguate per fare crescere i giovani piloti"

Com’è la nuova generazione di piloti?

C’è stata un’evoluzione dello sport, una volta quando correvo io le cose erano diverse. Quelli come me, Capirossi, Biaggi, tutti abbiamo approcciato le corse con la sport production. Adesso i nuovi giovani vengono dalle pocket bike, delle mini-bike, i pre gp. C’è tanto vivaio che viene formato soprattutto in Italia e Spagna con queste formule low cost. A parte la VR46 che dà un dieci a zero a tutti, mancano purtroppo strutture adeguate per far crescere i piloti in un ambiente giusto, formandoli nella maniera corretta, dall’allenamento alla dieta, l’inglese, la comunicazione in maniera corretta. Tanti giovani sono appassionati ma non sono supportati adeguatamente”.

Perché c’è fretta di scalare posizioni?

C’è un aumento costante dei costi, i piloti giovani di oggi devono essere supportati dalla famiglia, dal papà, una volta riuscivi con una moto modificata, facevi il campionato e se eri bravo vincevi le gare. Biaggi ha iniziato così. Oggi i piloti dei team professionisti sono diversi. E’ tutto più costoso. I giovani di oggi sono più seduti, bisogna far sì che tutto sia pronto, sono meno disponibili. Io quando non avevo i soldi facevo il meccanico alla mia moto. Adesso se si sistemano la visiera del casco è già tanto”.

Nella gestione di un team che cosa conta oggi rispetto a 20 anni fa?

Abbiamo vissuto anni di crescita importanti tra gli anni 80 e i 90 fino all’inizio nel 2000. Anni di crescita nella mediatizzazione del campionato, che si è fatto più visibile, più trasversale. L’ingresso di Valentino ha fatto sì che si avvicinassero tantissimi spettatori trasversali, ma anche le ragazzine, le massaie, le nonne, le mamme. E poi? Di colpo sono usciti gli sponsor dei tabacchi, la crisi finanziaria del 2009. Abbiamo tenuto duro. Adesso il covid è un colpo bello duro alle nostre finanze. Quindi conta il feeling, sono importanti i rapporti”.

"Dopo Valentino la MotoGP resisterà, come è successo alla Formula1 dopo la scomparsa di Senna"

Cosa c’è dopo Valentino?

Valentino è stato capace a far avvicinare un pubblico trasversale che prima la MotoGP non aveva. Ai tempi di Schwantz, Raney, Dohaan avevamo un pubblico molto appassionato mentre Valentino è stato capace di allargare il pubblico persino alle massaie, alle nonne, tutti guardavano la MotoGP quando era in chiaro e quando Valentino vinceva a raffica. L’uscita di Rossi è possibile che allontani dagli schermi un pubblico di un certo tipo, la massaia, la nonna, ma non credo che il core fan se ne andrà. Valentino è in una fase calante e il pubblico si sta abituando a seguire nuovi volti. La sua non è un’uscita violenta, drammatica. Perderemo qualche fan, però non sono i consumatori tipo. Forse perderemo quel pubblico molto trasversale, non penso che perderemo molti fans. L’uscita progressiva aiuta il pubblico a innamorarsi di un Miller, un Bagnaia, un Morbidelli. Prendi la Formula 1”.

Cosa è successo?

"Tutti erano innamorati di Senna, quando morì tragicamente in molti dicevano che la Formula 1 avrebbe perso interesse. La macchina mediatica è riuscita a ricreare un personaggio. Sempre. Schumacher, Hamilton. Forse avremo un po’ meno italiani rispetto al passato, magari avremo più spagnoli. Ma il nostro è uno sport globale. E comunque non penso che gli italiani rinuncino alla MotoGP. L’abbiamo visto quest’anno. C’è stato un incremento di ascolti importante, un aumento degli abbonati alla pay-tv”.

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