Multistrada senza Desmo, Monster senza traliccio: Ducati 2.0

Il V4 Granturismo rinuncia ad un elemento distintivo e il nuovo Monster sembra destinato a perderne un altro. Ducati guarda al futuro, abbandonando i dogmi

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Ducati è probabilmente il Costruttore che è riuscito meglio di tanti altri a creare un legame fortissimo con gli appassionati del marchio e l’ha fatto grazie ad un costante lavoro sull’identità del proprio brand. Per la Casa di Borgo Panigale la moto è sempre stato un mezzo per trasmettere emozioni e per farlo ha scelto spesso strade alternative a quelle della concorrenza, sempre per cercare di restare fedele ad una vera mission aziendale, ovvero quella di creare moto uniche e che sapessero, appunto, emozionare. 

Per tanti anni sembrava che il Costruttore bolognese fosse legato a tre dogmi precisi, tre componenti in grado di essere elemento comune a tutte le moto che uscivano dallo stabilimento di Via Cavalieri Ducati. Ci riferiamo ovviamente al telaio a traliccio, al motore bicilindrico ed alla distribuzione desmodromica. 

Il primo di questi tre dogmi è crollato con l’avvento della 1199 Panigale, una moto magnifica che incastonava un gioiello bicilindrico in un telaio non telaio. Lo scatolato utilizzato ricordava infatti i concetti espressi da Filippo Preziosi con la Desmosedici vincente con Stoner in MotoGP e permise a Ducati di mettere in produzione una sportiva leggera e perfettamente allineata ad una concorrenza sempre più feroce. 

Nel 2003 debuttò la Desmosedici in MotoGP, il primo V4 Ducati

LA DUCATI DESMOSEDICI GP3

Il secondo di quei famosi dogmi, ovvero quello legato al bicilindrico, era già stato superato nel 2002, quando fu presentata al mondo la prima Desmosedici che poi Loris Capirossi e Troy Bayliss avrebbero portato in gara nel 2003 nell’ancora giovanissimo campionato MotoGP. In nome dello sport, Ducati riuscì a sdoganare l’ostacolo più grande, superò la diffidenza dei più integralisti tra i ducatisti e soprattutto alimentò la sua leggenda con una moto che di carattere ne aveva a badilate. Nel 2006 arrivò la versione ‘stradale’, un pezzo ricercatissimo tra i collezionisti che di fatto aprì una strada e solo nel 2017 arrivò la prima Panigale V4, segnando il debutto del 4 cilindri su una moto di grande produzione per la Casa di Borgo Panigale.

Adesso l’ultimo dogma ad essere caduto è quello che riguarda il sistema Desmodromico, sacrificato sull’altare della sfruttabilità del mezzo per la versione Granturismo del V4 che spingerà la nuova generazione di Multistrada. Sappiamo per certo che questo è il vero colpo al cuore dei ducatisti, perché se le altre due soluzioni sono state digerite con il tempo, si può affermare senza tema di smentita che il Desmo restava una sorta di confine  invalicabile, in grado da solo di erigere un muro tra una Ducati e tutte le altre moto al mondo.

Ducati rinuncia ai dogmi, ma non alla sua filosofia

Ebbene questo muro non ci sarà più sulla nuova Multistrada, perché il Desmo nato dall'ingegno di Fabio Taglioni non sarà più il cuore di questa moto e la motivazione è chiara e spiegata perfettamente da chi ha immaginato questo motore. La tradizione è magnifica, ma non permette ad un ingegnere di creare un motore che gira in modo perfettamente lineare a bassi regimi. Quella stessa magnifica tradizione, non ti permette di aumentare il piacere di guida mentre sei in sella ad una moto e stai percorrendo una strada costiera. E mettere un adesivo sulla moto, con una scritta ‘Desmo’ non rende necessariamente quella moto più Ducati di un’altra, così come non lo fa un motore bicilindrico piuttosto che un telaio a traliccio. 

IL DESMOSEDICI STRADALE

Ducati sta insomma dimostrando di avere grande coraggio, perché sta rinunciando a quegli elementi che sembravano imprescindibili per una moto di Borgo Panigale e lo sta facendo con l’intento preciso di creare moto migliori di quelle che le hanno precedute. E’ stato così con la Panigale V4 e con la Streetfighter V4. Sarà così con la Multistrada che oltre a ‘rinunciare’ a due cilindri farà a meno anche del cuore Desmo. Probabilmente sarà così anche per il nuovo Monster, che magari non avrà il telaio a traliccio, ma sarà probabilmente una moto migliore di quelle che l’hanno preceduta, sarà più leggera e di certo sarà in grado di far dimenticare dopo pochi chilometri cosa manca, lasciando il pilota a concentrarsi su cosa c’è. 

E’ esattamente in questo lo spirito di questa Ducati 2.0, ovvero non lasciarsi condizionare da quello che ci deve essere per tradizione su una moto per definirla una Ducati, ma su quello che ci deve essere per rendere migliore una moto e fare in modo che siano più intense le emozioni che sa regalarti, il piacere di guida che mette sul piatto. Un cambiamento che potrebbe quasi somigliare al catartico passaggio tra l’apparire e l’essere. Sappiamo tutti che i ducatisti più incalliti si definiscono motociclisti per eccellenza, che badano al sodo e poco alle chiacchiere. 

Ducati sta facendo la stessa cosa, perché disquisire sul fatto che una moto senza Desmo sia o meno una Ducati sono solo chiacchiere che restano ferme al palo nel momento in cui la moto si accende e sa regalare le emozioni che si aspetterebbe da una Ducati. Torniamo dunque all’inizio dell’articolo. A Borgo Panigale costruiscono moto che regalano emozioni, lasciamo che siano queste a definire una Ducati piuttosto che altro. 

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