Steve McQueen: la vita per i motori del 'King of cool'

L'attore non ha mai disdegnato di eseguire lui stesso manovre rischiose sostituendosi agli stuntman. Ci ha regalato lo storico 'Le Mans', il primo film ad utilizzare cineprese sulle auto da corsa

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Le moto e le auto da corsa hanno sempre avuto un ruolo decisamente importante In quasi tutti i film dove ha recitato Steve McQueen. Con lui del resto i registi “risparmiavano” nel senso che durante le riprese l'attore non ha mai disdegnato di eseguire lui stesso manovre rischiose sostituendosi agli stuntman. McQueen infatti aveva nel suo DNA la passione per la velocità e per il rischio, suo padre William era a sua volta uno stuntman professionista e pilota di Air Show e sebbene all'età di sei mesi fosse stato abbandonato con la madre (Julian Ann Crawford), pur non avendo avuto l'opportunità di approfondire il legame paterno, nel suo DNA rimase un'adorazione quasi atavica per i motori.

Nel corso della sua carriera da attore McQueen meditò più volte di abbandonare la strada del cinema per dedicarsi anima e corpo alle corse, un hobby che da amatore lo aveva portato a cimentarsi con successo in diverse gare motociclistiche e automobilistiche dalla Baja 1000 alla Mint 400.

Dopo una gioventù travagliata e una breve parentesi di tre anni nei Marines, all'età di 22 anni iniziò il suo percorso da attore iscrivendosi all'Actor Studio di New York. Questa formazione gli permise di interpretare all'epoca alcune modeste parti negli spettacoli di Broadway. Le borse per i successi ottenuti in pista consentirono a McQueen di continuare a inseguire il suo sogno hollywoodiano e dopo alcune apparizioni televisive e qualche comparsa in film di seconda fascia, l'attore riuscì ad ottenere una piccola parte per la pellicola del 1956 di Robert Wise Lassù qualcuno mi ama con Paul Newman e Anna Maria Pierangeli.

Un film sulla storia del campione di pugilato italo-americano Rocky Graziano che fornì a McQueen un trampolino di lancio per il grande cinema e che nel 1958 gli permise anche di cimentarsi nel suo primo ruolo da protagonista in quel Blob di Irvin S. Yeaworth Jr., uno degli horror fantascientifici più acclamati della storia.

Tra i suoi film più celebri si ricorda senz'altro anche Cincinnati Kid. In questo lungometraggio del 1965 diretto da Norman Jewison, diventato un cult per gli amanti del Poker, l'attore impersonò un giovane giocatore impegnato ad affermarsi nel mondo delle sale da gioco di New Orleans.

Gli amanti delle due ruote avranno invece bene impresse nella memoria le sue "galoppate" in sella alla Triumph TR6 ne La grande fuga di John Sturges del 1963, nel quale McQueen interpretò un capitano dell'aviazione statunitense rinchiuso in un campo di prigionia tedesco durante la seconda guerra mondiale. In questo film, nonostante i reclami della produzione, McQueen girò quasi tutte le scene più pericolose mostrando quel coraggio e quella determinazione che nel 1971 lo portarono a produrre, interpretare e in parte anche a dirigere Le Mans, film sviluppato intorno alla nota gara francese di Endurance.

L'anno prima il “king of cool” si era reso protagonista di una performance straordinaria nella 12 ore di Sebring aggiudicandosi, con un piede fasciato, il secondo posto assoluto.

Fu senz'altro questo successo ad ispirare l'attore a girare Le Mans, un lavoro sofferto che per gli ingenti costi di produzione rischiò di far fallire lo stesso McQueen e la sua Solar (la casa di produzione dell'attore).

Il flop al botteghino e l'opinione dei critici cinematografici dell'epoca non cancellano la straordinaria potenza innovatrice di questo colossal sull'automobilismo che in un certo senso fu l'apripista del cinema di genere e impresse per la prima volta su celluloide quel mondo al quale McQueen si sentiva profondamente legato.

Anche a livello tecnico Le Mans portò delle fondamentali novità tecniche come l'innesto di telecamere sulle macchine da corsa. L'autovettura con la quale sono state girate la maggior parte delle scene sul circuito è una Porsche 917K che venne iscritta dalla Sonar alla competizione e concluse la corsa nonostante la zavorra dei dispositivi per le riprese.

Il 7 novembre del 1980 il “king of cool” chiuse la sua parentesi terrena trascinato via da una malattia del sangue derivata proprio dalle corse. Il tumore che lo uccise fu infatti in parte causato dalla prolungata esposizione all'amianto contenuto nelle tute dei piloti automobilistici di allora.

Lasciò agli eredi un'estesa e preziosa collezione di moto d'epoca con rarissimi modelli di Indian, Harley Davidson e Triumph e un lussuoso nonché ricercato parco macchine che comprendeva gioielli da competizione come la Ferrari 512 S e la Porsche 908.

 

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