MotoGP, Andrea Iannone: due pesi e due misure nella squalifica di 18 mesi

In passato anche Miriam Sylla e Giuseppe Rossi risultarono positivi al doping, ma la tesi della contaminazione alimentare involontaria li scagionò in pochi mesi, occhio però al caso Lawson 

Share


La notizia del giorno è senza dubbio la condanna  a 18 mesi di squalifica per Andrea Iannone. Una mazzata vera e propria per il portacolori Aprilia, che stamani ha dovuto fare i conti con la sentenza emessa da parte  della Corte Disciplinare della FIM.

Il caso risale allo scorso novembre, quando l'abruzzese è stato trovato positivo a un controllo antidoping in occasione del Gran Premio della Malesia a Sepang. Come ben sappiamo l’accusa è quella della contaminazione alimentare, la quale è stata però considerata involontaria. Un aspetto chiave quest’ultimo, che va in netta controtendenza rispetto a vicende passate e analoghe, tanto che Iannone ha giustamente dichiarato: “Il mio è il primo caso per contaminazione alimentare che abbia portato a una sospensione”.

Se riavvolgiamo il nastro, non si può certo dare torto a The Maniac, il quale ha ricevuto un trattamento ben diverso rispetto ad altri sportivi. È il caso di Miriam Sylla, pallavolista della nazionale femminile di volley, ora in forza all’Imoco Conegliano.

Al termine del World Grand Prix di Nanchino, in Cina, in data 6 agosto 2017 era risultata positiva al controllo antidoping. Le analisi avevano infatti riscontrato una ridottissima quantità di clenbuterolo, sostanza purtroppo spesso utilizzata per "gonfiare" i bovini prima della macellazione in presenza di scarsi controlli, a tal punto da essere squalificata il 5 settembre del mese successivo. Un duro colpo da incassare per la pallavolista, costretta a dire addio a quell’Europeo a lungo inseguito e sognato.

Più volte Sylla dichiarò la sua estraneità ai fatti, tanto che la difesa dell’atleta si basava sulla contaminazione alimentare involontaria, cosa che tra l’altro ha coinvolto anche la pallavolista Antonjievic nelle stesso periodo. Alla fine la FIVB ha accolto la tesi difensiva, scagionando in data 12 ottobre la giocatrice e mettendo fine a un incubo durato circa due mesi.

Una situazione che per certi versi ha vissuto anche Giuseppe Rossi, anche se il suo incubo è durato ben quattro mesi. Al termine della sfida tra Benevento-Genoa del 12 maggio 2018, l’ex attaccante dei liguri fu trovato positivo al dorzolamide, un agente anti-glaucoma contenuto esclusivamente nel collirio, il quale serve a ridurre la pressione intraoculare elevata.

Dopo che la Procura Antidoping aveva chiesto un anno di squalifica per il calciatore, la difesa ha portato avanti la tesi della contaminazione alimentare involontaria, proprio come per Sylla e Iannone. Alla fine, il Tribunale Nazionale Antidoping ha accolto l’1 ottobre dello stesso anno le motivazione di Rossi, scagionandolo da ogni accusa e consentendogli di tornare in campo.

Più dura è stata invece la storia di Jarrion Lawson, talento americano dell’atletica. Argento a Londra nel salto in lungo, nel 2018 risultò positivo al epitrenbolone, ovvero uno steroide anabolizzante proibito, in un controllo a sorpresa effettuato negli Usa subito dopo il ritorno dell’atleta dal Seiko Golden Gran Prix di Osaka, in Giappone. A seguito delle analisi, immediata la sospensione di quattro anni. Alla fine il TAS gli diede ragione lo scorso marzo, sposando la tesi della contaminazione alimentare dovuta all’aver mangiato una bistecca contenente steroide.   

Anche Iannone si rivolgerà al TAS, sperando ovviamente in una tempistica molto più breve e accogliendo la tesi della difesa. Di sicuro, in confronto a quanto accaduto a Rossi e Sylla, anche loro vittime di contaminazioni alimentari involontarie, sono stati utilizzati due pesi e due misure.

 

Share

Articoli che potrebbero interessarti