MotoGP, I 34 anni di Dovizioso: ritratto di un campione incompiuto

Nonostante i risultati Andrea viene ancora visto come un numero 2, lui va avanti per la sua strada, imperterrito, come gli piace

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Trentaquattro era il numero che Andrea Dovizioso utilizzava prima di arrivare in MotoGP, da oggi e per altri 364 giorni sarà anche quello della sua età. Quelle due cifre erano anche quelle di Kevin Schwantz e fra il texano e il forlivese la distanza non potrebbe essere più grande, ancora di più di quei 9mila chilometri mal contati che separano Houston dalla Romagna.

Kevin era un istrione che bruciava gomme e benzina, il prototipo del pazzo a due ruote, tutto cuore e polso destro. Il Dovi viene invece descritto come un ingegnere mancato, la ragione al potere nel regno dell’irrazionalità, dove la follia viene esaltata e la normalità a stento accettata. Ammesso e non concesso che si possa essere normali quando vieni pagato per stare in equilibrio precario su due ruote sul filo dei 350 all’ora.

Andrea per tanti anni è sembrato invisibile, uno dei tanti, lontani dai riflettori che illuminavano gli idoli delle folle, vincessero più o meno di lui. Siccome l’intelligenza non gli manca, se ne è accorto e ha avuto anche la sufficiente autoironia per intitolare la sua biografia Asfalto, che è fondamentale per correre, ma anche grigio e anonimo, così fanno più bella figura i cordoli, tutti colorati anche se servono meno.

Non che il Dovi non fosse veloce, lo è stato fin dagli inizi, da quel (per ora unico) titolo in 125. Nella sua carriera se l’è vista con tutti i migliori, dall’immarcescibile Valentino, alla stella cometa Stoner, passando per Lorenzo e Pedrosa, fino ad arrivare al fenomeno Marquez. Ne ha prese ma ne ha anche date, ma non abbastanza.

Il risultato è essere visto come un’eterno incompiuto, bravo ma non abbastanza, veloce ma non abbastanza, simpatico ma non abbastanza. Ed essere stato vicecampione del mondo per 3 volte consecutivo non ha migliorato le cose. Anche se in pista ha dovuto vedersela col peso massimo Marquez e sulle copertine dei giornali con il monumento Rossi. Anche se è arrivato in Ducati quando nessuno sarebbe salito sulla Desmosedici ed è riuscito a renderla vincente.

A Borgo Panigale erano abituati a piloti borderline come Stoner, Bayliss, Fogarty, e Andrea Dovizioso sembrava una mosca bianca lì in mezzo. Tranquillo, razionale, analitico, tutta testa e (apparentemente) poco cuore. L’immagine può essere sbagliata, ma una volta dipinta è difficile da cancellare.

Anche quando diventi il pilota che ha vinto di più sulla Rossa dopo Sua Maestà Casey, o il pilota più vincente nella classe regina dietro solo ai mostri Agostini e Rossi.

Il Dovi, piaccia o non piaccia, non ha però mai tradito se stesso, non ha mai cercato di apparire per quello che non è, a costo di essere messo in secondo piano nei confronti dei compagni di squadra, della moto che guidava, del mondo in cui è, volente o nolente, protagonista.

Anche a inizio anno, quando ha cambiato il suo soprannome in quello che sembrava uno scioglilingua inglese, undaunted. Che poi significa imperterrito, che a ben vedere non è un termine di uso comune nemmeno in italiano, che indica chi è padrone di se stesso, tira dritto per la sua strada e, tutto sommato, se ne frega di quello che dicono gli altri.

A 34 anni, il Dovi può camminare a testa alta e gli auguriamo che il suo cammino sia ancora lungo. Se poi ci scappasse un titolo, il regalo se lo sarebbe fatto da solo.

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