Botturi: sono andato alla Africa Eco Race per l’avventura

Dopo il secondo successo di quest'anno ci racconta la sua esperienza: “6.500 km nel deserto con la massima attenzione alle rotture, perché nel deserto si è senza assistenza e con pochi attrezzi, serve una concentrazione elevata per non rischiare"

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Alessandro Botturi - il campione di Lumezzane ha conquistato poche settimane fa il secondo successo alla Africa Eco Race, in sella alla sua Yamaha WR 450F rally (il regolamento prevede la partecipazione di moto sostanzialmente identiche a quelle della Dakar). Quest'anno è stata scelta una colorazione ispirata alla leggendaria Ténéré della metà degli anni ottanta. Nemmeno la caduta durante il Panafrica ha fermato il Bottu, che dopo le primissime tappe ha preso il ritmo giusto ed ha spinto fino al successo. 

Dopo una carriera costellata di successi nel mondo dell'enduro, Alessandro Botturi approda alla mitica Dakar nel 2012, debuttando con un ottimo ottavo posto. Gli anni successivi però non arriva quello che un po' tutti si aspettavano e, anche a causa di cadute o problemi tecnici, quello resterà il suo risultato migliore. Fino al 2018, quando il Bottu decide di non andare alla Dakar e di lanciarsi in questa nuova avventura. 

Lo abbiamo intervistato presso lo Yamaha Lab a Gerno di Lesmo, in occasione della party che Yamaha Italia ha organizzato per festeggiare il suo successo.

Bottu, intanto complimenti per la vittoria, la seconda vittoria di quest'anno alla Africa Eco Race. La prima domanda riguarda il tuo passaggio dalla Dakar a questa nuova avventura. Perché hai abbandonato il rally raid più famoso al mondo per la Africa Eco Race, che con le due vittorie ti ha poi consacrato come campione?

Abbiamo avuto tanti anni sfortunati alla Dakar, anche se alla fine durante l'anno facevo anche bene, perché ho vinto due Sardegna, che è tappa del mondiale, un Merzouga Rally, un Transanatolia; poi andavamo alla Dakar e per una rottura o una caduta, non sono mai riuscito a fare il grande risultato. Perché dopo l'ottavo posto al primo anno, anch'io mi aspettavo di migliorare. Poi cosa dire? Sono passato all’Africa Race più per lo spirito, perché alla fine avevo voglia di cambiare, avevo voglia di andare anche in Africa. Lo dico sinceramente perché è dove la Parigi Dakar è nata. Tutti mi criticavano un po' perché ho sempre fatto la Dakar in Sud America e mai in Africa. Quanto al percorso, devo dar ragione alle critiche, perché quando vieni veramente in Mauritania, ti dà una sensazione incredibile, capisci quando a qualcuno viene il mal d'Africa.

Il livello della competizione, visto che hai vissuto sia la Dakar che la Africa Eco Race, come cambia?

Il livello di piloti alla Dakar è altissimo, sono ufficiali e sono fortissimi. La Africa Eco Race è una gara più da amatori, che sta crescendo, perché i risultati ci stanno dando ragione. Dall'anno scorso con 53 molto, quest’anno sono state oltre 80. I risultati dicono che stanno sta crescendo tanto e son contento. Anche gli organizzatori sono veramente in gamba e ci mettono tanta passione. Cercano di far arrivare quasi tutti al traguardo.

La notizia negativa che è arrivata dalla Dakar (con la morte di Paulo Gonçalves), come ti ha colpito?

Sicuramente ha sconvolto tutti sia alla Dakar che noi alla Africa Eco Race (si svolgono in contemporanea NDR). Sono stato compagno di squadra di Paulo e lo conoscevo anche come uomo, un vero. Alla prima tappa dopo la notizia ho finito al ventesimo posto, perché non riuscivo a concentrarmi, poi mi ha dato forse anche una motivazione in più per spingere. Mi sono fatto un esame di coscienza, ho detto sappiamo purtroppo che andiamo incontro a dei rischi e anche lui non sarebbe contento che si vada piano a causa della sua scomparsa. Allora mi sono fatto forza e mi sono detto che dovevo fare tutto per vincere e dedicargli la vittoria.

Ora che torna la Dakar torna sulla sabbia ed è più simile al suo passato, ti viene voglia di tornarci o è un capitolo chiuso per te?

Alla fine lo sento un capitolo chiuso, ma più per il sistema che sta dietro.  Viverla da dentro è una gara un po' difficile, secondo me devono cambiare lo spirito e farla diventare più avventura è meno commerciale.

Guardando al futuro, magari tra tantissimi anni, ma quando smetterai la carriera da motociclista, pensi di passare alle quattro ruote?

No, penso che passare alle quattro ruote non è facile. Certo mi piacerebbe, però credo sia quasi impossibile. Mi sto divertendo ancora tanto in moto, cerco di divertirmi ancora il più possibile e poi guardiamo.

L'anno prossimo forse ci rivedremo ancora in questa competizione?

Non ho ancora stabilito niente, ma l'obiettivo è quello di ritornare. Perché alla fine io e Ullevalseter abbiamo due vittorie e sarebbe da provare a fare tripletta.

Hai detto che la moto si è voluta dall’anno scorso. L'evoluzione è alla ricerca dell’affidabilità o delle prestazioni?

Dell’affidabilità. Quest'anno la moto si è resa veramente molto affidabile e lo è stata perché è stata curata più sull'affidabilità che sulla prestazione. Forse gli scorsi anni tutti, e penso anche ad Honda, avevano curato più la prestazione e un pelino meno l'affidabilità, invece dopo si sono resi conto che serve esperienza e non solo la prestazione pura. Questo nuovo approccio ha dato ragione anche a Honda alla Dakar, perché ha fatto una grandissima gara, tutta la squadra.

Durante i 6.500 km di gara c'è un calo di prestazione, quanto si sente?

L'anno scorso l’ho sentito, le ultime due tappe la moto era calata, quest'anno è calata zero.

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