SBK, Canepa: A Sepang una vittoria eroica, 3 ore solo e senza elettronica

Niccolò racconta l'impresa alla 8 Ore: "ho corso sul bagnato senza controlli, mentalmente è stato difficilissimo. La MotoGP? Peccato non avere avuto un'altra possibilità"

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La prima regola dell’Endurance dice che è uno sport di squadra, ma l’eccezione esiste sempre. Niccolò Canepa ha portato alla vittoria il team YART Yamaha nella 8 Ore di Sepang guidando la sua R1 dall’inizio alla fine della gara. Un’impresa che ha dell’incredibile, con il pilota genovese che ha corso ininterrottamente per 3 ore, provando anche l’ebrezza di guidare una belva di più di 200 CV sul bagnato senza nemmeno un controllo elettronico.

Una storia quasi di altri tempi, accaduta solo pochi giorni fa e che a Niccolò fa piacere raccontare.

Partiamo dall’inzio?

Gli organizzatori continuavano a posticipare e ad accorciare la gara perché c’era una pioggia fortissima e la pista era allagata. Quando sono migliorate le condizioni, abbiamo fatto un paio di giri dietro alla Sefety Car e poi siamo partiti, ma dopo 3 giri ho avuto un problema tecnico”.

Quale?

Si è spenta completamente l’elettronica: non avevo più controllo di trazione né anti-impennamento e nemmeno il cambio elettronico. In quel momento mi si è anche spenta la moto, per fortuna sul rettilineo, ma mi hanno passato un sacco di piloti”.

"L'elettronica mi si è spenta sul bagnato, ho pensato: mi stendo prima della fine dell'ora"

Poi seri riuscito ripartire.

Sì, ma ero 23° e ci ho messo un paio di giri a capire come si guida sul bagnato una moto da 200 CV senza controlli (ride). Poi ho iniziato a prendere il mio ritmo, stavo attento ma ero sicuro al 98% che avrei fatto un highside entro la fine dell’ora. Invece ho iniziato a recuperare, tanto da mettermi in prima posizione alla fine della prima ora”.

Giusto in tempo per il pit stop.

Sì, ma quando mi sono fermato per il rifornimento ho spento e ho riacceso la moto e ho visto che l’elettronica aveva ripreso a funzionare. In quel momento ero stanco, perché guidare un’ora senza controlli sul bagnato è difficilissimo mentalmente, però il mio team manager, Mandy Kainz, mi ha chiesto: vuoi continuare? Gli ho detto di sì, fisicamente stavo bene”.

Sei ripartito per fare la seconda ora.

“E anche quella l’ho finita in testa, pensavo solo di tornare al box e scendere dalla moto per godermi il finale di gara. Però mi hanno chiesto di nuovo di continuare, allora sono ripartito fino alla bandiera a scacchi. È stato bellissimo, il mio team manager mi ha dato una grande dimostrazione di fiducia, si è preso da tutti del matto, ma il rischio ha pagato”.

"La cosa più difficile? Mantenere la concetrazione per 3 ore, ma il rischio ha pagato"

Hai guidato per 3 ore consecutivamente, su una pista impegnativa fisicamente come Sepang, qual è stata la cosa più difficile?

Mi ero allenato molto per questa gara e dal punto di vista fisico ho retto bene, il difficile è stato mantenere la concentrazione per così tanto tempo. Però ero molto motivato e non ho mai mollato, a due giri dalla fine continuavo a girare 4 secondi più veloce del pilota che avevo dietro”.

Hai mai pensato di non farcela?

No, ma gli ultimi giri sono stati i più difficili. Abbiamo avuto un problema della comunicazione e dalla tabella non capivo se il 2° stava recuperano o meno. In verità avevo un minuto e mezzo di vantaggio, ma non lo sapevo e continuavo a spingere, mi sono preso qualche rischio (ride)”.

Alcuni rivali si sono lamentati di questa strategia con un solo pilota.

Non sapevo nemmeno io che si potesse fare, ma il regolamento lo permette. Alla fine, avevamo più da perdere che da guadagnare, perché con il passare del tempo aumentava il rischio che facessi un errore o alzassi il ritmo. Takashi alla 8 Ore si Suzuka aveva provato a fare molti stint ma alla fine girava molto più piano”.

"È stata la mia vittoria più bella e più assurda"

Sei l’unico pilota italiano ad avere vinto un Mondiale nell’endurance e il Bol D’Or, questa vittoria alla 8 Ore di Sepang dove la metti nella tua classifica personale?

È la più bella perché è stata incredibile e anche assurda. Si possono vincere tante gare, ma una vittoria come questa la ricordi per molto tempo”.

Nella tua carriera ha corso praticamente dappertutto, dalla MotoE alla MotoGP. Come sei arrivato all’endurance?

Non sapevo molto di questa disciplina, ma Andrea Dosoli mi aveva proposto di partecipare al campionato oltre a fare il collaudatore di Yamaha per la SBK. L’idea mi è subito piaciuto perché avrei potuto correre in un mondiale con una moto vincente, cosa che non ero riuscito a fare in SBK. Avevo tanti punti interrogativi, ma mi sono innamorato subito di questo campionato”.

Per chi arriva dalle gare classiche, quali sono i cambiamenti più grandi per affrontare quelle di durata?

L’intensità che si mette nella propria ora di stint è la stessa che si mette in una gara di SBK o MotoGP, ma è come se corressi 9 gare in un giorno, nel caso di una 24 Ore. Ho trovato più difficile passare alla MotoE, dove le gare sono cortissime”.

"Per la MotoE ho dovuto fare un reset, non ero più abituato alla bagarre"

Te ne sei accorto quest’anno in cui hai corso per il team LCR?

Sì, ho pagato un po’ la troppa tranquillità in partenza e anche la poca abitudine alla lotta nelle ultime curve, motivo per cui ho perso il 2° posto a Misano. Sono un po’ di anni che non mi capitava, nell’endurance, per quanto possa essere combattuta la gara, all’ultimo giro sei sempre tranquillo. Nelle ultime gare è andata meglio, sono riuscito a resettarmi, il prossimo anno correrò ancora in MotoE sempre con la squadra di Cecchinello”.

Un’altra differenza è che nell’endurance si corre insieme a dei compagni di squadra, non contro. È particolare fidarsi degli altri piloti?

Ho sempre fatto sport individuali e il primo di squadra è stato nell’endurance, e mi piace moltissimo condividere gioie e dolori. Chiunque può sbagliare o portare la squadra alla vittoria, ma siamo sempre insieme. Si lavora insieme sulla moto cercando il compromesso migliore, il segreto è trovare il bilanciamento giusto in modo che tutti vadano forte. A volte capita di adattarsi a un setup per dare una mano al pilota più debole, se così si può dire, in quel momento anche se potresti andare più forte. Si crea un bel legame personale con i compagni di squadra”.

Sempre più spesso ci sono piloti di SBK e MotoGP che corrono qualche gara nell’endurance, pensi che il campionato riuscirà essere più conosciuto?

Dal 2015 a oggi è cresciuto tantissimo e sempre più piloti si stanno interessando a questo campionato. È positivo perché il livello si alza e l’attenzione mediatica aumenta, inoltre stanno arrivando anche molti italiani”.

"Un peccato non avere avuto un'altra occasione in MotoGP"

Tu hai trovato la tua dimensione in questo campionato, hai rimpianti per il passato? Penso all’unico tuo anno in MotoGP.

È stato difficile, complici diversi fattori. Non mi ero trovato bene con la squadra e poi gli accordi erano diversi. Avrei dovuto avere due anni, il primo per fare esperienza, ma dopo 2 gare mi avevano già detto che non avrei continuato. È stato un peccato, un secondo anno mi avrebbe aiutato molto, non conoscevo neppure le piste in cui si correva e nel 2009 la Ducati era la peggior moto sulla schieramento. Mi sarebbe piaciuto dare un seguito, non è stato possibile ma sono riuscito comunque a trovare la mia strada e a togliermi delle soddisfazioni e a divertirmi”.

Il 2020 sarà impegnativo per te?

Il primo appuntamento sarà la 24 Ore di Le Mans ad aprile e poi ci sarà la MotoE a maggio. Però sono anche collaudatore e coach per Yamaha in SBK, inoltre dovrò provare tra gennaio e febbraio la R1 versione 2020 con cui correremo a Le Mans”.

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