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Da Londra in Vespa allo spazio: la storia di Lino Dainese

Inaugurato a Vicenza l'Archivio Dainese: "non è un museo ma un insieme di esperienze a cui i giovani possono ispirarsi"

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Estate del 1968, l’Europa era scossa da una rivoluzione con i Beatles e i Rolling Stones come colonna sonora. Tre ragazzi si diedero l’appuntamento a Vicenza: avevano altrettante moto e una cartina che indicava la strada per Londra. Uno di loro era Lino Dainese, l’uomo che avrebbe rivoluzionato l’abbigliamento protettivo per i motociclisti negli anni a venire.

La Vespa usata per qual viaggio è esposta al DAR, l’Archivio Dainese voluto dal suo fondatore. È poco distante dalla MV Augusta di Agostini, dall’Aprilia di Biaggi e la Yamaha di Valentino, senza di lei forse non ci sarebbero neppure le altre. La Germania, Amsterdam, poi Carnaby Street dove la moda stava colorando un mondo fino all’ora in bianco e nero, e Parigi con la sua arte. Chilometri, gente e ispirazione che convinsero Lino a aprire una bottega per vestire i motociclisti e soprattutto a proteggerli.

Nel 1971 i suoi primi pantaloni per il fuoristrada, il modello tagliato sulla carta di giornale, “perché costava poco”, e il prototipo con la tela usata per le tende da sole. L’anno dopo sarebbe sorta Dainese, un laboratorio di idee e invenzioni.

Il DAR non è un museo, ma un insieme di esperienze” ci tiene a sottolineare Lino. Un viaggio nel passato ma proiettato al futuro, “ai giovani, con l’ambizione che possano capire come si è evoluta la tecnologia e magari prendano spunto per realizzare nuove idee, come è successo a me durante quel viaggio”.

Lino di idee ne ha avute tante, come quando ha inventato il paraschiena per salvare i motociclisti dai traumi alla schiena. “Ho preso ispirazione dalla natura, dalle armature naturali dell’armadillo, della tartaruga, dell’aragosta” ricorda. Nessuno ci aveva pensato prima, ora è una protezione irrinunciabile.

La vera rivoluzione però è stata quella di “proteggere con l’aria”, capire che l’air bag poteva essere integrato nell’abbigliamento. “Il giorno di Natale del 1994 feci la mia prima immersione - racconta Lino - Avevo un giubbotto ad assetto variabile e, gonfiandolo, mi sentii protetto, solo usando l’aria”.

Come un cavaliere medioevale, altra ispirazione, sicuro dalla testa ai piedi nella sua armatura. Fu un progetto lungo e complicato, in tanti erano scettici, per primi i piloti. “Per noi la tuta è qualcosa di sacro - dice Valentino - pensare di modificarla, aggiungere un air bag, era una cosa che non mi piaceva. In poco tempo però ho cambiato idea e adesso non potrei più farne a meno”. Anche Giacomo Agostini sceglierebbe quella protezione se avesse una macchina del tempo: “rimpiango di non avere potuto avere l’air bag quando correvo, avrebbe salvato tanti piloti”.

Il sistema di D-Air si gonfia completamente in 45 mille secondi, il doppio del tempo in cui il colibrì sbatte le ali, meno della metà di quanto impieghiamo a sbattere le ciglia. I corpetti per le varie discipline (non solo motociclismo, ma anche sci ed equitazione) sono esposti su una parete. “Vedete, sono forme che non esistevano. Sembrano fiori, sono il design dell’aria” li descrive Lino.

Che non si è mai fermato e dall’asfalto è passato allo spazio, collaborando con il MIT di Boston e l’European Astronaut Centre per disegnare le tute per gli astronauti del futuro. Così belle da sembrare pronte per una sfilata di moda, accanto ai goffi tutoni utilizzati ora.

Dalla Vespa allo spazio, il viaggio è stato lungo ma per Lino Dainese non è ancora finito.

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