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MotoGP, Spencer: 30 anni per fare pace con Roberts

"Il motivo un sorpasso ad Anderstorp grazie al quale vinsi il mondiale. Sogno un GP con tutti i grandi, del passato e del presente"

MotoGP: Spencer: 30 anni per fare pace con Roberts


Il Corriere dello Sport ha pubblicato giovedì scorso questa chiacchierata del nostro Paolo Scalera con Freddie Spencer. Non una intervista, bensì un lungo dialogo fra uno dei protagonisti del decennio di dominio americano nel motomondiale ed un testimone di quegli anni fantastici. Durante i quali i piloti erano piloti, non facevano i piloti. Ed i giornalisti, perlomeno alcuni, solo amici che non andavano abbastanza forte in moto per essere lì con loro.

Ci sono dei piloti, Agostini, Rossi, che sono considerati delle leggende per il numero di mondiale conquistati. Altri, come Freddie Spencer – per tutti: Fast Freddie – nonostante ne abbiano molto meno. Nel suo caso: tre. Nel 1983 vinse il primo battendo Kenny Roberts, con sei vittorie e sette pole, chiudendo il mondiale con , solo due punti in più del rivale. Nella stagione seguente vinse cinque gare, ma cinque furono anche i suoi incidenti così decise di raddoppiare nel 1985 correndo e vincendo in due categorie, 250 e 500.

Complessivamente vinse 27 Gran Premi, partì 33 volte in pole e salì sul podio 39 volte. Fu un grande innovatore nello stile di guida. Invece di percorrere traiettorie rotonde, spezzava le curve per poter alzare presto la moto ed accelerare il prima possibile. Si pilota così ancor oggi.

E' venuto a Roma come testimonial di MotoDays. L'ultima volta mi aveva chiesto di vedere il Colosseo. Era il 1985 e mi rubarono il portafogli. Questa volta per chiacchierare dei vecchi tempi abbiamo scelto 'Orto' un ristorante in Prati. E' diventato vegano assieme alla sua compagna, la bella Alexandra.

Un bicchiere di bianco lui, di rosso io. Ed è iniziato il viaggio nel tempo in cui potevi sfidare i piloti a braccio di ferro.

"Sarebbe bella una gara con tutti i migliori, di ogni generazione. Immaginiamola: Agostini, Hailwood, Read, io, Doohan, Rainey, Schwantz, Lawson, Roberts, Rossi. Purtroppo è solo un sogno. Chi vincerebbe? Non lo sapremo mai, ed è sterile pensarci. Ogni campione va inquadrato nel suo tempo. Non c'è il campione assoluto".

Però ogni campione pensa di esserlo.

"In pochi lo sanno, ma ho combattuto per l'intera mia carriera con la miopia. Oggi ho fatto l'operazione con il laser, ma allora portavo le lenti a contatto. Erano le prime, semirigide. Si spostavano, mi facevano lacrimare gli occhi, per un pilota è importante avere sempre una visione perfetta e a fuoco. Io non l'avevo, ma credo a che a causa di ciò io abbia sviluppato gli altri sensi in modo particolare. Sentivo ogni più piccolo movimento della moto. Però magari senza la miopia avrei fatto meglio, vinto di più".

Tu e gli altri americani avete vinto abbastanza: dal 1978 al 1994 avete dominato il mondiale.

"Sì, c'è stato un periodo così.Oggi negli USA non ci sono più piloti perché si corre poco e senza il numero non escono campioni. La Spagna ne ha perché ha lavorato sui vivai. Anche l'Italia, grazie a Rossi ed al suo Ranch, ha ottenuto grandi risultati".

Come Valentino hai avuto grandi rivalità, Roberts, Lawson.

"E anch'io con Roberts ho avuto problemi, causati da un mio sorpasso ad Anderstorp grazie al quale vinsi la gara prendendo abbastanza punti da vincere poi il mondiale ad Imola con un secondo posto. Kenny nel GP di Svezia frenò all'ultima curva senza occupare tutta la pista, e cercò di ingannarmi uscendo dalla carena prima, ma senza frenare. Così io staccai tardissimo e tutti e due andammo fuori, sulla terra. Io ero interno e vinsi. Era il 1983. Il nostro rapporto è tornato normale solo nel 50° anniversario di Suzuka, nel 2012. Parlando in pubblico di quella battaglia e della mia vittoria lui ad alta voce disse: “sei stato fortunato”. Io replicai: “a volte è meglio essere fortunati che bravi”. Poi aggiunsi: da quando sono diventato professionista ho messo tutto me stesso, il mio talento, anni di sacrifici, per battere quello lì, Kenny. Indicandolo. E ci sono riuscito perché mi ha spinto oltre il mio limite. Da allora i nostri rapporti sono tornati distesi".

Difficile avere amici durante gli anni di tuono.

"Senza entrare nel merito di ciò che è accaduto fra Rossi e Marquez nel 2015 credo che Valentino abbia sbagliato ad attaccarlo. Marc è uno aggressivo e si è risentito. Capitò anche a me con Kenny Roberts: quando lui mi aggrediva io mi sentivo ancora più stimolato a batterlo".

Poi viene un momento in cui si decide di fermarsi. Perché?

"Durante la nostra carriera noi piloti viviamo come in una bolla. Niente ci sembra più importante che gareggiare e vincere. Ma ovviamente non è così. Arriva un momento in cui si rende conto che la vita è altro. Per questo comprendo pienamente la decisione di ritirarsi di Casey Stoner".

Per proseguire c'è bisogno di una determinazione pazzesca.

"Non bisogna pensare ad altro. Gli appassionati si ricordano di me soprattutto per il doppio titolo, 250-500, del 1985. Presi la decisione di accettare quella sfida a fine 1984, al termine di una stagione in cui fui battuto da Lawson. La quarto di litro fu costruita solo per me da Satoru Horike. Mi calzava come un guanto. La mezzo litro, invece, era molto più difficile da guidare, ma niente in confronto a quella dell'anno prima che aveva il serbatoio sotto il motore e gli scarichi alti. Mi ustionavano gli avambracci, il motore perdeva potenza a causa del calore vicino ai carburatori. In Germania non ce la feci più e chiesi alla Honda di ridarmi la vecchia 500 tre cilindri. Problema: non c'era più perché la vecchia era stata affidata a Randy Mamola. Mi rifiutai di toglierla a Randy, un quattro volte vicecampione del mondo, così utilizzai un vecchio telaio di Lucchinelli del 1983 con un vecchio motore. Erv Kanemoto mi disse: puoi fare solo 6 giri in un turno e 6 giri in un altro, altrimenti rompiano. Partii in pole e vinsi la gara".

Eri un innovatore. Honda e Michelin pendevano dalle tue labbra.

"Gli pneumatici, allora come ora, sono la cosa più importante nel connubio moto-pilota. Ho parlato recentemente con Marquez che mi ha confessato di scegliere sempre la gomma più dura possibile. Facevo così anch'io. Ai miei tempi non c'era il monogomma e la Michelin su mia richiesta me ne fece una apposta che solo io ero in grado di usare".

Eri un gran staccatore.

"Incredibilmente però quando ho provato a correre in auto il mio più grande problema era la frenata. Con quattro ruote non devi modulare, bensì pestare al massimo sul pedale. Ho grande rispetto per i miei colleghi delle quattro ruote. Una volta in Inghilterra, di notte, sotto la pioggia, John Surtees mi ha accompagnato in auto. Aveva già più di settanta anni, ma andava fortissimo ed in sicurezza. Un'altra volta Niki Lauda mi portò a fare un giro del vecchio Nurburgring. Guidava in scioltezza, senza un movimento superfluo. Arrivati al punto dove ebbe il suo terribile incidente disse solo, senza rallentare, “è qui che ho avuto l'incidente”. Nient'altro".

Una leggenda che parla di altre leggende. Fantastico.

"Ma ne devo evo smentire alcune su di me: si diceva che nel 1985, fra la gara della 250 e quella della 500 respirassi da una bombola di ossigeno per recuperare fisicamente più velocemente. Sarebbe stata una cosa intelligente da fare, ma non è vero".

Però ti spostavi nella 'morte nera'.

"(risata) Quello era il nome che voi giornalisti avevate dato al mio motor home nero e con i vetri oscurati".

Dai, in Giappone era trattato come un semidio.

"Quando vinsi entrambi i titoli Soichiro Honda in persona mi invitò a casa sua a pranzo. Quando entrai vidi un giardiniere che con un tubo di gomma innaffiava i fiori. Si voltò: era lui. Ci sedemmo a tavola e arrivò una portata di Sushi. Io non mangio pesce. Mi sentii imbarazzatissimo. Non sapevo cosa fare. Mr. Honda mi guardava. Poi ad un certo punto si fece una risata e mi portarono un hamburger. Mi aveva preso in giro. Quello e la vittoria che gli dedicai a Jarama, in Spagna, rimane il mio ricordo più bello. Salì sul podio con me, mi mise le mani attorno alle spalle e mi disse: grazie di avermi regalato un sogno. In realtà era stato lui a regalarlo a me. Fu l'unica gara a cui assistette".

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