SBK, Polita sorprende: "Il TT meno pericoloso dei circuiti"

Il fatalista pilota marchigiano sull'Isola di Man ha ritrovato se stesso: "il tracciato è da godimento puro e lì mi sento valorizzato"

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Ciao, carico in macchina moglie e figlia, andiamo a mangiare dai miei, oggi; strada facendo ti chiamo”.

La famiglia per Alessandro Polita è, oggi più che mai, al centro del mondo del ragazzo marchigiano. Il pilota di Jesi, futuro trentatreenne nel prossimo giugno, oltre ad essere un corridore, è coinvolto in prima persona nel Polita Family Garage, l’attività casalinga in cui tutto è concesso, in piena libertà: “in famiglia facciamo tutto quello che ci pare, realizziamo moto special e cafè racer, divertendoci”.

Il giovanissimo Alessandro vinse nel 2005 il campionato italiano della Stock1000 con la Suzuki GSX-R e l’anno successivo il marchigiano conquistò la coppa del Mondo Superstock 1000 sempre con la mille di Hamamatsu.

Per il pilota jesino (stessa città del mitico Giancarlo Falappa, detto anche “il leone”) c’erano le premesse ed anche le promesse per una florida carriera, tuttavia, le prime stranezze arrivarono inaspettate: “negli anni successivi ho corso in SBK e nel CIV, ho anche gareggiato nella 600 Supersport ma con le medie proprio non mi ci trovavo. Io prediligo le moto grosse e potenti, dato che ho una mole fisica importante”.

Infatti, nel 2010 “il Pirata” vince il titolo italiano classe Superbike in sella ad una Ducati 1098R del team Barni, con una gara di anticipo rispetto alla fine del campionato, salendo sul podio in tutte le occasioni e conquistando due manche.

Prima di vivere l’esperienza più affascinante, pericolosa e, per certi versi, “alternativa”, Alessandro ha attraversato un periodo agonistico abbastanza turbolento, nel vero senso del termine: “il mio calvario partì nel 2009: avrei dovuto fare la SBK con il team Borciani a fianco di Shane Byrne ma saltò una parte del budget a me destinato e dovetti, quindi, andare qua e là in sostituzione di vari piloti in diversi campionati. Dopo il titolo conquistato nel 2010, Ducati mi promise mari e monti, ma non andò esattamente come speravo”.

Nelle ultime stagioni, Polita ha ben figurato nel CIV Superbike, fino a quando le cose erano al loro posto: “nel 2014 con la BMW del team Guandalini ero in lizza per il trofeo sino all’ultima gara del Mugello, dove ruppi due motori nel weekend. Nel 2015 la stagione con la Yamaha non finì neppure, sempre per problemi di denaro”.

Al di là delle sfortune, che possono capitare, la carriera di Alex mette in luce un sistema che, specialmente negli ultimi anni, evidenzia limiti e lacune: “al di là del talento personale di ogni pilota, ovviamente c’è chi ne è più dotato e chi meno, secondo me, le corse, quelle vere, sono finite da alcuni anni: ora, per presentarti in un campionato di un certo livello, devi portare una valigia carica di bigliettoni pesanti, chiamale pure banconote. Chiamiamoli soldi, denaro. Questo conta. Chi non ha budget non partecipa o si accontenta di fare numero”.

Pensi sia solo un fenomeno evidente nel mondo delle corse?

No: ciò che sta accadendo è un fenomeno che rispecchia la società: la cosiddetta ‘crisi’ ha alimentato la nascita di furbi, ladroni, disonesti e politici”.

Alessandro aveva bisogno di nuovi stimoli e la necessità di respirare un’aria più pulita ha concretizzato una idea definita folle per molte persone, ma dallo spirito più puro secondo altri punti di vista: “il progetto di andare sull’Isola di Man lo avevo già da tempo nella mia testa; grazie al team Penz BMW ho avuto un supporto ufficiale ed ho potuto realizzare il mio desiderio. Ho studiato prima di recarmi lassù e nelle gare sono andato forte, a pochi secondi dai tempi dei migliori debuttanti”.

I pericoli dell’isola, che miete vittime ogni anno, non hanno spaventato il bravo Polita: “io penso che il Tourist Trophy sia una gara pericolosa, ma non come quelle in pista. Mi spiego meglio: in pista si corre in condizioni di sicurezza, ma ciò che cambia è il pensiero: lì si entra in una sorta di ‘trance’ agonistica in cui si perde spesso la coscienza di ciò che accade. Nelle gare stradali è diverso: la consapevolezza che il pericolo sia presente in ogni salto e in ogni curva ti rende più attento, hai la sensazione di tenere sotto controllo ogni momento della tua gara. Può sembrare paradossale, per me il TT è meno pericoloso delle gare in circuito”.

Il brutto incidente della sorella Alessia non ha influenzato il punto di vista di Alessandro: “guarda, se ti deve accadere un infortunio, ti accade ovunque, magari in cantiere, se fai l’operaio. L’incidente di mia sorella mi ha fatto soffrire, chiaramente, perché è successo ad una persona di famiglia a cui voglio un mondo di bene ma, te pensa, ero fatalista prima della sua caduta, ed ora lo sono ancor di più”.

Cosa ti è piaciuto del TT?

Cosa mi è piaciuto? Tutto… (silenzio). Mi è piaciuta ogni cosa: lo spirito del pubblico e degli avversari, l’ambiente, il rapporto tra i colleghi. Il tracciato è da godimento puro dal primo all’ultimo metro e, cosa ancora più importante, al TT un pilota si sente molto valorizzato, ed è questo ciò che conta per me”.

Che differenze ci sono con i campionati più importanti?

Adesso, ciò che conta, è il marketing: tu vedi sti ragazzini con il cappellino in testa, la borraccia dello sponsor a portata di mano, vincono una gara nella Stock o nella Moto3 e si sentono già dei paladini… i nuovi piloti di oggi vogliono essere a tutti i costi dei personaggi, ma non ci riescono”.

Tu personaggio lo eri e lo sei…

Non ho mai provato ad essere tale, io sono alla vecchia maniera, parlo con tutti, senza problemi. Per essere un tipo che piace non devi recitare nessuna parte. Io ho raccolto poco perché ho sempre detto ciò che realmente pensavo. Il mondo delle corse è cambiato e, forse, non è più il mio. Forse quella è stata una parentesi, per me. Ci sono personaggi e piloti che non meritano una moto, questo lo voglio dire”.

I cambiamenti messi in atto per migliorare lo spettacolo in SBK non sono piaciuti ad Alessandro: “ma ti rendi conto? Questo tentativo di mescolare le carte, facendo partire dalla nona casella il vincitore di gara 1, è molto pericoloso. Se volevano apportare dei miglioramenti, avrebbero dovuto riproporre quelli del British Superbike: gli schieramenti in gara vengono determinati dal tempo siglato da ogni pilota nella gara precedente, senza problemi. In Inghilterra e dintorni lo spirito e la mentalità sono diverse e chi partecipa al campionato inglese non porta denaro, bensì, riceve un regolare stipendio”.

Quella definita parentesi da Polita non è chiusa: quest’anno Alessandro tornerà al Tourist Trophy sicuramente, si presenterà al via del CIV Superbike e tenterà anche di fare bene con le moto da enduro: la passione prevale sulla delusione.

 

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