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Bimota: il mito sembra arrivato ad un (nuovo) capolinea

Serrande che si abbassano per la gloriosa factory riminese. A nulla è valso il recupero di Daniele Longoni e Marco Chiancianesi nel 2013

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Un marchio che definire glorioso appare riduttivo. Bimota è stata più che una semplice fabbrica di motociclette esclusive. Negli anni d'oro, la factory fondata da Valerio Bianchi, Giuseppe Morri e Massimo Tamburini, ha saputo essere un marchio all'avanguardia per design e per scelte tecniche che hanno fatto storia.
Ora, dopo l'ultimo fallimento datato 2001 e l'opera di rilancio dell'ingegner Roberto Comini nel 2003 a cui si sono succeduti nel 2013 gli imprenditori italo-svizzeri Marco Chiancianesi e Daniele Longoni, il marchio sembra arrivato ad un nuovo capolinea. 
Stando a quanto riportato da CycleWorld, in un articolo a firma di Bruno de Prato, dalle parti di Rimini l'aria che si respira è di quelle che lasciano poche speranze: Bimota sta chiudendo. Serrande abbassate, pochi operai attivi (si parla di appena 3-4) e magazzini dove sono mestamente stipati i pezzi di ricambio delle moto prodotte, in particolar modo della sfortunata BB3, l'ultima supersportiva nata dalle parti di via Giaccaglia e che ha corso, pur senza brillare, in SBK nel 2014 con il Team di Francesco Batta (poi estromessa, prima del finale di stagione, per problemi legati ai numeri di produzione non rispettati).

La SB6 con telaio tipo "Straight line"

STORIA DELL'ARTE - Nella sua travagliata storia, fatta di crolli e di rinascite (più che) speranzose, Bimota ha saputo creare alcune delle moto più iconiche della storia del motociclismo.
Nata nei primi anni '70 grazie alla passione di tre tecnici che faranno poi la storia, Valerio Bianchi, Giuseppe Morri e Massimo Tamburini (da cui il nome Bimota, le prime lettere dei cognomi), si distinse da subito come un'azienda caratterizzata da una forte creatività. Telai e sovrastrutture delle "special" che uscivano dall'officina riminese si fecero ben presto una solida fama in tutto il mondo, su strada ed in pista. Tra i modelli leggendari ricordiamo la prima HB1, prodotta in 10 unità, che non era altro che una Honda CB 750 Four, "kittata" e rivista dal geniale Massimo Tamburini. Facendo un salto a pie' pari negli anni '80, ricordiamo le serie HB, SB e KB, modelli dalle motorizzazioni Honda, Kawasaki e Suzuki, abbinate a telai e linee Bimota.

Arrivarono quindi le serie DB (Ducati- Bimota) e YB (Yamaha-Bimota). A proposito di DB, appartiene a questo filone la mitica Tesi, rivoluzionaria creatura dell'ingegner Pierluigi Marconi (subentrato a Federico Martini e che a sua volta aveva preso il posto di Massimo Tamburini approdato in Ducati) che adottava la soluzione del telaio ad "Omega" con abbinato un doppio forcellone per avantreno e retrotreno.
Più avanti negli anni - siamo negli anni '90 - fecero il loro ritorno le motorizzazioni Suzuki con le rinnovata SB6 ed SB7 con telaio di tipo "straight line", che collegava cioè il cannotto di sterzo al perno del forcellone senza utilizzo delle canoniche piastre laterali.

La Impeto con motore Ducati sovralimentato

 

ULTIMO ACUTO NEL 2015 - Gli ultimi modelli rilasciati dal marchio si videro ad EICMA nel 2015, con la novità della naked Impeto che adottava un motore derivato dalla Ducati Diavel accoppiato ad un Turbo "supercharger", ma nonostante questo exploit le acque non erano delle più limpide, accentuate dalla grande ventata di crisi che si era ormai abbattuta sul mondo delle due ruote e dove, purtroppo, i modelli ultraraffinati faticavano (e non poco) a farsi strada. 
Modelli sfortunati, strategie manageriali non sempre felici, hanno portato la Bimota a ripiombare nell'incubo. La domanda ora è: tornerà?

Da una nota arrivata in redazione precisiamo: Bimota Classic Parts – di proprietà del dott. designer
Paolo Girotti – continua nella sua normale attività.


 

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