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Earl Hayden: troppi rischi in MotoGP

Il padre di Nicky:"E' dura. Ora bisogna andare al limite ogni giro"

MotoGP: Earl Hayden: troppi rischi in MotoGP

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Tale padre, tale figlio. Nel motociclismo, come in molti altri contesti, si parla spesso di figli d'arte, eredi illustri di una passione che si tramanda di generazione in generazione. Le famiglie Rossi e Roberts rappresentano gli esempi più noti, ma tra i nomi attuali della MotoGP forse nessuna casata può contare più motociclisti degli Hayden. Il padre Earl e la mamma Rose hanno infatti svezzato tre professionisti, Tommy e Roger Lee nella AMA ed ovviamente Nicky nel motomondiale.

"King Kenny (Roberts) mi diceva sempre di far sì che uno dei miei figli fosse pronto e gli avrebbe mostrato il mondo – ha dichiarato sulle pagine di Cycle NewsNon vedrai mai il mondo se corri nel dirt track. E King Kenny era il mio eroe. Sono stato fortunato a tentare questa mossa quando l'ho fatto, perché non c'erano molti altri ragazzi contro cui competere, forse Ben Spies e Jason DiSalvo. Il mio sogno era recuperare i costi. Ci riuscivo solo quando non pagavo la moto e le gomme. Di solito c'erano almeno otto persone che dovevo pagare dopo ogni gara, ma la parte agonistica andava bene e non mi posso lamentare".

Con tre figli impegnati sui circuiti di tutto il mondo, a volte tenersi al passo coi risultati può essere difficile, ma le nuove tecnologie sono un aiuto prezioso.

"Ho due computer a casa, uno per guardare le schermate dei tempi e l'altro per il feed video. Quando Roger Lee correva in Superbike guardavo tre figli in tre nazioni ed in tre campionati diversi. Grazie a Dio c'è Internet. Poi Nicky mi chiama dopo ogni sessione. Ma quando guardi i tuoi figli in TV è diverso. So quando c'è qualcosa che non va anche prima di vederlo. Ad Aragon mi ero accorto che era successo qualcosa a Nicky ben prima che i cronisti lo annunciassero".

Per questo motivo, nonostante l'età, Hayden Sr. preferisce assistere alle corse di persona.

"Voglio tornare presto in MotoGP con Nicky perché a lui fa piacere – ha spiegato, parlando del cancro alla gola che lo ha tenuto ai box lo scorso anno – Ora sto bene. Ho avuto buoni medici e ho fatto circa la metà delle cose che mi hanno consigliato. Poi con Ducati viaggio in prima classe, riesco a riposarmi. Non sono abituato a questo trattamento. In passato ero quasi sempre io a guidare il furgone. È come una ricompensa per me".

A dargli man forte per seguire ogni mossa dei "suoi" piloti ci sono anche la moglie e le figlie Jenny e Kathleen, e alla fine di ogni giornata in pista è tempo di riunione.

"È come togliersi un grande fardello dalle spalle quando sai che tutti e tre hanno finito la giornata senza problemi. Molto tempo fa non credevo potesse accadere nulla di grave, ma ho assistito di persona alla morte di Kato a Suzuka. Era la prima gara di MotoGP alla quale sono andato, ma adoro comunque andare alle corse, è la migliore medicina del mondo per me".

Negli anni il motomondiale è cambiato significativamente, ed Earl non gradisce la direzione imboccata.

"Non se sia colpa delle moto più veloci, gomme più performanti, o le poche moto a disposizione, ma devi andare al limite ad ogni giro, ad ogni curva. Nicky ora spesso mi dice che cerca semplicemente di aggrapparsi e non cadere. Una volta non era così. Una volta mi diceva che rischiava parecchio in una curva o due. Così mi piace di meno".

Da quando è in MotoGP, Nicky ha sempre corso con il numero 69 in onore di Earl. Ma dove ha preso l'ispirazione il padre?

"Non ne sono orgoglioso, ma quando correvo ero sempre a testa in giù, a sfondare le recinzioni. Per questo ho usato il 69. Ma io ho corso solo per dei trofei. Volevo che i miei figli potessero fare delle corse un lavoro, in modo che non dovessero cercarne un altro al momento del ritiro. E soprattutto volevo che facessero quello che amavano".

Missione compiuta, a meno che 'Kentucky Kid' non decida di dargli un erede da svezzare.

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